La fabbrica del vincitore

Riforme. L’Italicum e la Costituzione Ogm

Con furbizia Renzi assicura che la legge elettorale si può anche cambiare: basta non scalfire il ballottaggio, il segreto dell’Italicum. Il premier assimila il ballottaggio all’elezione diretta dei sindaci, che però è proprio un’altra cosa. Nelle città il secondo turno è orientato all’espressione diretta della carica monocratica. Nel ballottaggio previsto dall’Italicum, invece, si scontrano due partiti senza che in palio ci sia una elezione diretta. E un ballottaggio di liste per il premio di maggioranza è un unicum che non conosce analogie nella politica comparata.

Svelando che si tratta dello stesso dispositivo sperimentato nelle città, Renzi smentisce la sua stessa tesi che il referendum costituzionale non tocca attribuzioni del premier e non altera quindi la forma di governo.

Con manipolazioni tecniche, l’Italicum introduce nell’ordinamento una variante dell’elezione diretta del capo di governo. A costituzione pressoché invariata e con poteri del premier non modificati, irrompe nell’ordinamento, snaturandolo alla radice, l’investitura popolare immediata di un sindaco d’Italia.

La disponibilità renziana a ritoccare il congegno elettorale rientra in una manovra di piccolo cabotaggio. Sulla tecnica elettorale, che scioglie l’enigma del governo sicuro, Renzi aveva scandito: «Se la legge elettorale non passa mi dimetto e si va ad elezioni anticipate». Quindi egli assegnava un plusvalore politico alla materia elettorale. Nelle fasi più calde dello scontro, il premier esortava i suoi ad avanzare «senza paura». E’ arduo che il governo possa fare marcia indietro su momenti qualificanti, come invece raccomandano Napolitano, Violante e altri.

Se la filosofia della riforma renziana era quella di un ballottaggio di partito per incoronare il vincitore prima del calar del sole, il dogma dei custodi d’un tempo è ben più esigente: è necessario stabilire a chi va lo scettro a tempo debito, cioè prima ancora dell’apertura delle urne. Napolitano e Violante si accorgono che il sistema è divenuto tripolare e che quindi, con il ballottaggio tra i due capi delle liste, è in questione la effettiva rappresentatività del vincitore del premio.

I vecchi guardiani della stabilità escludono l’esistenza di un combinato disposto tra riforme costituzionali e premio di maggioranza. Perché allora suggeriscono di rimettere le mani sulla tecnica elettorale? La legge elettorale va messa sotto tutela e rivisitata non per i suoi espliciti tratti illiberali (assenza di qualsiasi quorum per accedere al ballottaggio, liste bloccate e candidature plurime) ma per ragioni di mera opportunità: impedire che le schede capricciose gonfino le fortune di forze sgradite assai. E quindi occorre eliminare le zone di incertezza: il vincitore va conosciuto prima del voto.

Quello che veniva esaltato come insperato frutto di una creativa costruzione tecnica dell’ingegneria istituzionale italica (Renzi parlava di una legge fantastica, che «tra 5 anni ci copierà mezza Europa»), oggi si configura come una minaccia. Quando in aula venivano denunciate le troppe zone oscure dell’Italicum, il presidente emerito reagiva con sdegno: «Non entro in questo terribile garbuglio». Ora che i guardiani di un tempo si sono accorti che i voti delle opposizioni eterogenee sono cumulabili contro un Pd isolato nel ballottaggio, non esitano a suggerire di smontare il giocattolo.

Il governo che, confidando sul premio illegittimo del porcellum (la nuova legge è stata approvata il 3 maggio del 2015 con soli 334 sì), ha scritto una nuova legge elettorale con reiterati tratti di incostituzionalità, non ha titoli ulteriori per ripristinare la legalità nell’ordinamento ferito. Un sistema elettorale a maggioranza garantita al calar della sera non esiste, e se la fabbrica del vincitore è ottenuta al costo di alchimie e premi illogici, ciò comporta irrazionalità, incoerenze, forzature di equilibri e dispositivi funzionali. Il suo prezzo è l’eliminazione del parlamentarismo come regime dell’imprevedibilità dell’esito della competizione e quindi della adattabilità degli istituti rappresentativi ai rapporti di forza.

Le elezioni, in sistemi parlamentari, non investono un governo e non consegnano lo scettro a un capo ma definiscono un organo di rappresentanza. Continua invece ad imperversare l’esperimento fallito della seconda repubblica che attribuisce alla tecnica elettorale la funzione di una mutazione di fatto della forma di governo che viene spinta ad esiti innaturali e cioè presidenzialistici e però sulla carta resta formalmente immacolata. Un pasticcio che crea pericolosi processi di decostituzionalizzazione della forma di governo.

MICHELE PROSPERO

da il manifesto.info

foto tratta da Pixabay

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