Rappresentanza politica e democrazia diretta

“Rousseau non è una moda passeggera. La democrazia diretta e partecipata è il futuro”. Nel giorno in cui il primo cinquestelle – il presidente della Camera Roberto Fico –...

“Rousseau non è una moda passeggera. La democrazia diretta e partecipata è il futuro”. Nel giorno in cui il primo cinquestelle – il presidente della Camera Roberto Fico – partecipava a una festa dell’Unità (a Ravenna), Davide Casaleggio scriveva un lungo post pubblicato sul Blog delle stelle, dal titolo “La democrazia non è un voto”, in cui prende in esame l’evoluzione della partecipazione democratica. E torna sulla convinzione che in futuro il Parlamento – ovvero la democrazia rappresentativa – non esisterà più.
Spiega il figlio del cofondatore del Movimento 5 stelle: “Oggi alcuni pensano che la Rete non permetta la partecipazione alla vita politica. Gli stessi sono convinti che il modello ottocentesco di organizzare la politica sia qui per restare. Ma per quanto ci si opponga, al cambiamento non interessa se siamo pronti o meno ad accoglierlo”.

Si tratta di posizioni al riguardo delle quali vanno opposte argomentazioni adeguate non sottovalutandole.

Il tema della “qualità della democrazia” appare come centrale, anche dentro un’operazione politica che tenda a costruire un’alternativa concreta all’attuale quadro politico e alle suggestioni che Lega e M5S stanno lanciando.

Si tratta di elaborare un discorso credibile nella necessaria contrapposizione tra idea della rappresentanza politica e idea della democrazia diretta, così come questa è stata concepita attraverso proprio la piattaforma Rousseau.

E’ indispensabile elaborare un quadro di riferimento per un’idea di rappresentanza politica in grado di prestare però grande attenzione al tema della partecipazione.

Bisogna, infatti, tornare a far comprendere come la politica non sia soltanto costituita dalle modalità e procedure del processo decisionale.

In realtà ci troviamo in una situazione già diversa anche da quella teorizzata da Bernard Manin con la “Democrazia del pubblico”, beninteso del “pubblico” che paga e assiste senza intervenire.

L’idea della democrazia diretta attraverso il web si sostanzia, in realtà, attraverso l’operato di un qualche “influencer” che orienta e manipola la minoranza chiassosa che affolla il web determinando così la propria (dei manipolatori) capacità di pressione sulle politiche pubbliche e le nomine.

In pratica la democrazia diretta mutuata attraverso la piattaforma Rousseau indica il web come luogo d’esercizio di nuove forme di lobbismo e di corporativismo.

Neo – corporativismo legato alla pratica dell’oggi e non oltre: di conseguenza la cosiddetta “democrazia diretta nella versione Rousseau non è altro il semplice attaccamento all’oggi, la somma degli egoismi individualistici.

Nel corso degli anni è venuta progressivamente a mancare, e ne stiamo verificando gli effetti, l’appartenenza a un’idea di fondo (per non dire di un’ideologia) tra individuale e collettivo (tanto per usare schemi antichi) e la riconoscibilità della propria condizione sociale (ormai confusa nello stemperarsi elettoralistico della fisonomia dei partiti e nella perdita di ruolo dei “corpi intermedi”).

Riconoscibilità della condizione sociale che dovrebbe condurre e recuperare l’idea di appartenenza, prevalente sulla labilità dell’opinione e sulla bassa opportunità dello“scambio”.

Nessuno o quasi sembra rifletterci.

Eppure emerge, senza che appunto la “democrazia diretta” possa far immaginare almeno l’edificazione di un argine, la recrudescenza della condizione di classe caratterizzata dall’intensificazione dello sfruttamento e dalla precarietà del lavoro realizzata anche attraverso l’utilizzo strumentale dell’innovazione tecnologica misurata proprio in una dimensione ferocemente classista.

Una recrudescenza della condizione di classe estesa ad ambiti oltre a quelli un tempo investiti dalla classica “contraddizione principale” in un quadro di arretramento verticale (processo in atto da oltre un trentennio) rispetto a quanto realizzato, sia pure di parziale, nel corso dei cosiddetti “30 gloriosi”.

La sola possibilità che si apre per un’idea di presenza che risulti all’altezza della complessità di contraddizioni in atto è ancora quella che intreccia il sociale con il politico al fine di realizzare una ricerca al riguardo della dimensione della rappresentanza politica e quindi del ruolo dei partiti e della loro presenza sul territorio.

Quello della rappresentanza politica deve continuare a rappresentare il terreno sul quale esprimere un fondamentale concetto di appartenenza.

Appartenenza e rappresentanza debbono risultare strettamente intrecciati nel cercare di recuperare il senso della politica militante ed anche della presenza istituzionale, in una fase di vero e proprio svuotamento dei consessi elettivi a tutti i livelli.

A futura memoria si ricorda, infine, che lo stesso concetto di “rappresentanza politica” è questione complessa che prevede non la semplice assunzione di una dimensione di relazione diretta con presunte priorità spesso rappresentate da lobbie e da “minoranze rumorose”, ma espressione d’indirizzo, progettualità, costruzione sociale.

Ritorna il tema della funzione pedagogica dei soggetti politici e, forse, è proprio questo il punto nevralgico di tutta la difficile partita che si sta svolgendo nel quadro di un’evidente difficoltà presente nell’impianto classico della cosiddetta “democrazia liberale”.

FRANCO ASTENGO

6 settembre 2018

foto tratta da Pixabay

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