Orlando: «Andiamo a riprendere chi è andato a casa»

Democrack. Orlando fra emozione, foto di Moro, Berlinguer e Obama: mi candido a segretario del Pd per rifare il centrosinistra. L’ultimo affondo dei renziani sulle primarie il 9 aprile, sognando il voto a giugno. Il no dei due sfidanti

«Quello del 4 dicembre non è stato un voto contro Renzi ma il segnale enorme della distanza fra il Pd e il popolo del centrosinistra», per questo si candida, «per rifare il Pd, non possiamo sprecare tutta la strada che abbiamo fatto». Andrea Orlando, ministro di Giustizia, è emozionato, gli occhi azzurri sono lucidi quando rifiuta di essere «il rosso» del «presepe», lui che viene da una famiglia comunista di rito migliorista avverte che non cercherà di rimettere insieme le 50 sfumature di rosso, «compagni io sono di sinistra ma voglio rifare il centrosinistra, senza l’Italia non ce la fa».

C’è del berlinguerismo dell’anima quando ammette di avere «un carattere che non mi spinge a candidarmi. Ma penso di saper unire», risponde a quelli che dicono di lui «è bravo ma non combatte».

Invece ha deciso di lanciarsi nella missione impossibile, la corsa che Renzi ha già in tasca, il ring dei pesi massimi degli opposti populismi, quello di Renzi che è andato «a ossigenarsi il cervello» nella Silicon Valley e quello di Emiliano alle cozze pelose e che alla stessa ora annuncia di votare per i referendum contro i voucher. Orlando si sfila dalle corde, «non userò mai le parole dei populisti, non delegittimerò l’avversario».

Il circolo Marconi, ex sezione Pci Porto Fluviale, è strapieno. Inzeppato di militanti entusiasti profughi dello scampato renzismo. Sono arrivati anche tanti parlamentari, non solo della ex sua corrente dei giovani turchi (oggi divisa, come tutte a questo giro), l’aria è quella di una riunione di quello che Renzi ha diviso, tutti pentiti ma non troppo: il suo «angelo custode» Daniele Marantelli, l’ex tesoriere Pd Antonio Misiani, l’ex segretario di Roma Miccoli – che è stato il più ’tosto’ contro il commissario Orfini – la sottosegretaria Velo, Vaccari, Covello, Bordo, Ventricello, Pes, Rossomando, Meta.

Non c’è il presidente Nicola Zingaretti, ma ha fatto sapere che sta con lui («il partito va cambiato»). C’è invece Maurizio Venafro, ex dirigente regionale dimessosi dopo un’indagine finita nel nulla, che è rimasto nel Pd anche dopo che il suo candidato Enrico Rossi se n’è andato.

Per Orlando si sono schierati uomini come Goffredo Bettini, Luciano Violante, Ugo Sposetti, tre ex pci ma che più diversi non si può. Fa appello a ai bersaniani che se ne vanno (ieri l’addio del viceministro Bubbico, oggi forse l’annuncio dei nuovi gruppi)? «Non credo che servano più purtroppo. Ma dobbiamo andarci a riprendere chi se n’è andato a casa». Anche se sa che la sua decisione di correre può stoppare la vena aperta sul fianco sinistro del partito. In tanti gli hanno chiesto di correre per questo, e anche a Renzi questo non dispiace.

Ma al circolo Marconi «tutti presenti». Alle pareti foto di Berlinguer, Moro, Petroselli, una maglietta di Obama e il manifesto con le facce degli iscritti. Sono gli «indomabili», hanno dato filo da torcere al commissario Orfini e sono orgogliosi della loro storia: «Questa sede? Ce la siamo ricomprata tre volte, il partito ce la vendeva e noi ce la ricompravamo», racconta il «compagno Paolucci» mentre occupa una sedia per cederla alla segretaria, Teresa Di Sarcina, come si faceva una volta.

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DANIELA PREZIOSI

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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