Mario Tronti, il tempo della politica da una prospettiva radicale

È morto a 92 anni il filosofo e teorico dell’operaismo. Con il suo pensiero originale demolì il bagaglio storicista e progressista. Il suo libro «Operai e capitale» uscì nel 1966: oggi tradotto in più lingue è ancora fonte di feconde riflessioni
Mario Tronti

Il percorso politico e intellettuale di Mario Tronti è stato lungo e, per certi aspetti, anche tortuoso; ma in esso il libro del 1966 Operai e capitale, che proprio negli ultimi lustri è stato tradotto e discusso ai quattro angoli del mondo, resta un passaggio decisivo, dal quale non si può non partire nel riflettere sul contributo del filosofo romano. Non perché il resto non sia importante. Ma il fatto è che Operai e capitale assunse (e assume ancora oggi) un rilievo eccezionale per una serie di motivi che vanno ricordati.

Prima che i contenuti, il libro di Tronti (che raccoglieva saggi apparsi perlopiù sulle riviste Quaderni rossi e Classe operaia) rivoluzionava nientemeno che il linguaggio della teoria marxista. Certo, lo si poteva criticare per una certa enfasi espressiva. Ma sta di fatto che, con Tronti, la teoria marxista veniva linguisticamente svecchiata in modo radicale. Non parlava più un gergo ottocentesco, idealistico, storicistico. Cercava espressioni secche, sintetiche e folgoranti. Usava la lingua della grande cultura antistoricista, di Nietzsche, di Weber, di Musil.

Ovviamente la rivoluzione linguistica (oltre che politica, ma ci arriveremo) era innanzitutto una rivoluzione culturale. Per primo dopo i francofortesi, che lo avevano fatto negli Quaranta, Tronti contaminava Marx con Nietzsche. E, attingendo al nichilismo e al pensiero negativo (nelle cui pieghe si sarebbe immerso poco dopo Massimo Cacciari) demoliva tutto il bagaglio della cultura storicista e progressista, scrivendo pagine che oggi sicuramente ci possono sembrare anche ingenue, ma che avevano il pregio di mostrare con chiarezza dove si voleva andare a parare.

Sbarazzarsi della leggenda di una cultura borghese progressiva che il movimento operaio avrebbe dovuto ereditare. Congedarsi da ogni critica sociale di tipo moralistico e umanistico per attestarsi su una posizione rigorosamente di parte, su quello che Tronti chiamava il «punto di vista operaio». Un’operazione molto in sintonia con quella che, negli stessi anni, proponeva Alberto Asor Rosa, che demoliva il progressismo letterario nel suo libro del 1965 Scrittori e popolo.

In quegli straordinari anni Sessanta, che si sarebbero conclusi con l’esplosione dei grandi movimenti studenteschi, giovanili e operai, gli «operaisti» (appunto) proponevano una loro ipotesi radicale di marxismo rinnovato, che si affiancava a quelle, forse meno iconoclaste, del francofortismo e dell’althusserismo.

Ma la peculiarità dell’operaismo era che in esso teoria e politica marciavano strettamente a braccetto, cosa che per gli altri neomarxismi era molto meno vera. Si sviluppano così le grandi esperienze politico-culturali di cui Tronti è tra i protagonisti. Prima la rivista e il gruppo di «Quaderni Rossi», che fa capo a Torino e a Raniero Panzieri. Poi la separazione da Panzieri in nome di un recupero del leninismo, e la nuova esperienza politica che si raccoglie attorno alla rivista Classe operaia, che cessa le pubblicazioni nel 1967.

Seguì la partecipazione alla rivista Contropiano, fondata nel 1968 da Asor Rosa, Cacciari e Negri. È in questo contesto culturalmente e socialmente vivacissimo che nascono le grandi innovazioni teoriche trontiane, come la decisa politicizzazione della teoria (non c’è scienza neutrale, ma punti di vista di classe contrapposti – una tesi, a mio parere, molto discutibile e dubbia) e soprattutto l’idea che nel confronto/scontro tra classe operaia e capitale la classe non è l’elemento passivo, ma attivo; è la classe che ha l’iniziativa, è la sua lotta che costringe il capitale a rinnovarsi e a trasformarsi; è a partire da essa che vanno comprese le dinamiche di sviluppo della società.

Anche quando la stagione dei conflitti e dei movimenti sarà ormai trapassata, Tronti continuerà senza deflettere la ricerca di una prospettiva altra e radicale dalla quale mettere in discussione le certezze della tarda modernità democratico-capitalistica. Verso la fine degli anni Settanta si sviluppa la sua riflessione sull’Autonomia del politico (titolo di un fortunato volumetto che uscì nel 1977 per i «materiali marxisti» di Feltrinelli) e si snoda la riflessione teorica sui grandi autori della politica moderna; o meglio sui classici che a lui piacevano, cioè quelli che ne avevano dato una lettura duramente realistica: Machiavelli, Hobbes, Hegel, e per finire Carl Schmitt, colui che aveva ridotto la politica alla scelta senza mezzi termini tra amico e nemico.

C’è da dire però, che paradossalmente, questa ricerca sulla politica viene sempre più segnata dalla consapevolezza che, finito il Novecento, la grande politica se n’è andata con esso e, anzi, la politica appare sempre più consegnata all’insignificanza e alla incapacità di incidere sulla totalità onnipervasiva del liberal-capitalismo.

Nella sua critica della omologazione democratico-capitalistica, del totalitarismo morbido che la caratterizza, della servitù volontaria che l’accompagna, Tronti sembra seguire le orme del Tocqueville critico della democrazia in America. Mentre la sua ricerca di un’alterità radicale lo rende sempre più attento alle tematiche della religione e della teologia politica.

La sua vicenda intellettuale è in qualche modo anche la registrazione di uno scacco: la nostalgia per la «grande politica», l’esigenza sacrosanta che la politica ritrovi un suo ruolo e un suo significato, devono prendere atto del suo depotenziamento in un mondo dove altre sono le forze e i poteri più influenti.

STEFANO PETRUCCIANI


Un rivoluzionario in esilio

Nato a Roma 92 anni fa in una famiglia di proletari, scomparso nell’amata Ferentillo in Umbria, Mario Tronti ha insegnato per trent’anni all’università di Siena, è stato deputato del Pds e senatore del Pd. Una volta si è definito un «rivoluzionario in esilio». Questo è anche il titolo di una bella raccolta di interventi pubblicata in occasione dei suoi novant’anni, a cura di Andrea Cerutti e Giulia Dettori per Quodlibet (2021).

Molte delle sue opere principali sono state tradotte in diverse lingue, a testimonianza del grande interesse suscitato da un pensiero che, pur avendo accettato la sconfitta della «sua» parte, il comunismo, non ha smesso di cercare le strade della resistenza e del contro-potere. Operai e capitale (DeriveApprodi), testo fondatore con i Quaderni Rossi dell’operaismo, capolavoro di una gioventù militante e geniale, che poi è stato tradotto in inglese da Verso Books e in francese per Éditions Entremonde.

Più di recente, in Noi operaisti (DeriveApprodi) Tronti fece un bilancio della sua esperienza. Sull’autonomia del politico, testo che inizia una nuova fase diversa del suo pensiero oggi è contenuto nella straordinaria antologia degli scritti dal 1958 al 2015: Il demone della politica. Uscito per Mulino è stato curato da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila Mascat. Insieme a molti altri scritti è stato tradotto in inglese in The Weapon of Organization: Mario Tronti’s Political Revolution in Marxism (Common Notions).

Un’altra fase del pensiero trontiano inizia con La politica al tramonto (Einaudi). Filosofo prolifico del «pensare estremo, agire accorto») Tronti ha pubblicato Dello spirito libero (Il Saggiatore). Andranno riletti, anche in una prospettiva di storia della politica, libri come Con le spalle al futuro (Editori Riuniti).
Di sé Tronti ha detto: «Chi è contro oggi sarà considerato contro anche domani. In fondo, il mio può declinarsi come un caso di innere Emigration, di presenza e di isolamento sia dentro la società nemica che dentro la politica amica: presenza scaricata nel libero spirito della lotta, isolamento sublimato nella libera scelta della solitudine. Ecco la mia libertà comunista».

RO. CI.

da il manifesto.it

foto: screenshot tv

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