Il bimbo disse alla mamma: “Guarda, il cane è libero!”

Pochi giorni fa un signore passeggiava col suo cane intorno alle prime ore della sera. La bestiola, di taglia piccola oltretutto, vagava a pochi passi dal suo “referente umano”...

Pochi giorni fa un signore passeggiava col suo cane intorno alle prime ore della sera. La bestiola, di taglia piccola oltretutto, vagava a pochi passi dal suo “referente umano” (dire “padrone” è brutto oltre che impreciso… e poi fa più tendenza il nuovo appellativo) che teneva in mano il guinzaglio. Di contro proviene una famiglia con due bimbi simpaticissimi, piccoli, trotterellanti sul marciapiede.

Uno dei due bimbi guarda il cane, gli sorride; l’altro guarda anch’egli il cane, non gli sorride e si rivolge alla mamma: “Guarda, è libero!” e si rifugia dietro alla genitrice che lo rassicura. “Se è libero vuol dire che non ti fa del male.“.

Allora il bambino si avvicina col fratellino al cane e insieme lo accarezzano.

La scenetta di una lontana città di provincia finisce qui ma mi è tornata alla mente proprio in queste ore perché parla di libertà, di pericolo, di garanzie sulla sicurezza. Potrebbe essere una esopica favoletta per trasmettere una metafora che serva da insegnamento a tutti.

Potrebbe. Oppure potrebbe essere invece un comportamento certamente infantile ma tuttavia da analizzare e studiare per capire le reazioni umane al pericolo, percepito come tale e “lasciato libero“, non “al guinzaglio” di una persona, di un potere, di un governo, di uno Stato.

Il bambino vede il cane privo di un legame con un umano non afferma: “Ho paura!“; lo fa intendere ancora meglio e di più con la frase esclamativa: “Guarda, è libero!“.

E’ evidente che il bimbo se avesse visto venirgli incontro un suo simile, sgambettante come lui con qualche incertezza, non avrebbe avuto quella grande paura che ha provato vedendo un dissimile da lui: un cane, che comunque è abituato a conoscere dai fumetti, dai cartoni animati, magari per averne visti tanti e averli pure accarezzati. Ma lui libero e libero il cane, entrambi sulla medesima via, hanno prodotto nel piccolo cucciolo umano una reazione di timore, tanto da cercare un più che comprensibile sostegno nella protezione materna.

Conosco anche bambini che invece, forse un po’ spericolatamente, si avvicinano ai cani, anche alla mia  e le mettono le mani sugli occhi, sul naso, addirittura le allargano le mascelle. Per fortuna Bia consente che le facciano qualunque cosa, con una certa ritrosia iniziale e poi, a poco a poco, la coda comincia a distendersi e si lascia andare alle coccole.

Ne consegue che l’approccio nei confronti della “diversità” attraverso la schermatura della “paura” è singolare, difficilmente può essere un universale, qualcosa da verificare in laboratorio. Tuttavia esistono azioni e reazioni simili, che rispondono a schemi precisi perché fanno parte di una crescita dell’individuo che non risponde ad una casistica pressoché infinita di comportamenti della specie umana nei confronti delle altre specie: le nostre emozioni sono tante, ma sono pur sempre quelle prodotte da un limitato numero di organi che ci compongono materialmente.

E’ una problematica molto affascinante quella della produzione delle emozioni, ancora oggi difficile da ascrivere esclusivamente alle sinapsi cerebrali che attivano i nostri movimenti: per cui una vecchia domanda che mi ripeto spesso è questa: se faccio una carezza ad una persona, è la mia mano che la fa o sono io?

La risposta più semplice è: entrambe le cose. Attraverso la “protesi” della mano il mio “io“, la mia “volontà” esercita un sentimento che desidero esprimere verso un’altra persona.

Ma ciò che più mi ha colpito nell’incontro tra il bimbo e il cane è la paura mostrata per il fatto che l’animale era “libero“. Probabilmente se fosse stato controllato con un guinzaglio dal referente umano, il bimbo avrebbe avuto fiducia nell’umano e avrebbe percepito che il cane, non essendo libero di vagare, non sarebbe stato per lui un potenziale pericolo.

Così è un po’ la società di oggi, quella delle tante paure e delle così poche certezze: bisogna mettere un guinzaglio a tutto ciò che ci spaventa, esaltare i cardini della filosofia securitaria per avere la garanzia di poter vivere stroppi timori. Eppure i dati ci dicono che viviamo in uno dei Paesi più sicuri al mondo, dove gli omicidi sono un terzo di quelli che si commettevano soltanto due lustri fa.

Ma la “percezione“, che già di per sé non significa esattezza, quindi veridicità dei fatti, proprio in quanto “sensazione” e non concretezza, è l’elemento corrosivo di tante certezze che un tempo erano affidate molto semplicemente allo Stato che non era intriso di odio, di razzismo e xenofobia; che ha sempre molto male applicato la Costituzione della Repubblica, come ricorda bene Umberto Terracini nel suo libro “Come nacque la Costituzione” (Editori riuniti, 1978):

Non c’è alcun dubbio che la Costituzione, come corpo nel suo complesso, mirante quindi a una totale trasformazione in senso democratico e, diciamolo pure, progressivo dello Stato e al godimento delle libertà da parte dei cittadini, senza limiti che non fossero giustificati dalla stessa necessità della loro applicazione, è tuttora rimaste in parte inapplicata.
D’altra parte tutto questo si era già compreso nello stesso momento in cui, subito dopo la promulgazione della Costituzione, i governi ed i partiti che presero nelle mani il potere ebbero ad esprimere il loro parere sulla Carta da loro approvata. Quando un ministro dell’Interno come Mario Scelba, che divenne poi anche Presidente del Consiglio, ebbe a qualificare la Costituzione una ‘trappola’ in cui lui e il suo partito non sarebbero mai caduti, evidentemente non ci si poteva attendere che coloro che temevano di rimanere intrappolati dalla Costituzione se ne facessero poi zelanti esecutori.“.

Terracini cita Scelba, cita il ministro dell’Interno democristiano. Sembra quasi una nemesi, una vendetta davvero di una storia cinica e bara, un passato che non passa e che ritorna in forme e modi differenti ad aggredire sempre e comunque i dettami costituzionali, l’impianto fondamentale dei diritti espresso nella prima parte della Carta: all’epoca dei governi democristiani ciò avveniva particolarmente nella trasposizione politica di una lotta di classe che andava oltre la “percezione“, che era evidente perché i blocchi sociali erano ben riconoscibili e le parti che li rappresentavano anche.

Tutto questo appare come una nemesi perché anche oggi la Costituzione è violata nell’espressione più genuina del patto sociale, politico, morale e civile che dovrebbe unire gli italiani in una “nazione“: l’adesione ai diritti dell’uomo e del cittadino di giacobina memoria, ripresi dalle Nazioni Unite e proclamati prima ancora dalla Costituzione della Repubblica romana del 1849, questa mai applicata per via del soffocamento del tentativo di unità italiana da parte delle truppe francesi del futuro imperatore Napoleone III.

Quando la libertà è percepita come un pericolo, sovente si arriva al tempo delle “leggi speciali” o “eccezionali” che la riducono in nome della sicurezza di tutti i cittadini.

Stiamo attenti, perché fin da piccoli siamo abituati, istintivamente, ad avere paura di ciò che non conosciamo: per fortuna che esistono delle madri che dicono al figlio che la libertà non è da collegare direttamente alla paura ma che va vissuta come sinonimo di sicurezza. Più libertà c’è, nel rispetto reciproco, meno leggi sono necessarie per regolare i rapporti quotidiani tra gli italiani e tra questi e, ad esempio, per stare su temi di scottantissima attualità, con i migranti.

Forse la libertà la si può anche insegnare ad un popolo, ma per poterla apprendere il popolo deve potersi fidare di chi lo governa. E, francamente, proprio la distanza tra cittadini e politica degradata dagli interessi privati ha generato i mostri che oggi tutti abbiamo davanti. Consapevoli o meno della mostruosità di certi linguaggi, comportamenti e disposizioni governative.

MARCO SFERINI

7 luglio 2019

foto tratta da Pixabay

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