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Economia e società

Ilva, parte la «vera trattativa». Mittal non concede nulla

Trattativa ad oltranza in nottata per Ilva. Sindacati e cordata AmInvestCo – in pratica la sola Arcelor Mittal – sono in ristretta dalle 15 e, dopo una pausa dalle 18,30 e alle 20,30, hanno ricominciato a trattare per giungere ad un accordo quadro con delegazioni «ristrette» e senza – per il momenti – l’intervento del governo. Le posizioni però sono ancora lontanissime ed è assai improbabile che si arrivi alla fumata bianca in tempi brevi.

La convocazione di Luigi Di Maio al ministero ha comunque portato ad un primo tangibile risultato. Messe da parte le richieste – specie della Fim Cisl – di togliere dal tavolo la possibilità dell’annullamento del bando ancora minacciato dal vicepremier, è passata la posizione del governo: «l’interesse pubblico (la cui violazione porterebbe a considerare nulla la gara vinta da Mittal, ndr) viene garantito da un accordo tra le parti sui livelli occupazionali». L’idea di Di Maio è quella di arrivare ad accordo prima di domani, quando scadrà la proroga sulla procedura di annullamento della gara stessa.

Tutte le parti in causa – compresa Mittal – riconoscono che dopo un anno di schermaglie «oggi è partita la trattativa vera».

L’obiettivo di Fim, Fiom, Uilm e Usb continua ad essere quello di avere «esuberi zero»: tutti gli attuali 13.800 dipendenti del gruppo Ilva devono essere riassunti o garantiti.

Sulla bozza di 19 pagine presentata da Mittal e consegnata dal Mise ai sindacati già martedì sera sono stati apportati per ora miglioramenti lievissimi. A pagina 4 il numero di lavoratori viene fissato inizialmente in 10.300 (altre fonti in serata parlano di un innalzamento a 10.500) di cui 10.100 entro il 31 dicembre 2018 e 200 entro il 2021. In realtà la formula utilizzata è: «lavoratori» a cui «verrà formulata una proposta di assunzione a tempo indeterminato». Ma il problema principale è che questo numero da fonti sindacali viene definito «uno specchietto per le allodole perché in nessun altro punto della bozza si fissano vincoli sui livelli occupazionali».

In altre parti della bozza infatti si prevede che l’azienda potrà in qualsiasi momento intervenire per ridurre l’orario o utilizzare gli ammortizzatori sociali. A pagina 6 si legge: si «potranno avviare processi di riorganizzazione ed avvalersi di ogni strumento di gestione del personale previsto dalla legislazione vigente».

Altro punto inaccettabile per i sindacati è quello della novazione di contratto senza le tutele precedenti, in primis l’articolo 18. Mentre anche il Premio di risultato (PdR)- parte importante degli attuali livelli salariali – sarà rivisto e «corrisposto solo se, nell’anno precedente, l’utile netto di di AmInvestCo sarà positivo».

Delicato il paragrafo dedicato all’Ilva di Cornigliano. Nella già martoriata Genova i dipendenti attuali sono 1.600. La bozza prevede 975 riassunzioni ma la richiesta sindacale del rispetto dell’Accordo di programma del 2005 – che prevedeva il mantenimento dei livelli occupazionali – appare completamente aggirata.

Per gli oltre 3mila esclusi dalla «proposta di riassunzione» si fa riferimento generico ad incentivi all’esodo («criteri della non opposizione» al licenziamento) e al prepensionamento («raggiungimento dei requisiti pensionistici»). L’allegato con «lo schema transattivo» non era presente nella prima bozza: prevederebbe l’uso di 250 milioni – più volte promessi dal governo – che porterebbero a circa 80mila euro a testa di incentivo all’esodo.

Molto critiche le dichiarazioni dei sindacati. Per Francesca Re David (Fiom): «Mittal non ha mai cambiato posizione, siamo lontassimi dall’accordo». Per Rocco Palombella (Uilm) «l’unica apertura è sulle assunzioni ma vincolata alla fine dell’amministrazione straordinaria (2023, ndr) e non alla fine del piano industriale (2021, ndr)», mentre Marco Bentivogli (Fim) invoca «l’intervento di Di Maio».

La deadline rimane quindi quella di sabato 15 settembre quando scadrà la proroga del commissariamento e Mittal potrà entrare negli stabilimenti del gruppo Ilva (oltre a Taranto e Genova anche Novi Ligure, Racconigi, Marghera, Paderno, Dugnano e Salerno) da padrone. Anche senza accordo sindacale.

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

foto tratta da Flickr su licenza Creative commons

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