Il lavoro scambiato con la morte

Due morti per il lavoro in una drammatica giornata: il primo episodio avviene all’Ilva di Taranto e la vittima è l’operaio di un subappalto Giacomo Campo, 25 anni, addetto...

Due morti per il lavoro in una drammatica giornata: il primo episodio avviene all’Ilva di Taranto e la vittima è l’operaio di un subappalto Giacomo Campo, 25 anni, addetto alle pulizie di una ditta dell’appalto stava lavorando su un nastro trasportatore che avrebbe dovuto essere disattivato.

Il secondo riguarda un operaio, A.A. di 54 anni, che stava cercando di aggiustare un pantografo nel deposito dell’ATAC all’Acqua Acetosa a Roma.

E’ ancora viva l’emozione per la tragedia di Piacenza, più o meno 48 ore fa: tragedia che tutti ricordano.

Lavoro scambiato con la morte nel contesto di una terribile intensificazione dello sfruttamento, di precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, di abbruttimento complessivo nella qualità della convivenza civile.

Una situazione drammatica che stride con la vacuità con la quale si affrontano le questioni politiche: una vacuità che comprende il personalismo, la vanità conclamata, la volontà esasperata di mantenere le condizioni di privilegio (pensiamo ai vertici UIL in crociera per “discutere dei contratti del pubblico impiego”: cose inverosimili se non stessero negli atti della magistratura).

Una situazione che si colloca in un contesto dove si situano le condizioni dei CARA all’interno dei quali si esercita lo sfruttamento più sfacciato, di Ventimiglia dove persone umane sono messe letteralmente a dormire sotto i ponti.

Una situazione che s’incontra con la crescita esponenziale delle disuguaglianze a tutti i livelli e le guerre che avvolgono tante aree del pianeta, con l’Italia che addirittura torna a essere protagonista bellico (senza vergogna) e vanno in pezzi le istituzioni sovranazionali messe in piedi con insensata leggerezza dando retta alle banche, alle concentrazioni finanziarie, ai venditori di subprime.

Non è possibile esprimere sconcerto o cordoglio ma soltanto rabbia e vale ancora riscoprire l’antico motto “Ribellarsi è giusto”.

Per ribellarsi però è necessaria l’organizzazione ed è proprio il caso di pensarci in maniera più seria e determinata di quanto non avvenga in questo momento.

FRANCO ASTENGO

redazionale

18 settembre 2016

foto tratta da Pixabay

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