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Marco Sferini

Oliver Twist nel 2017: pane e olio per chi non paga la mensa

Pane o olio. Pane e burro. Già troppo da ricchi il secondo. Il primo può bastare per i figli dei genitori che non hanno pagato la retta della mensa scolastica. Pane e olio per pranzo, mentre gli altri bambini possono accedere al menu completo.
Esistono probabilmente due casistiche tra chi non paga: chi non può veramente pagare e chi invece fa il furbetto.
In ambedue i casi è giusto riversare sui bambini una discriminazione che non è direttamente riconducibile a loro? Insomma, se sono “minori”, quindi tutelati dalle loro famiglie, non può lo Stato far pagare al tutelato ciò che il tutelando non tutela.
Della volontà specifica se ne dovrebbe discutere in seconda battuta, perché qui si tratta anzitutto di un comportamento che rientra negli obblighi pubblici rispetto ad un servizio che è anche di prima necessità: dar da mangiare ai bambini dei genitori insolventi un pezzo di pane con dell’olio è una mortificazione non solo dell’animo del piccolo o della piccola che si vedono trattare come Oliver Twist nella Londra di fine secolo scorso o come la povera Cosette ne “I miserabili” di Hugo, ma è anche una mortificazione dello stomaco.
E se si mangia poco, male o di fretta ne risente di conseguenza anche il rendimento scolastico: senza carburante – ci insegnano tutti i nutrizionisti – la macchina non lavora.
E’ mai possibile che un dirigente scolastico arrivi ad assumere un comportamento e a prendere una misura, non una decisione perché non siamo davanti ad una decisione sensata, che lede intelligenza, psicologia e salute dei ragazzi e delle ragazze che frequentano un qualunque istituto scolastico contraddicendo qualunque elementare principio di intelligenza prima ancora di eguaglianza di tutti i cittadini?
Se non fosse di questi giorni, una notizia di questo genere starebbe bene appunto nella letteratura di fine ‘800 e di inizio ‘900 quando si illustravano con dovizia di particolari le discriminazioni che subivano i bambini e i lavori faticosissimi cui erano sottoposti in virtù del fatto che, anche quando nacquero le prime organizzazioni sindacali, ai bambini non era consentito associarsi per rivendicare dei diritti: lo sfruttamento continuava fuori dall’ambito di lavoro, di sfruttamento della loro mano d’opera. La vessazione continuava in società, la discriminazione era fondata proprio sull’appartenenza al “ceto”, alla classe sociale.
“Chi paga qui è considerato stupido”. Quante volte ho sentito questa frase e me la sono detta anche io vedendo che su cento che parcheggiavano un’automobile erano magari solo venti quelli che prendevano il biglietto e poi pagavano la sosta.
Quante volte questa frase m’è risuonata rabbiosamente in testa quando ho preso un autobus e ho visto che delle quaranta persone assiepate sopra avevano, sì e no, obliterato il biglietto soltanto una quindicina…
“Ma allora io sono stupido!”, la reazione istintiva, di pancia, è questa: perché mai io debbo pagare il servizio e gli altri utenti no.
Tra loro c’è anche chi non può permettersi un biglietto, chi fa fatica a mettere un po’ di benzina nella macchina. Ma la reazione prima che scatta è rivolta a noi stessi: noi che possiamo pagare, quindi potremmo farne anche a meno se facessimo i furbi, se volessimo ciurlarla nel manico come si sul dire…
Ma non lo facciamo perché abbiamo il senso del bene comune, del rispetto della collettività nell’esercizio del dovere civico.
Tutto vero, tutto sacrosantamente difendibile secondo logica. Ma qui la logica cede il passo però anche alla realtà dei fatti: piccoli, medi e grandi truffatori ne sono sempre esistiti. Nel capitalismo, poi, sono endemici, sono una epidemia che il sistema si trascina dietro: laddove la legge è quella della sopravvivenza a scapito di altri, la corsa ad essere “più furbi” sotterra le norme del diritto, della legalità, della correttezza.
Vince chi è più scaltro, soprattutto se contravviene alle regole facendo finta magari di rispettarle.
C’è anche molto di umano in tutto questo, purtroppo. Ma esistono tuttavia anche situazioni che non possono essere accomunate in un unica voce perché sono distinguibili tra loro, perché sono per l’appunto originate da diversi fattori sociali.
Chi veramente non può pagare la mensa scolastica al proprio figlio o alla propria figlia non deve essere messo alla gogna: né il genitore e tanto meno il bambino. Ma deve essere sostenuto, aiutato proprio da quella collettività in cui il figlio condivide con gli altri ragazzi un percorso comune di apprendimento.
Se così non fosse, lo Stato sarebbe solo assistenzialismo e non condivisione di responsabilità ad iniziare dai primi fruitori di un servizio, di un “bene comune”.
Per questo, a scuola, in qualunque scuola, si deve apprendere non la discriminazione sulla base della furberia dei genitori o sulla base della loro vera e dignitosa indigenza. Perché la povertà non è mai disonore. Lo è la ricchezza fatta sulla pelle dei moderni proletari, dei moderni sfruttati.
E così, se a scuola si deve apprendere il sapere, si faccia apprendere ai ragazzi che è indegno sfruttare un bene comune a scapito proprio, così come è indegno fare profitti sulla scuola millantando che resti una “buona scuola”, una scuola che con il mercato condivide solo la speranza di migliorare la vita dei futuri cittadini di questo disgraziato Paese.

MARCO SFERINI

10 novembre 2017

foto tratta da Flickr

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