La via senza gioia. La decadenza prima dell’orrore

Il capolavoro maledetto di George Wilhelm Pabst

Weimar è la città in cui, nell’autunno del 1918, si tenne l’assemblea nazionale che scrisse la nuova costituzione tedesca dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale. Il 28 ottobre 1918 il Reich divenne così una democrazia parlamentare, nacque la Repubblica di Weimar che durò dal 1919 e all’ascesa di Hitler nel 1933 (avvenuta tramite elezioni, sempre bene ricordarlo). Di quei quattordici anni si possono ricordare i diciotto governi che si succedettero, le tensioni interne, l’omicidio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, la crisi economica.

1. il discorso di Hitler durante la seduta per l’approvazione del Decreto dei pieni poteri

Quelle tensioni e quelle paure ispirarono poeti e scrittori quali Bertolt Brecht e Thomas Mann, architetti come quelli del Bauhaus (cui si ispirò il gruppo musicale omonimo, autore della celebre Bela Lugosi‘s Dead) e numerosi cineasti che svilupparono una stagione cinematografica unica. Quelle angosce, infatti, diedero vita all’Espressionismo tedesco movimento inaugurato dal celeberrimo Il gabinetto del dottor Caligari e proseguito con Il Golem, Destino, Nosferatu, Il dottor Mabuse, Ombre ammonitrici, Il gabinetto delle figure di cera, Varieté, solo per citarne alcuni, in cui tutto era deformato e mostri e tiranni la facevano da padrone. Ma nel 1925 il regista Gerorge Wilhelm Pabst ruppe questo schema e portò sul grande schermo la realtà col film Die freudlose Gasse distribuito in Italia col titolo La via senza gioia.

Figlio di un ferroviere, Pabst nacque il 25 agosto del 1885 a Raudnitz (oggi Roudnice nad Labem, in Repubblica Ceca). Dopo una lunga attività teatrale, interrotta dalla Prima guerra mondiale e poi ripresa, si interessò al cinema. All’inizio degli anni venti, fondò con Carl Froelich (Berlino, 5 settembre 1875 – Berlino, 12 febbraio 1953), tra i pionieri del cinema tedesco dalla viva enfasi nazionalista al punto da aderire anni più tardi al Nazismo, la Carl Froelich-Film, una casa di produzione più interessata all’attualità che alle pellicole a soggetto (produsse i primi cinegiornali del Paese). Pabst nel 1922, diretto dall’amico, recitò nel film Luise Millerin – Kabale und Liebe, per poi passare definitivamente alla regia.

2. Georg Wilhelm Pabst

I suoi primi lavori furono Der Schatz (Il tesoro, 1923) leggenda d’amore e cupidigia ambientata nel medioevo e Gräfin Donelli (La contessa Donelli, 1924) film al servizio della star dell’epoca Henny Porten, probabilmente girato solo per obblighi contrattuali. Successivamente il cineasta iniziò a sviluppare un profondo interesse per quei temi che divennero predominanti nella sua opera quali le figure femminili, la prostituzione, l’analisi e l’interpretazione critica della realtà contraddittoria di un Paese che usciva sconfitto dalla guerra. Fu la stagione del Realismo Psicologico Tedesco.

Nacque così Die freudlose Gasse (La via senza gioa), tratto da un romanzo di Hugo Bettauer pubblicato a puntate su “Neue Freie Presse”, il più importante quotidiano viennese. Benché il film fosse ambientato nella capitale austriaca, Pabst raccontò la decadenza nella Germania di Weimar mettendo a confronto profittatori rapaci, borghesi in rovina e proletari costretti a tutto per mangiare. Ma Die freudlose Gasse fu anche un film al femminile, con le donne assolute protagoniste. Pabst le scelse personalmente.

3. la sensuale danza di Asta Nielsen in Afgrunden (1910)

Scritturò Asta Nielsen, nome d’arte di Asta Sofie Amalie Nielsen (Copenaghen, 11 settembre 1881 – Frederiksberg, 24 maggio 1972) la principale attrice del muto europeo. Dopo un lungo sodalizio artistico e personale col regista Urban Gad, da segnalare Afgrunden (L’abisso, 1910) che fece scandalo per la sensuale danza ballata dall’attrice insieme a Poul Reumert, la Nielsen si trasferì in Germania dove interpretò Maria Maddalena nel film I.N.R.I. – Ein Film der Menschlichkeit (1923) di Robert Wiene e recitò nella pellicola Lebende Buddhas (1925) diretto e interpretato da Paul Wegener.

Fino a quel momento assai meno densa la carriera della seconda protagonista, notata da Pabst l’anno prima nel film Gösta Berlings saga (La leggenda di Gösta Berling o I cavalieri di Ekebù) diretto da Mauritz Stiller. Ovviamente quell’attrice era Greta Garbo (Stoccolma, 18 settembre 1905 – New York, 15 aprile 1990) che ebbe non poche difficoltà nel mediare tre le indicazioni del mentore svedese e i suggerimenti del regista tedesco.

Nel cast anche Valeska Gert (Berlino, 11 gennaio 1892 – Kampen, 15 marzo 1978) attrice e ballerina, inventrice della “Grotesktanzpantomime”, una danza grottesca, contaminata con gli elementi della pantomima e Hertha von Walther, nata Hertha Stern und Walther von Monbary (Hildesheim, 12 giugno 1903 – Monaco di Baviera, 12 aprile 1987). Infine al poliedrico Werner Krauss venne assegnato il ruolo maschile più importante.

4. Valeska Gert

La sceneggiatura fu curata da Pabst insieme a Willy Haas. Le riprese si svolsero tutte negli studi della Sofar-Film, per accentuare il senso di soffocamento e claustrofobia, tra il 17 febbraio e il 26 marzo 1925. Il 18 maggio dello stesso anno si tenne la prima a Berlino de Die freudlose Gasse (La via senza gioa).

Nel primo dopoguerra Vienna è devastata dall’inflazione e la popolazione è alla fame. Miseria, speculazione, disprezzo per la vita umana che si ritrovano nel microcosmo di Melchiorgasse, la via in cui abitano la proletaria Maria Lescher detta Mizzi (Asta Nielsen), la borghese Grete Rumfort (Greta Garbo), la povera Else (Hertha von Walther), la signora Greifer (Valeska Gert) cinica mezzana e un ripugnante macellaio (Werner Krauss). Davanti alla sua macelleria la fila inizia di notte, quando le donne del quartiere si mettono in coda per qualche misera porzione necessaria al sostentamento. Il macellaio le terrorizza col suo alano, chiama la polizia per farle sgomberare e costringe le donne più disperate, come Else che deve badare al marito disoccupato (Otto Reinwald) e al figlio appena nato, a concedersi per un pezzo di carne sugerlata (come ricorda l’insegna della bottega). Maria, anch’ella in coda, non ottiene la porzione che il violento padre (Max Kohlhase) le aveva ordinato. Scappa quindi di casa e finisce nelle mani della signora Greifer, che dietro un negozio di moda nasconde un bordello per uomini facoltosi. Tra bordello e Hotel Carlton (la cui sfrenata volgarità si contrappone alle zone più povere), si muove l’industriale Don Alfonso Canez da Valparaiso (Robert Garrison) accompagnato dal segretario Egon Stirner (Henry Stuart) che rifiuta l’amore di Maria per concedersi a Lia Leida (Tamara Geva), la moglie di un volgare speculatore (Alexander Murski) che, insieme al banchiere Max Rosenow (Karl Etlinger) e alla moglie Regina Rosenow (Agnes Esterhazy) mettono in circolo la voce di uno sciopero per lucrare in borsa. Vittima delle speculazioni finanziarie è Hofrat Rumfort (Jaro Furth). L’uomo vive in un bell’appartamento insieme alle due figlie, la piccola Rose (Loni Nest) e Grete (Greta Garbo), impiegata nello studio dell’avvocato Trebitsch (Raskatoff). Rumfort, vuole riscattarsi dalla crisi economica che sta attraversando (la figlia più piccola si lamenta di mangiare sempre cavoli) e, convinto di fare un buon affare, si licenzia e investe la liquidazione nelle azioni del carbone, date in crescita. Per festeggiare offre alle figlie una ricca cena e invita la più grande a farsi un bel regalo. Grete, derisa anche dalle colleghe per il suo cappotto sgualcito, decide di comprarsi una pelliccia nel negozio della signora Greifer. Ma le azioni, per colpa degli speculatori, sono in caduta libera e i Rumfort cadono in povertà; come se non bastasse Grete viene licenziata perché rifiuta le profferte sessuali del suo capo. La famiglia, tuttavia, non si perde d’animo e decide di affittare una stanza della loro casa al tenente Davis (Einar Hanson) della Croce Rossa. Per un equivoco e per l’orgoglio di Hofrat Rumfort, che non si rassegna alla nuova condizione sociale, l’ufficiale è, tuttavia, costretto a lasciare l’alloggio. Grete, che aveva preso in pegno la pelliccia, è costretta così dalla signora Greifer ad entrare a far parte delle ragazze del suo night club. Le storie di Maria e di Grete, scorrono parallele, senza mai incontrarsi. Maria per gelosia uccide Lia Leida e fa ricadere la colpa sull’amato Egon, per poi confessare tutto e riprendere, ormai malata, la sua vita tra miseria e bordelli. Grete, scovata per caso dal tenente Davis, rifiuta la prostituzione e viene salvata dall’ufficiale insieme al padre. Ben più tragica la fine di Else. Non ha più la forza di allattare e torna dal macellaio, pronta a concedersi nuovamente pur di salvare il figlio. Al rifiuto del ripugnante uomo, lo uccide con una mannaia. La folla la supporta e, ormai stanca delle continue angherie, appicca il fuoco al bordello. Si salverà solo il figlio di Else che verrà adottato dall’intera via.

5. La via senza gioia (1925)

Una fotografia spietata della Repubblica di Weimar, dove tutto è riducibile alla valutazione monetaria. Articolato in nove atti il film è, infatti, “un ritratto il più possibile oggettivo e distaccato della miseria – fisica e morale – che dominava Vienna e la Germania del dopoguerra” (Mereghetti). La pellicola divenne rapidamente famosa in Germania e all’estero, ma l’inflessibile realismo di Pabst nel descrivere quella decadenza, quell’affresco dello squallore del mondo tedesco in cui l’inflazione aveva reso ancora più poveri gli ultimi e tolto ogni senso morale ai più ricchi, offese i contemporanei. I primi a scagliarsi contro Die freudlose Gasse furono i macellai che, attraverso l’associazione di categoria, si dissero indignati per come erano stati rappresentati da Werner Krauss. Non solo. Le versioni distribuite in Austria e Francia vennero mutilate. Lo stesso accadde in Italia dove la pellicola arrivò solo nel 1931 col titolo L’ammaliatrice, talmente tagliata da non mostrare l’epilogo di una delle due storie principali. Venne ripresentata solo nel 1945 ancora ridotta, solo 95 minuti, ma almeno col titolo corretto, La via senza gioia. L’Inghilterra proibì addirittura il film. Notevole fu, invece, il successo negli Stati Uniti, ma la MGM, dove era approdata la Garbo, tagliò il film, ribattezzato Joyless Street, a vantaggio della nuova diva cancellando la presenza magnetica di Asta Nielsen. Come se non bastasse, nel 1937 la pellicola venne nuovamente rimontata e sonorizzata per assicurare ancor più spazio all’attrice svedese, che non aveva certo bisogno di queste bassezze per emergere.

Nel 1998, partendo dalla sceneggiatura originale e da cinque copie ritrovate, la Filmmuseum di Monaco e la Deutsche Kinemathek di Berlino hanno restaurato Die freudlose Gasse, comunque privo di 600 metri di pellicola (circa mezz’ora) rispetto ai 3783 metri originali. Una lunghezza, quella attuale, sufficiente tuttavia per comprendere la bellezza e le atmosfere del film, esaltate dalla fotografia di Robert Lach, Curt Oertel, Guido Seeber.

6. Greta Garbo

Grandissima prova delle due attrici in un simbolico passaggio di testimone: la Nielsen chiuse di fatto la carriera, la Garbo l’aveva appena iniziata (anni dopo confessò “di non aver mai capito il suo grande successo visto che era niente se confrontata ad Asta Nielsen”). Ma un’altra diva comparve nella pellicola, Marlene Dietrich coi capelli ancora neri, si intravede ad inizio film tra le donne in coda dal macellaio. Secondo alcune ricostruzioni il rapporto tormentato tra Greta e Marlene iniziò proprio sul set de La via senza gioia.

Pabst, che proseguì la ricerca dell’animo umano anche nel successivo Geheimnisse einer Seele (I misteri di un’anima), riuscì a ritrarre l’orrore della miseria sociale, ma chiuse melodrammaticamente non suggerendo una linea di condotta. Anche se alcuni videro nella pellicole “idee socialiste” il messaggio del film sembra essere “per gli oppressi non c’è salvezza”: Grete, che non si identifica mai con i diseredati, si salva, mentre la proletaria Maria è destinata all’abisso. Sta di fatto che quella realtà, quella decadenza, quella rabbia della gente esplosa a fine film, troverà risposta nell’orrore del Nazionalsocialismo e di Hitler.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Georg Wilhelm Pabst” di Enrico Groppali – Il Castoro
“Da Caligari a Hitler. Storia psicologica del cinema tedesco” di Siegfried Kracauer – Lindau
“Da Caligari a M. Cinema espressionista e d’avanguardia tedesco” – Museo del cinema
“Marlene Dietrich. I piaceri dipinti” di Sergio Arecco – Le Mani
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2019” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza, foto 3, 5 Screenshot del film I misteri di un’anima, foto 1 da en.wikipedia.org,  foto 2, 7 da gettyimages.fr, foto 4 da it.wikipedia.org, foto 6  Screenshot del film Il vaso di Pandora.

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