Morando chiude il capitolo pensioni. Che riaprirà a settembre

Manovra&Gaffe. Il viceministro all'Economia dimentica la trattativa aperta tra governo e sindacati. Intanto per non far aumentare l’Iva si prepara l’ennesima «spending review»

Si sa, non esiste ruolo più inutile del viceministro – o sottosegretario – all’Economia. Le decisioni le prende il ministro, i cordoni della borsa li tiene la Ragioneria generale e a te toccano solo le interviste ferragostane. Che spesso vengono smentite nel giro di qualche settimana da una sola dichiarazione di Pier Carlo Padoan. Probabile che accada anche questa volta all’ennesima sortita del viceministro Enrico Morando che in vista della manovra considera «le pensioni un capitolo chiuso». Un’uscita, la sua, quanto meno infelice visto che solo qualche settimana fa il suo quasi dirimpettaio di ufficio – il sottosegretario Pier Paolo Baretta – prometteva che la manovra avrebbe affrontato la proposta di riscatto gratuito della laurea per i millennials. Ma l’errore politico più grande di Morando è aver bellamente ignorato la trattativa portata avanti sul capitolo pensioni dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti – insieme al consulente di palazzo Chigi Marco Leonardi – con i sindacati che ha già un fitto calendario di incontri per l’inizio di settembre. Glielo ricorda per le rime il segretario confederale della Uil Domenico Proietti: «Il viceministro Morando di quale governo fa parte? Leggendo le sue affermazioni di oggi, il dubbio è legittimo. La vertenza previdenza non è chiusa, se è vero come è vero che il governo Gentiloni è impegnato in un serrato confronto con i sindacati sulla fase 2 – sostiene il sindacalista – . Il confronto verte sui giovani, donne, previdenza complementare e sul legame automatico all’aspettativa di vita che non è uguale per tutti i lavori. Su questi temi la Uil si aspetta risposte positive già il 30 agosto quando riprenderà il confronto con il governo», conclude Proietti.
In più esiste un fronte bipartisan in Parlamento guidato dai presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato Cesare Damiano (Pd) e Maurizio Sacconi (Ap) che ha chiesto – come tutti i sindacati – il congelamento dello scatto di 5 mesi dell’età pensionabile dal primo gennaio 2019 a causa dell’aggancio automatico all’aumento dell’aspettativa di vita prevista dalle varie riforme delle pensioni e reso più rigido dalla Fornero. Possibile, se non probabile, che se anche la manovra non lo preveda, nel passaggio parlamentare questa misura sia introdotta.
Il costo, come anticipato da Il Manifesto, varierebbe fra gli 1,2 e gli 1,5 miliardi l’anno. Una cifra non piccola ma comunque minore del risparmio che il furbo Padoan ha già portato a casa: tenendo le previsioni sulla crescita del Pil più basse (1,1 per cento nel Def) rispetto alla realtà (1,5 quasi assicurato) le stime parlano di una riduzione del recupero sul deficit compreso tra i 2 e i 4 miliardi. Cifra che – giustamente – da via XX settembre si invita a non chiamare «tesoretto», espressione che ha sempre portato male e che alimenta le richieste più disparate in fatto di spesa pubblica.
Quanto alla manovra lo stesso Padoan aveva già parlato mercoledì di «priorità giovani» che si tradurrà – e qua Morando si è accodato – in un taglio del cuneo fiscale del 50 per cento per i primi due anni a favore di chi assume giovani con un contratto a tempo indeterminato. In seguito la misura diventerebbe strutturale, con una riduzione del 4 per cento, diviso a metà tra lavoratore e datore di lavoro. Il costo si aggira sul miliardo l’anno.
La voce più importante della manovra rimane però la copertura delle clausole di salvaguardia per scongiurare l’aumenti dell’Iva. Le clausole partivano da 19,7 miliardi, ma il peso si è via via ridotto, grazie anche agli effetti strutturali (3,8 miliardi) della manovrina di primavera. Ora vanno trovati ancora poco meno di 7 miliardi. Al momento servono poi altri 1,7 miliardi per portare il deficit all’1,2 per cento dall’1,3 per cento tendenziale. Il target dell’indebitamento, però, sarà rivisto con la nota di aggiornamento al Def – il 27 settembre – che terrà conto dello sconto dello 0,5 per cento (dallo 0,8 allo 0,3) sulla correzione del deficit strutturale già accordato a Padoan dalla commissione europea.
Il governo dovrà trovare almeno altri 10 miliardi per riuscire a mantenere tutti gli impegni, compresi gli aumenti per gli statali e la confermare gli incentivi di Industria 4.0 in particolare l’iperammortamento al 250 per cento.
Su come reperire queste risorse la ricetta è sempre la stessa: niente patrimoniale ma l’ennesima spending review. Anche se da tagliare – specie nella sanità – non è rimasto nulla.

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Economia e società



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