Referendum, lo scontro non è tra il vecchio e il nuovo

La macchiettistica rappresentazione messa in scena alla Leopolda ha tentato di individuare ancora una volta nella dicotomia tra il vecchio e il nuovo il nodo centrale del sistema politico...

La macchiettistica rappresentazione messa in scena alla Leopolda ha tentato di individuare ancora una volta nella dicotomia tra il vecchio e il nuovo il nodo centrale del sistema politico italiano. Nodo che dovrebbe essere sciolto definitivamente il prossimo 4 Dicembre, giorno del referendum confermativo considerato “la madre di tutte le battaglie”.

Naturalmente non è così, anche se è indubitabile che su quella scadenza s’intreccino elementi di diversa natura che rendono il quadro molto complicato. Se vogliamo però cercare un punto di riferimento in questa occasione sul quale ragionare in profondità dobbiamo cercare altrove rispetto al derby “passato – futuro” disegnato da Renzi e i suoi.

Sarebbe forse il caso che qualcuno dei soloni dell’analisi socio – politica fautori della governabilità ad ogni costo riflettesse sulle condizioni di fortissimo disagio in cui versa il sistema politico italiano nei riguardi del complesso della società e sulla risposta di tipo autoritario che emerge dall’insieme del ceto governativo.

Siamo di fronte ad un ceto (politici di professione, banchieri, una parte ristretta del capitalismo italiano, eurocrati) che ha assunto una funzione di potere (e non di governo) al di fuori da un qualsiasi credibile meccanismo di legittimazione.

Un ceto che ha assunto il potere facendosi rappresentare da un cosiddetto “uomo solo al comando” il cui unico titolo, in questo senso, è quello di essersi imposto in cosiddette “ primarie” di Partito.

Una manovra, quella che ha portato alla formazione del governo Renzi, del tutto da considerarsi ai limiti della legalità costituzionale e verificatasi per di più in un quadro di crisi verticale nella credibilità complessiva del sistema.

Una crisi verticale del sistema che si esprime in varie forme ben oltre a quella assolutamente evidente in dimensioni vistose del calo verticale nella partecipazione elettorale. Questo fatto ha prodotto una divisività profonda che si esprime a diversi livelli

La risposta dei manganelli rivolta alle parti più combattive e coerenti del dissenso è , tra l’altro, davvero quella che esprime “l’animus” di questo presunto gruppo dirigente oggi al potere.

 Tutto ciò avviene, per giunta, in una fase di profonda crisi della democrazia liberale i cui fautori tendono a modificarne i meccanismi in senso verticistico (attraverso cambiamenti ai metodi di espressione della sovrastruttura politica e della rappresentanza istituzionale) che si scontrano con il prevalere di un’organizzazione “orizzontale” di una società sempre più articolata nell’espressione delle sua contraddizioni.

E’ almeno sorprendente che, in questo senso, si facciano passare per “novità” antiche teorie oggi riscoperte sotto falso nome: dal plebiscitarismo di Le Bon alla teoria delle élite di Mosca e Pareto.

Un sistema, quello prefigurato soprattutto nelle modifiche costituzionali, all’interno del quale è assente pressoché completamente l’espressione della rappresentanza politica.

Così si è creato un vuoto nella società italiana (fenomeno che ha trovato riscontri anche in altre situazioni, peraltro) che si sta cercando di riempire con questo tentativo di superamento del concetto di democrazia repubblicana sancito dalla Costituzione.

Un pericolo da respingere immediatamente :Il mezzo più efficace, in questo senso, rimane il NO nel referendum del 4 Dicembre.

FRANCO ASTENGO

redazionale

foto tratta dalla pagina Facebook del Comitato per il NO

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Politica e società



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