Il governo rinnega sé stesso e mostra il suo volto antisociale

Quando, per evitare un giudizio popolare sulle politiche sostenute con grande tenacia in tema di lavoro e di mercato del lavoro, un governo prova a modificare proprio quelle norme...

Quando, per evitare un giudizio popolare sulle politiche sostenute con grande tenacia in tema di lavoro e di mercato del lavoro, un governo prova a modificare proprio quelle norme che ha difeso come un cavaliere crociato innanzi al feroce Saladino, lì e solo lì c’è la più evidente manifestazione del fallimento non solo delle sue azioni come esecutivo – in quanto impopolari perché antipopolari – ma anche del suo valore in quanto tale.
Un governo non può, per definizione, essere il popolo: è un artificio istituzionale che dovrebbe servire ad amministrare la res publica, quindi dovrebbe esercitare le sue funzioni esclusivamente per il bene comune, collettivo.
Sappiamo, da che tempo è tempo, dalle epoche delle epoche, che raramente un governo ha veramente espresso la volontà popolare. E quelli che hanno tentato di farlo sono stati tacciati d’essere rivoluzionari, estremisti, sovversivi: dalla Comune di Parigi al governo di Unidad Popular di Allende in Cile.
E, tuttavia, per conseguire nell’oggi delle modifiche seppur minimali al peggioramento dello stato di sopravvivenza della maggior parte della popolazione, occorre provare ad intervenire nel quotidiano della politica, spostando gli equilibri, i rapporti di forza tra le differenti anime che si contendono il cosiddetto “potere”.
A questo dovrebbero servire il Parlamento e le istituzioni repubblicane. Ma oggi il Parlamento, per vicende che tutti ben conosciamo, per leggi elettorali incostituzionali che tutti abbiamo imparato a conoscere, è saldamente in mano ad una maggioranza di governo che è minoranza nel Paese.
Ne esistono altre di maggioranze che possono governare? Sicuramente esisterebbero se le forze politiche fossero costrette, da una legge elettorale completamente proporzionale, a fare i conti con il dialogo, con il confronto e non a trincerarsi dietro l’alibi delle polarizzazioni contrapposte: PD contro Cinquestelle, Cinquestelle contro tutti, rimasugli del Centrodestra contro il resto del mondo. E la sinistra, e i comunisti?
Ci siamo fatti queste domande mille volte e abbiamo convenuto che il panorama politico italiano si può muovere soltanto a due condizioni: in primis, su un piano tecnico – rappresentativo, il ritorno del peso del voto al suo vero valore, slegato dall’attribuzione del medesimo in base alla scelta di questo partito più grande o di quell’altro partito più piccolo e, in secundis, su un piano più strettamente politico, un lavoro di aggregazione sociale del progressismo italiano che possa trovare una sintesi in una nuova forma federativa che unisca rispettando le differenze culturali, di prospettiva di medio e lungo termine.
Senza questi due presupposti il populismo continuerà ad essere un fertile terreno di coltura per tutti e tre i poli che, con qualche presunzione ma pure con qualche ragione, sono i detentori della maggiore intercettazione dell’attenzione politica del Paese.
Ed oggi ci troviamo nella condizione data per cui un governo tenta in tutti i modi di evitare una consultazione referendaria che, con tutta probabilità, lo vedrebbe nuovamente sconfitto da una maggioranza preponderante di voti a favore dell’abrogazione di quella nuova forma di sfruttamento del lavoro che passa sotto il nome di “voucher”.
Torniamo, ancora una volta, al tentativo di restringere gli spazi di democrazia diretta per lanciare una controffensiva anticipatoria impostata tutta sulla modificazione di ciò che il ministro Poletti e l’intero governo, sia precedente che attuale, difendevano come grande misura preventiva del lavoro nero, contenitrice del medesimo e diventata, invece, un terreno di espansione di un moderno ipersfruttamento del lavoro sottopagato. Cinque ore di lavoro pagate con un solo “buono”, con un solo “voucher”. Un voucher da dieci euro che, con le trattenute, diventano una misera paga di 7,50 euro…
La macroscopica esplosione dei pagamenti in voucher è risultata tanto esponenziale da non poter passare più inosservata. Nello scorso ottobre sono stati venduti 121 milioni di voucher: un record assoluto, un triste guinness dei primati. Una enormità che pesa sulle stanche membra del governo che ora, con la giusta minaccia popolare del referendum della Cgil sull’abolizione del Jobs act, tenta smentite, retromarce impossibili e riconversione di provvedimenti da lungo tempo presi dalla loro provvisorietà a resi imperituri.
Quando un governo agisce così, non fa che dimostrare tutta la sua fragilità sul terreno sociale, la sua natura di classe da contrastare con una alternativa altrettanto classista. Una alternativa comunista.

MARCO SFERINI

28 dicembre 2016

foto tratta da Pixabay

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