Palestina, tra narrazioni egemoniche e controegemoniche

«Il diritto umano di dominare», di Nicola Perugini e Neve Gordon per Nottetempo

Cosa sono, oggi, i diritti umani? La domanda è anche il filo rosso che si snoda lungo i quattro capitoli del volume di Nicola Perugini e Neve Gordon, Il diritto di dominare (Nottetempo, pp. 240, euro 16,50). Il testo prende in considerazione l’intero spettro dei soggetti che si occupano di diritti: istituzioni internazionali, corti di giustizia e ONG, ma anche agenzie di sicurezza nazionale, organismi militari e organizzazioni portatrici di interessi specifici e omogenei alle strutture di potere. Il caso Israele/Palestina, in tale prospettiva, è analizzato ponendo attenzione alle tante sfaccettature nelle quali il diritto è legato alle forme di dominio.

I diritti umani come un campo univoco? Assolutamente no. Si pensi alla campagna di Amnesty International contro il ritiro delle truppe dall’Afghanistan in occasione del vertice NATO di Chicago del maggio 2012. Nel poster, che ritraeva due donne col burqa insieme a una bambina, c’era scritto: “Diritti umani per donne e bambini in Afghanistan. Nato: occorre portare avanti il progresso!”. Questo ed altri esempi portano gli autori a formulare alcune riflessioni sulla retorica dei diritti umani. Essa è, al tempo stesso, uno strumento politico e un quadro epistemico che plasma “il modo in cui i diversi attori concepiscono la propria posizione nello spazio sociale e il significato politico degli eventi di cui essi sono testimoni o che li riguardano”. I diritti umani, quindi, sono intesi come un concetto conflittuale e sovradeterminato che hanno il potenziale di assumere sempre nuovi significati politici, confermando o invertendo quelli precedenti. Anche se si presentano come universali, sono, in realtà, uno dei luoghi in cui si confrontano narrazioni egemoniche e controegemoniche.

Gli autori tracciano l’evoluzione del concetto di diritti umani a partire dalla dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948, passando per il processo Eichmann, gli anni di Oslo e giungendo alla Seconda Intifada. Il 27 dicembre 2008 parte l’operazione israeliana “Piombo Fuso”. In ventitré giorni Gaza si trasforma in un inferno. 1389 sono i palestinesi uccisi. L’ONU apre una missione investigativa per accertare eventuali violazioni da parte israeliana. Richard Goldstone, che la dirige, a luglio presenta i risultati: sia Hamas, sia Israele hanno violato le norme umanitarie. Immediata è la replica di Netanyahu che considera Goldstone una minaccia per lo stato israeliano. Inizia, a questo punto, la guerra giuridica di alcune ong, come NGO Monitor, contro le organizzazioni che avevano denunciato le violenze commesse da Israele. Proprio nella misura in cui il diritto internazionale è inteso come una minaccia per Israele, la Knesset approva, nel gennaio 2011, una commissione d’inchiesta sulle fonti di finanziamento delle ong accusate di “delegittimare” l’esercito israeliano. In Israele/Palestina – commentano Perugini e Gordon – “la nazionalità corrisponde alla dominazione coloniale, e ogni forma di protezione ispirata ai diritti umani dei palestinesi è percepita dal dominante come una minaccia per il carattere etnocratico dello Stato”. L’economia dei diritti umani, quindi, avviene in un campo conteso da più soggetti e implica “il conferimento di diritti ad alcuni gruppi a discapito di altri”.

Il campo dei diritti umani è attraversato da narrazioni che mirano a legittimare uccisioni e attacchi di Israele contro i palestinesi. È il caso della campagna delle Israel Defense Forces in occasione di “Piombo fuso”. In essa si sostiene che ogni chiesa, moschea, ospedale o scuola può nascondere terroristi. Di conseguenza, tutti questi luoghi sono legittimi obiettivi perché presunti depositi di armi. Parimenti, alcune ong, come Yesha for Human Rights, hanno prodotto retoriche che rappresentano Israele come una “democrazia a rischio” e i coloni come vittime di un programma di pulizia etnica pianificato dallo stato. Ne emergono narrazioni, come quella della ong Regavin, che rivendicano il diritto all’espulsione dei palestinesi e di conquista di nuovi territori.

Il libro di Perugini e Gordon parla di Israele/Palestina, ma riporta, attraverso i discorsi sui diritti, ad altri contesti. Come quello del Mediterraneo, tra criminalizzazioni delle ong e inaccettabili codici di condotta per salvare vite umane.

GABRIELE PROGLIO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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