Le finte aperture di Renzi cadono nel vuoto, ma a sinistra si litiga su Grasso

Per fortuna le elezioni siciliane impongono la moviola alle discussioni della sinistra in vista di una possibile – ma difficile – lista unitaria per le politiche. Così, al ralenti,...

Per fortuna le elezioni siciliane impongono la moviola alle discussioni della sinistra in vista di una possibile – ma difficile – lista unitaria per le politiche. Così, al ralenti, i potenziali scontri restano allo stadio gassoso di divergenze, in attesa che il risultato di Claudio Fava – i sondaggi su di lui sono lusinghieri – dia il via ufficiale alle trattative per l’avvicinamento politico-elettorale di Mdp, Sinistra italiana, Possibile e autoconvocati del Brancaccio.

In questo fronte le finte disponibilità di Renzi da Napoli («Non metto veti nei confronti di nessuno») cadono nel vuoto. «Non vedo le condizioni per un’alleanza col Pd », liquida il presidente della Toscana Rossi, «ormai è un partito di centro che guarda a destra». È la posizione di Mdp di sempre, nonostante qualche recente mossa tattica di Speranza e Bersani.
Renzi ieri è partito per Chicago per intervenire all’Obama Foundation summit. A lavorare al dossier alleanze è il vicesegretario dem Maurizio Martina. Che annuncia: «Nei prossimi giorni invieremo a tutte le forze che vogliono confrontarsi con noi, al centro e a sinistra, il documento programmatico uscito da Napoli. Pronti al confronto per una nuova coalizione». Il Pd, non solo la parte renziana, vagheggia una spaccatura di Mdp fra dialoganti e non. «Dopo la Sicilia tanti elettori inizieranno a dire ai dirigenti di Mdp che è necessaria l’alleanza e bisognerà vedere se riusciranno a reggere questa linea dura. O a reggerla senza spaccarsi», spiega un dirigente vicino al segretario. Ma anche la minoranza orlandiana la pensa in maniera non dissimile: «Anche se sono ossessionati da Renzi l’accordo lo devono fare con il Pd, che è una cosa complessa, come è complessa Mdp», ragiona il ministro della Giustizia. Intanto però ieri si è rotto anche il tavolo delle regionali lombarde: Art.1 era possibilista sull’alleanza, ma il Pd ha voluto decidersi in solitaria la candidatura di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo. Senza primarie.

Alle politiche in ogni caso il Pd si è assicurato la sua lista ’amica’ e alleata alla sua sinistra: farà riferimento all’area del sindaco di Cagliari Zedda, conta un pugno di senatori ex Sel e qualche sindaco, e proverà a fare incetta dal Campo progressista di Pisapia (magari utilizzando un nome simile).

L’area di Pisapia a sua volta intanto prende le misure con i Radicali italiani di Emma Bonino, che per il momento hanno respinto le offerte di alleanza del Pd. Ieri Marco Furfaro (Cp) è intervenuto al loro congresso, su cui aleggia il fantasma di un listone europeista e per i diritti: «Servono battaglie e proposte concrete, come quelle in cui ci siamo ritrovati in questi mesi: ius soli, riconversione ecologica dell’economia, abolizione della Bossi-Fini, legalizzazione delle droghe leggere, reddito minimo per chi sta sotto la soglia di povertà, partiamo da lì».

Infine c’è la sinistra-sinistra, quella che dopo essersi liberata dalle ’ambiguità’ di Pisapia era – assicurava – pronta alla lista unitaria. E invece no. Da questa parte dopo i giorni dell’entusiasmo per l’addio al Pd del presidente del senato Grasso, arriva la gelata del professore Montanari. Che ieri su Huffington Post, rispondendo all’entusiasmo di Nichi Vendola (ha definito Grasso «per noi un programma politico vivente») butta sul tavolo la sua perplessità. Non sulla persona, ma sul metodo con cui si discute di leader veri o presunti: «Smentendo ogni logica di scelta dal basso». Conclusione: «È proprio imboccando queste scorciatoie che la politica dei politici si trasforma in gioco di prestigio indifferente alla realtà del mondo. Ed è allora che il mondo, giustamente, le volta le spalle».

DANIELA PREZIOSI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società



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