Sconfiggiamo l’ “Opeazione Anatra zoppa”

Costringerli a tornare a confrontarsi con le regole democratiche e costituzionali. Alla fine, dopo il 4 dicembre, lo scopo deve essere questo: riportare su un piano di legittimità ogni...

Costringerli a tornare a confrontarsi con le regole democratiche e costituzionali. Alla fine, dopo il 4 dicembre, lo scopo deve essere questo: riportare su un piano di legittimità ogni azione di governo e di gestione della Repubblica.
Solo la vittoria del NO può mettere in movimento la macchina di ripristino delle vere regole condivise, quelle ancora scritte in una Costituzione che Matteo Renzi e il suo governo vorrebbero stravolgere in nome di presunte modernità e alleggerimenti della presunta pesantezza burocratica che affliggerebbe l’Italia.
In realtà, l’abbiamo anche scritto altre volte ma è sempre utile ribadirlo, regole e strumenti di amministrazione delle istituzioni questo soltanto sono e non sono interpretabili: spetta a chi, di volta in volta e su mandato popolare interpreta quei ruoli e assume su di sé quegli oneri di gestione della res publica, dimostrare efficienza massima e dedizione al pubblico interesse.
Invece la penosa inefficienza della politica espressa dai governi tecnici come dal governo Renzi viene scaricata sulle regole, sulla Costituzione che, di per sé, non può avere alcuna colpa.
Accusereste mai il vostro televisore di farvi assistere ad un programma che non vi piace? No, se siete ancora in grado di comprendere che mediante un tocco del telecomando, su vostra esplicita volontà, potete cambiare canale.
Accusereste mai la vostra macchina di essere troppo veloce nel viaggiare? No, se staccate il piede dall’acceleratore e decidete di andare più piano.
E così via dicendo per mille altri esempi. Dunque, non è la regola che fa la cattiva politica, ma è la cattiva politica dedita a sostenere privilegi, interessi privati, grandi banche e grandi poteri finanziari, dimenticandosi volutamente dei bisogni dei più deboli e poveri, a produrre guasti e incertezze, inciampi e claudicamenti di quegli organi istituzionali che, invece, potrebbero funzionare ottimamente. Secondo, appunto, le regole date e che sono, ancora oggi, l’ultima garanzia del rispetto, quanto meno, di una democrazia formale in Italia.
Tutti i comizi del presidente del Consiglio, che gira come una trottola da Nord a Sud per provare a rimontare in quel terreno scivoloso che sono i sondaggi e che lo danno perdente per molti punti in percentuale (non ci adagiamo su questi dati, continuiamo fino al 4 dicembre a sostenere ovunque sia possibile le ragioni sacrosante del NO), sono invece imperniati sul tema del cambiamento e delle magnifiche sorti che attendono il Paese dopo la eventuale e non auspicabile sciagurata vittoria del “sì”.
Nessun cataclisma all’orizzonte; soltanto, in quel caso, un pericoloso adeguamento della nostra ex-democrazia (a quel punto sarebbe opportuno definirla così), anche formalmente ex, alle necessità di un capitalismo che avanza prepotentemente con trattati transatlantici, con imposizioni economiche europee che il governo fa finta di contrastare oggi per dimenticarsene immediatamente dopo l’esito del referendum.
Tutta la schermaglia tra Roma e Bruxelles attivata in queste ore, tutti i botta e risposta tra Renzi e Moscovicì, come con altri membri della Commissione Europea, è un gioco di sponda con una Unione che vede come il fumo negli occhi la vittoria del NO.
Se il 5 dicembre avremo la vittoria della contrarietà alla controriforma di Renzi e della Boschi, i grandi maneggiatori di denaro e di scambi borsistici sapranno che le regole in Italia non cambiano e che non potranno avere mano libera, come avrebbero voluto, all’interno del sistema politico e sociale italiano e che qui, nella punta estrema meridionale d’Europa, qui ancora si fa così: le decisioni non le potrà facilmente prendere il governo con un Parlamento addomesticato mediante premi di maggioranza su una sola Camera.
L’operazione “anatra zoppa” non gli riuscirà se vinceranno i NO e la Repubblica Italiana rimarrà uno dei pochi stati a dire un altro NO, ancora più forte e incisivo, davanti al tentativo di destrutturare una serie di garanzie sociali che proprio nel Parlamento risiedono. E questo ultimo rimarrà, volenti o nolenti renziani, banche e finanziari, il centro delle istituzioni, su mandato popolare e, chissà, magari con una legge elettorale priva di maggioritario, magari nuovamente proporzionale: proprio come ai tempi della tanto vituperata “prima repubblica”, quando il voto mio e quello del senatore Agnelli, almeno sul piano formale, erano equipollenti.
Poi, indubbiamente, chi si assicurava il mio al massimo poteva garantirsi il sincero accreditamento di delega di un cittadino e chi, invece, si assicurava quello di Agnelli poteva contare magari sull’appoggio della più grande industria italiana alle politiche che avrebbe portato comunque davanti ad un Parlamento per ottenere una fiducia frutto di una ricerca di consenso governativo tutta interna all’organo bicamerale. Perfettamente bicamerale.
La vittoria del NO è la sconfitta della banalità, del vuoto renziano fatto di immagini e rappresentazioni concettuali prive di un aggancio sociale. Promesse che galleggiano (il termine è volutamente mutuato dai discorsi del presidente del Consiglio fatti nel pieno rispetto della par-condicio – pregasi notare l’ironia volutamente cercata ed espressa – durante la trasmissione di Fabio Fazio su Rai3) su file di numeri che non corrispondono ai conti della ragioneria generale dello Stato.
La controriforma renziana è il completamento di un ciclo di “cambiamento” delle istituzioni democratiche e repubblicane iniziato con il craxismo.
A distanza di quasi quarant’anni, tocca ancora battersi contro il tentativo di premierato forte, di governo “del capo”, di egemonia dell’esecutivo sugli altri poteri dello Stato, sulle altre istituzioni della Repubblica.
Dopo la vittoria del NO non termina alcuna battaglia, anzi. Ne inizieranno molte altre volte a riaffermare le condizioni per lo sviluppo di diritti sociali cancellati e di diritti civili mai venuti completamente alla luce della legittimità decretata dalla legge.
Ma il presupposto imprescindibile per non far precipitare l’Italia in un piano discendente e consumante l’intero impianto democratico, l’unica possibilità che abbiamo è votare in massa e far votare in massa NO il 4 dicembre.
Sconfiggere il renzismo, vuol dire oggi mettere una linea di continuità alla coerente opposizione fatta a suo tempo tanto al craxismo quanto al suo erede più ignobile: il berlusconismo. Un erede che ne ha avuto, nel frattempo, un altro: il movimento attorno al quale un semplice presidente di provincia è stato individuato da Tony Blair come rampante promessa di un cambiamento a favore dei poteri forti a suo tempo e, in pochissimo tempo, è divenuto sindaco di Firenze, padrone del PD e ora punta al premierato italiano.
Possiamo mettere fine a tutto questo con il voto. Con il NO. Restare a casa equivarrebbe a consegnare l’Italia alla felicità dei grandi finanzieri, di JP Morgan e di molti altri banchieri pronti a battere cassa sulle spalle di chi fa sempre più fatica a sbarcare il lunario…

MARCO SFERINI

18 novembre 2016

foto tratta da Pixabay

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