Tra disastri ambientali e voglia di protagonismo

Preferisco il silenzio. Lo preferisco davanti a quello che consideriamo uno sfregio fatto dagli elementi naturali che autunno ed inverno portano con sé ormai da anni danneggiando i territori...

Preferisco il silenzio. Lo preferisco davanti a quello che consideriamo uno sfregio fatto dagli elementi naturali che autunno ed inverno portano con sé ormai da anni danneggiando i territori dove viviamo, distruggendo abitazioni, lacerando vite, abbattendo non solo più il cemento abusivo o legale che imprigiona i deflussi delle acque o quello che dovrebbe proteggere i porti, ma costringendo alberi secolari a spaccarsi e cadere al suolo.

Davanti a tanta potenza, l’essere umano si dimena, protesta, maledice lagnandosi e poi, nell’epoca dei “social” si produce in una serie di vuote banalità discorsive che cominciano quasi sempre così: “Ma guarda cosa è successo!”… “Ormai il clima è cambiato”… “Forza, rialziamoci!”, eccetera, eccetera.

La scoperta della solidarietà quando si è in disgrazia: addio orgoglio, si dice. Si mette da parte la protervia di tutti i giorni, quella che porta ad odiare i diversi da noi e si fa a gara a chi è più solidale: televisioni, radio, gruppi su Internet, associazioni.

Ognuno spende una lacrima per i disastri avvenuti, per i morti che si trovavano al momento giusto nel posto sbagliato (o viceversa, fate voi…).

Tutti commentano sui “social” ma io preferisco il silenzio, perché odio lo sciacallaggio verbale, l’accanimento prosopopeico del “so tutto io”: infatti, quando arriva una mareggiata di otto metri, i frequentatori dei “social” sovente si trasformano non come Goldrake in un razzo missile ma in esperti di venti, correnti d’aria: tutti dei piccoli colonnelli del’aeronautica.

Tutti a fare video, a documentare le mareggiate, le locomotive investite da un palo della luce, i percorsi autostradali.

Qualcuno, in piena allerta rossa, ha osato “postare”: “Piove forte”. Ammirevole, indubbiamente! Che grande scossone emotivo ne ho avuto: sapere che le precipitazioni sono intense quando sopra noi gira vorticosamente una perturbazione simile ad un ciclone.

Speravo che verso sera il peggio fosse passato. Non mi riferisco alle condizioni meteo, bensì ai commenti idioti sui “social”. Invece no: arrivano correnti d’aria che superano i 100 km orari e allora ecco nuovamente i telefonini che s’accendono, saldamente ancorati in mano: fanno video in verticale, senza nemmeno accorgersi che nel formato “sedici/noni” le immagini sono a tutto campo e sono anche riproducibili meglio tanto in tv (disponibili a raccogliere tutte le testimonianze mediante un altro “social”, questa volta esclusivamente telefonico), e riprendono più che altro la furia di Eolo che sferza le palme, che piega i pini, che trascina via lamiere dai tetti e che rompe gli ormeggi delle navi da crociera.

Tutta attitudine al giornalismo improvvisamente nata in tanti di noi? No, solo voglia di protagonismo, di catturare una immagine eclatante, da “scoop” e poi scaricarla su Facebook o Twitter e vedere quanti “like” produce.

Puro edonismo telematico, una esaltazione egoistica inconscia che però dimostra come la “competitività” oggi sia diventata l’elemento centrale di un processo di assimilazione quotidiana da parte dei “social” circa le nostre vite.

Dobbiamo essere sempre “sul pezzo”, si sarebbe detto per l’appunto giornalisticamente parlando.

Invece, si preferisce la frase ad effetto, molto spesso sgrammaticata (ma questo dell’analfabetismo del popolo italiano è un dramma nel dramma quando si parla di tragedie altre da quelle della violenza fatta alle regole che disciplinano la lingua madre), ma intanto “sui social si scrive in fretta”. E’ l’alibi che si utilizza per evitare di dire che non si sa quale accento mettere o che la “acca” il verbo avere la vuole non proprio sempre…

Dunque, la fenomenologia, hegelianamente intesa, qui si esprime attraverso la compulsiva condivisione di notizie che vanno dalle foto innocenti di un semplice curioso che rischia di farsi trascinare in mare dalle onde cavalloniche che gli arrivano innanzi fino all’esposizione su terrazzi da dove la vista è ottimale per fotografare l’eccezionalità che ci si presenta davanti agli occhi.

Purtroppo questa attenzione la si riserva solo al visibile, raramente si mettono queste doti di curiosità al servizio di una analisi sociale e politica in riferimento allo stato di vita che quotidianamente sopportiamo e che diventa sempre più una divisione atomizzata della società in tante particolari singolarità che distruggono il senso di comunità e che, infatti, lasciano il passo alla esclusiva interpretazione personale del tutto e non ad un processo inverso: lasciare che il tutto ci venga davanti e ci parli in termini di cifre e di fatti concreti.

Tutta la fame di sensazionalismo e la gara di solidarietà che si mette in pratica nelle ore successive al passaggio di una grande perturbazione ciclonica, è ridotta al niente non appena ogni cosa rientra nella sua terrificante normale prassi quotidiana.

Solo l’evento tremendo della caduta di un ponte fa indignare la gente. La morte quotidiana di decine di operai e lavoratori in ogni parte d’Italia (e del mondo) non fa giustamente notizia: non è un evento eccezionale, è il normal effetto di una causa che sembra sempre più sconosciuta… l’omicida, sfruttatore e persecutore sistema di produzione capitalistico.

Ma che lo scrivo a fare… forse per me stesso, per rendermi conto che ancora riconosco ciò che molti non riconoscono più o fanno finta di non vedere.

Del resto, però, se la dimenticanza e l’oblio fossero un giorno così diffusi, anche la verità più elementare potrebbe apparire come un grande, gigantesco “scoop”…

MARCO SFERINI

31 ottobre 2018

foto tratta da Pixabay

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