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Politica e società

Legge elettorale, scacco al PD

«Le volpi finiscono in pellicceria» disse Craxi di Andreotti. Dopo mesi di furbizie sulla legge elettorale, Renzi sembrerebbe essere stato incastrato da Brunetta. Solo le divisioni interne a Forza Italia richiedono il condizionale. Berlusconi potrebbe ripensarci, ma intanto mentre annuncia su Panorama che non ci sono le condizioni per un nuovo patto del Nazareno, si rimangia la disponibilità a trattare su quello che il Pd chiama modello tedesco e sposta Forza Italia sulla proposta grillina: l’estensione dell’Italicum dalla camera al senato. Renzi è spiazzato e così è il Pd a far slittare ancora una volta la presentazione del testo base: doveva essere oggi, ma serviranno altre riunioni fuori e dentro la prima commissione.

Eppure era Renzi quello che accusava la camera di perdere tempo. Tra le tante proposte di legge elettorale avanzate, annunciate, smentite dal segretario Pd c’è stata per un momento anche l’estensione dell’Italicum al senato, quello che i grillini chiamano «Legalicum». Un modo per armonizzare i due sistemi elettorali – la richiesta di Mattarella – che richiede però correttivi non piccoli. A questa ipotesi il Pd avrebbe preferito il tedesco «all’italiana», nel quale la logica che vale in Germania, dove l’uninominale è al servizio dell’impianto proporzionale, è rovesciata. Ma anche il mantenimento puro e semplice delle due leggi – Italicum e Consultellum per quel che ne resta dopo le sentenze della Consulta – va bene al Pd. Per non riaprire la partita sui capilista bloccati e per salvare le altissime soglie di sbarramento del senato.

Il via libera di Brunetta all’allargamento dell’Italicum si giustifica con il fatto che se nessun partito raggiunge il 40%, il premio di maggioranza non scatta e la legge resta quel proporzionale che a Berlusconi piace tanto. La mossa fa arrabbiare il capogruppo dei senatori forzisti Romani – in generale al senato si soffre che la partita si stia giocando solo nell’altra camera, quando le novità peseranno soprattutto sui senatori. La lite dentro Forza Italia diventa pubblica (oggi riunione dal Cavaliere per venirne fuori, ma la linea Brunetta sembra maggioritaria), e mette in ombra la sconfitta tattica del Pd. In mezzo il relatore Mazziotti, che vede sfumare la possibilità di concludere i lavori in commissione entro fine mese, per passare il testo all’aula. Come da previsione della presidente Boldrini, consegnata al comitato del No già parecchi giorni fa.

Detto dello scacco renziano, bisogna anche dire che la maggioranza registrata ieri sull’allargamento dell’Italicum è più di forma che di sostanza. Perché l’allargamento prevede modifiche, e ogni partito ha le sue: tutte diverse. Per Forza Italia bisognerebbe toccare il meno possibile, estendendo anche i capilista bloccati (adesso al senato è prevista una preferenza). Per i bersaniani di Mdp bisogna invece partire dalla cancellazione dei capilista. Per Fratelli d’Italia bisognerebbe addirittura moltiplicare le già tante pluricandidature (dieci). Per i centristi bisognerebbe trasformare il premio alla lista in un premio di coalizione e soprattutto armonizzare le soglie abbassando quella del senato, dall’8% al 3%. Per il M5S l’allargamento andrebbe fatto pescando dalla proposta Fragomeli (Pd) che sostanzialmente concede una chance di vittoria anche a chi non raggiunge il 40% ma si ferma al 37%. La sintesi dell’avvocato Besostri, che con i suoi ricorsi ha fatto a fette le leggi precedenti, è che «l’Italicum 2.0 è solo un’operazione di chirurgia plastica, ci stiamo avviando alla terza legge incostituzionale dopo il Porcellum e l’Italicum. Addirittura due nella stesa legislatura, sarebbe un record mondiale».

ANDREA FABOZZI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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