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Politica e società

Quando i programmi non sono più in discussione

Sebbene il Paese sia attraversato da rigurgiti fascisti a cui occorre rispondere in modo proporzionato, osservo che dal dibattito politico è scomparso il programma e il progetto di Paese che sottende lo stesso programma. In qualche misura la polarizzazione del dibattito politico tra razzismo-fascismo e antifascismo, annega la discussione su come affrontare le grandi sfide economico-sociali che l’Europa e il Paese devono affrontare.

L’Europa e la società civile hanno risposto all’imbarbarimento quando i principi della rivoluzione francese e la politica del ben-essere hanno trovato una sintesi progettuale. Diversamente, la risposta etica e morale al fascismo – nessuno può farsi giustizia da solo – annega senza una sponda progettuale. Sono abbastanza convinto che una parte del rigurgito fascista è direttamente proporzionale alle politiche economiche adottate tra il 2008-2016 (si veda Freccero e Dal Monaco del 13 febbraio), e nessuno sembra avere la necessaria consapevolezza di questa relazione. Sarebbe auspicabile che le formazioni politiche che si contendono la conquista di Palazzo Chigi chiarissero fin da subito in che modo intendano far fronte alle sfide che l’Europa e il paese devono affrontare. Il sole 24 ore e la fondazione Edison da tempo indagano i programmi dei partiti circa le tasse, le politiche per lo sviluppo e il bilancio pubblico. Pur non condividendo l’analisi effettuate, hanno il merito di misurare le proposte programmatiche che sono alla base di qualsiasi iniziativa di governo.

Se leggiamo i contenuti economico-fiscali di tutte le forze politiche è evidente che sono “balle”. Penso alle proposte di riduzione della pressione fiscale: 65 mld per il centrodestra; 23 mld per il PD; 13 mld per il Movimento 5 stelle (in realtà sono 70); 20 mld per Liberi e Uguali. Queste proposte hanno dei contenuti molto diversi – sinistra e destra hanno ancora senso -, ma non intercettano la questione fiscale in senso compiuto. Per lo più si tratta di mirabolanti promesse, gran parte delle quali irrealizzabili, che non si misurano con il lascito (devastante) delle politiche del Governo Renzi prima e Gentiloni dopo. Il punto è che la prossima legge di Bilancio dovrà incaricarsi – come avvenuto negli ultimi tre anni –di evitare che dal 2019 aumentino Iva e accise per 12,5 mld di euro (le così dette clausole di salvaguardia). Altro che riduzione del prelievo fiscale. Si potrebbe utilizzare la scorciatoia di aumentare il deficit, ma sarebbe l’ennesimo slittamento che fa inorridire l’Europa, ma anche chi scrive.

Più sensato sarebbe l’allargamento della base imponibile dell’IRPEF che attualmente è pagata solo dal lavoro (85%). Magari si potrebbe recuperare lo spirito della prima riforma fiscale del 1973, introducendo imposte e/o tasse legate a nuovi presupposti di imposta sui fattori che generano reddito; penso all’ambiente, all’etere, all’energia e via discorrendo.

C’è poi il problema del così detto pareggio di bilancio strutturale che secondo Bruxelles, calcolato al netto delle variazioni del ciclo economico e delle una tantum, va ridotto di almeno lo 0,2% del Pil (dunque 3,4 miliardi) in modo da assicurare la parabola discendente del debito. Secondo il Governo, che ripropone la giusta vexata quaestio dei difformi criteri di valutazione del Pil potenziale (l’output gap), gli obiettivi saranno rispettati. Il punto è: come la sinistra intende inserirsi nella discussione di riforma delle istituzioni europee a partire dal Fiscal Compact o dalla proposta di istituire un Fondo Monetario Europeo?

Il rigurgito reazionario di questo periodo è direttamente proporzionale all’incapacità delle forze politiche di offrire delle risposte adeguate circa il salario, sullo stato sociale e sulla ricerca-conservazione del posto di lavoro. Così come si manifesta la risposta della politica, al netto delle tante e brave persone che si sentono antifasciste – penso a Pino, il protagonista de Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino -, registro un silenzio così assordante che spaventa quanto e come il rigurgito fascista.

ROBERTO ROMANO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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