La destra italiana, il «trumpismo» e noi

L’Italia dopo la seconda guerra mondiale è stata una delle nazioni europee più fedeli alleate del governo nordamericano, la cui influenza sulla nostra società è stata costante e rilevante....

L’Italia dopo la seconda guerra mondiale è stata una delle nazioni europee più fedeli alleate del governo nordamericano, la cui influenza sulla nostra società è stata costante e rilevante. Non solo sul piano politico-militare, ma anche su quello culturale e dei modelli di vita e di consumo.

L’unica variabile è stato il tempo. Alcune volte le mode politico-culturali sono arrivate da noi dopo alcuni anni, in altri casi il processo imitativo è stato molto veloce.
Se osserviamo la sfera della politica economica possiamo notare come nel caso della Reganomics, la sterzata liberista e il primo smantellamento del welfare che si è affermata negli States dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, è arrivata in Italia dopo tre lustri con la presidenza dell’ex Cavaliere.

È poi penetrata lentamente nel tessuto politico italiano contaminando progressivamente la cosiddetta «sinistra di governo» che come un camaleonte ha cambiato continuamente nome e colore nell’ultimo ventennio.

Di contro, dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli States c’è stato un immediato processo di imitazione e oggi non è azzardato prevedere che il successo della alleanza politica di destra alle prossime elezioni, almeno come percentuale di voti, si basa su una forte convergenza con le parole d’ordine, obiettivi e programma politico di Donald Trump.
Non è più la destra forzaitaliota degli anni ’90, un po’ guascona e liberista ad personam, né quella secessionista di Bossi, ma un’alleanza di destra molto simile a quella che sta montando in tutta Europa e che trova in Trump il suo faro dorato. Infatti, al di là delle piccole differenze tra i tre soggetti alleati- Fi, Lega Nord e FdI- sostanzialmente i tre convergono sui capisaldi della politica «trumpista»: lotta senza tregua all’immigrazione, libertà di armarsi e uccidere se qualcuno minaccia la proprietà privata, flat tax per regalare ai ricchi il diritto di esistere come tali, e quindi rilanciare l’economia.

La maggiore differenza formale possiamo coglierla nel diverso colore del parrucchino (uno giallo oro, l’altro cangiante e tendente al marrone).
La differenza sostanziale sta nella collocazione internazionale e nel peso politico-economico e militare dei due paesi. Se il programma di Trump andrà avanti come sembra, allora gli Usa si troveranno a dover affrontare una crescita esponenziale del debito pubblico.
Poco male se, come è avvenuto finora i capitali di tutto il mondo continueranno ad arrivare nella Borsa di New York o ad investire in immobili e aziende a stelle e strisce.

Ma, se questa crescita del debito pubblico dovesse preoccupare la grande finanza allora è più che probabile una ulteriore svalutazione del dollaro e un relativo crollo, di grandi proporzioni, di Wall Street, con tutto quello che ne consegue.

In Italia, se il programma «trumpista» – neologismo che dovremo imparare a usare e a declinare – dovesse realizzarsi, la crescita ulteriore del debito pubblico, proprio nella fase in cui la politica di Draghi del Quantative Easing si va spegnendo, ci porterà al dejà vu: spread alle stelle e Bruxelles che interviene pesantemente sul nostro governo che potrà ancora una volta giocare la parte della vittima.

A questo punto tutti gli scenari sono aperti e la classe politica «sovranista» dovrà piegarsi ai tecnocrati della Ue o rivolgersi al presidente nordamericano, ricordandogli la loro fedeltà atlantica e marciando con un cartello appeso al collo con la scritta : «Yes , we Trump».

TONINO PERNA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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