Trentino Alto-Adige, primo stress test per i gialloverdi

Kaputt. Salvini ha bisogno di tempo per salassare quanto più possibile il partito azzurro e passare da un centrodestra già a trazione leghista a una destra a totale egemonia leghista

Non è un caso se Matteo Salvini sparge miele, assicura che non intende andare all’incasso elettorale mettendo in crisi il governo gialloverde e anzi accredita il successo in Trentino e in Alto-Adige al governo invece che alla sua Lega. Il leghista sa perfettamente che i soci di maggioranza sono sotto botta. Quello di domenica è stato il primo stress test, ancora limitato ma già tale da alzare il nervosismo tra i pentastellati.

Dunque si preoccupa più di rassicurare che non di far pesare la vittoria. Certo, i rapporti di forza ormai apertamente favorevoli al Carroccio peseranno. Ma nel modo meno vistoso possibile. E’ probabile che Salvini reclami una quota maggiore di poltrone, a partire da quella del Tg1, ma senza esagerare e senza forzare troppo la mano a un alleato che potrebbe implodere.

Quell’implosione non è negli interessi della Lega. Non per ora almeno. Salvini ha bisogno di tempo per salassare quanto più possibile il partito azzurro e passare da un centrodestra già a trazione leghista a una destra a totale egemonia leghista. Il processo è già avanzato ma resta da risolvere un problema fondamentale: il ruolo di Berlusconi. Il Cavaliere non può rassegnarsi al ruolo di leader di una formazione minore in una coalizione guidata e controllata da altri. Nei prossimi mesi dovrà decidere che fare, a partire dalla scelta difficile sulla candidatura alle europee. Oggi il capo di Fi è ancora in grado di proporsi come fondatore, padre nobile e alto consigliere della nuova destra, pagando però il prezzo di un ritiro dalla leadership del partito azzurro. Se invece dovesse arrivare all’appuntamento con alle spalle una umiliante sconfitta in campo aperto anche quella via d’uscita dignitosa gli sarebbe preclusa.

Né Fi né M5S possono neppure ipotizzare strategie alternative, essendo la scacchiera bloccata dall’immobilismo del Pd, conseguenza diretta, a propria volta, della paralisi imposta da Renzi. Se l’ex premier rompesse gli indugi e desse vita a una propria formazione centrista, come è tentato di fare da mesi, il partito di Arcore potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di costituire un partito «alla Macron» in tandem con il ragazzo di Rignano. Se il Pd aprisse uno spiraglio all’accordo con i 5S, come non può fare per via di Renzi, il partito di Di Maio disporrebbe di una sponda con la quale controbilanciare il potere di Salvini. Nella situazione data, invece, entrambi i «forni» su cui gioca il leader leghista sono di fatto totalmente nelle sue mani. L’unica contromossa a disposizione dei pentastellati è contrastare l’impatto di Salvini sul fronte della propaganda. Probabilmente proprio questo, oltre alla necessità di farsi trovare pronti nel caso di precipitazione improvvisa degli eventi, spiega il ritorno di Di Battista.

Sin qui però ci si limita al quadro interno. Il discorso potrebbe cambiare di molto, e in direzioni difficilmente prevedibili, se nei prossimi mesi l’Italia si troverà al centro di una tempesta finanziaria e politica internazionale.

ANDREA COLOMBO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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