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Franco Astengo

La costituzionalità delle candidature

Una sola schematicissima osservazione dopo aver assistito al rodeo delle candidature in corso da qualche giorno.

Probabilmente non avremo, questa volta, a elezioni avvenute il giudizio della Corte Costituzionale sulla legge elettorale come già avvenuto in due occasioni nel giro di un paio d’anni: non ci si arriverà, infatti, per ragioni di mancanza del tempo materiale.

La road – map, infatti, sembra prevedere: esito elettorale senza formazione di maggioranze più o meno omogenee, “governo del Presidente” magari fondato su un po’ di astensioni sulla fiducia, messa all’ordine del giorno di una nuova legge elettorale (fortemente maggioritaria, pensano in molti, soprattutto i padroni dei diversi Partiti Personali), nuove elezioni.

Se, invece, si dovesse arrivare al giudizio dell’Alta Corte (richiesto dai soliti snobbati cirenei che, nel frattempo, hanno già avuto ragione due volte) allora il resoconto della kermesse di questi giorni dovrebbe risultare la più importante pezza d’appoggio per ottenere la dichiarazione di nullità sotto l’aspetto indicato da una delle contestazioni più serie rivolte all’impianto della legge attuale.

Mi riferisco alla possibilità di scelta dell’eletto da parte dell’elettore: insomma, al tema dell’assenza di preferenze e delle liste bloccate.

Storceranno il naso amici giuristi e ci si può ben render conto dell’improprietà nel sostenere la validità giuridica di un semplice resoconto: ma ciò che è accaduto in specifico e in particolare nel PD attorno al gioco delle posizioni in lista e delle relative inclusioni/esclusioni è apparso proprio come la testimonianza più diretta e probante assolutamente da far valere in sede di giudizio del fatto che la volontà dell’elettrice e dell’elettore nel determinare l’eletto è pressoché nulla almeno per i 3/4 dell’intera assemblea.

Il punto non è quello delle liste più o meno lunghe (come aveva sostenuto la Corte in occasione della bocciatura del “Porcellum”) ma il fatto che, in questo caso, su 630 seggi alla Camera, 475 in pratica sono già ipotecati (tra listini, collegi e pluricandidature incrociate) e quelli eventualmente ancora in contesa lo saranno non per via della scelta diretta al riguardo delle candidature, ma a causa delle oscillazioni di voto delle liste al di là e indipendentemente – tra l’altro – dall’esito elettorale della circoscrizione di riferimento.

Ancora una chiosa conclusiva: il tutto alla faccia di chi sostiene (ingenuità o malafede?) che il collegio uninominale avvicina il candidato all’elettore, costringendolo a misurarsi con i problemi del territorio per conquistarsi i voti. Il fenomeno era già stato ben presente anche in passato al tempo del “Mattarellum”, ma il numero dei “paracadutati” nei collegi in questa occasione appare davvero imponente (con tanto di salvaguardia nei listini proporzionali). “Paracadutati” ansiosamente confidanti negli antichi “zoccoli duri”, altro che problemi del territorio, sia che ci si rivolga (da destra) alla vecchia DC di Imperia, sia che si rivolga (da sinistra?) al sempiterno PCI del Mugello.

Intanto in molti avranno rivolto una prece di ringraziamento ai 19 milioni di elettrici e di elettori che il 4 dicembre 2016 bocciarono la deforma costituzionale targata Renzi – Boschi: se non ci fosse stato quel “NO” adesso sarebbe scomparsa anche la salvifica carta di riserva del Senato, alla quale si affida pensate un po’ anche la super – riformista ministra della Difesa che, cautamente per salvare il seggio, sceglie la via di Palazzo Madama, Palazzo del quale era tra le più accanite a voler serrare il portone.

Intanto soffriamo tutti di un cumulo di scelte sbagliate cui nessuno sembra voler porre rimedio: le notizie che giungono in queste ore dalla Libia lo confermano. Le scelte sciagurate si confermano sciagurate e si dimostrerà così anche in materia elettorale.

FRANCO ASTENGO

30 gennaio 2018

foto tratta da Pixabay

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