Grillo toglie a Renzi la patente di irresponsabile

Con la scure di Grillo si ripristina la voce del padrone. Non poteva essere tollerato che nel M5S covasse una sollevazione contro i rischi di uno scambio tra una...

Con la scure di Grillo si ripristina la voce del padrone. Non poteva essere tollerato che nel M5S covasse una sollevazione contro i rischi di uno scambio tra una veloce (e cattiva) legge elettorale e la concessione a Renzi del regalo delle consultazioni anticipate. Quella affiorata tra i parlamentari è parsa una insubordinazione troppo ardita da digerire per un non-partito che rimane pur sempre a conduzione microaziendale.

La restaurazione dell’ordine lascia però aperte questioni scottanti. E’ evidente che quando il governo chiede il voto anticipato, alle opposizioni non resta che accettare la sfida. Eppure questa consuetudine non sempre andrebbe rispettata passivamente, soprattutto se ancora mancano delle regole del gioco non viziate da incostituzionalità.

Il Movimento 5 stelle, come forza di radicale alterità al sistema, avrebbe avuto buon gioco nel denunciare il patto di Renzi e Berlusconi.

E invece Grillo non solo dà ragione a una parte del suo movimento che ama la riforma elettorale di Renzi, ma legittima persino i tentativi di inserire palesi stravolgimenti (premio di maggioranza fissato alla quota del 37 per cento), del tutto in contrasto con le sentenze della Consulta. Da alfiere della legalità costituzionale ad orfano dell’Italicum e del Porcellum.

Questa conversione è inspiegabile. Nuova legge «alla tedesca» e richiesta di scioglimento immediato nei piani di Renzi si congiungono. La sua attenzione a cercare una complicità ampia sul meccanismo elettorale scaturisce dalla prioritaria sua carta: allestire il tavolo per uno scioglimento consensuale delle camere che metta sotto scacco il riluttante inquilino del Quirinale. Dinanzi alla confluenza delle tre forze più rappresentative per sfidarsi alle urne sotto il Generale Agosto, al capo dello Stato resterebbe ben poco da ponderare circa i tempi, le scadenze, gli obblighi.

Non è un potere personale la dissoluzione della legislatura. Contro la forza dei numeri, che certificano che alcun governo è possibile senza il concorso di Pd, Fi e M5S, c’è poco da ricamare sulla ragionevolezza del Colle. Scomunicando i ribelli e confermando il senso dell’iniziale abboccamento di Di Maio, dal megafono di Genova proviene l’ordine di convertire il M5S in sentinella del sistema che ammaina ogni velleità di guidare un arco di lealtà costituzionale. Con l’affondo via blog la situazione istituzionale si complica. Lo scioglimento delle camere non deve essere parte del confronto per definire le nuove tecniche della competizione. Solo così si sterilizza la fretta di un Renzi ultradialogico (per finta) e si recupera una distensione indispensabile per valutare l’impatto della regola elettorale.

Che la legislatura sia usurata, con vizi genetici che gravano sulla sua vita e legittimità è indubbio. Quasi nulla va salvato dell’avventura parlamentare avviata nel 2013. E però anche il modo di dileguarsi conferma il carattere malato della legislatura. Grillo si inchina a un capo che ormai coltiva solo personali desideri di rivincita e non ha in alcun conto il contesto istituzionale, le implicazioni economiche delle sue gesta. Con il suo affondo toglie a Renzi la patente (che tutti ormai gli riconoscono) del leader irresponsabile che forza i tempi e sabota la sua stessa maggioranza.Con l’anticipo del voto, il leader del Pd avrebbe un beneficio di non poco conto: alleggerire il peso della legge finanziaria, che con i suoi costi sociali sgonfia il ritorno in scena delle narrazioni di Rignano, rinviare l’impatto politico catastrofico delle situazioni di emergenza (caos delle banche venete).

Le mire di Renzi si comprendono. Alle urne egli va per impedire che un commensale diventi scomodo rivale per una conduzione del governo sonnolenta ma più efficace della sua e un nuovo fantasma (il ministro Calenda?) esca dal cilindro degli impotenti poteri forti per sterilizzarlo. Anche i vantaggi per Berlusconi sono evidenti. Rientra nel gioco, prenota la promozione sul campo come cavaliere dell’ordine e garante della responsabilità. Quello che sfugge è proprio il calcolo del M5S: entrare così precocemente nella casta irregolare di Renzi e Berlusconi pare una operazione priva di senso. Con la benedizione di Grillo diventa impossibile sterilizzare la velocità renziana per ottenere il battesimo delle urne. E arduo si fa anche il bisogno di prendere il tempo dovuto per la ponderazione del congegno elettorale.

Il dispositivo del voto unico (al candidato uninominale e alla lista bloccata) annulla la libertà di scelta del cittadino. Espediente già visto e sanzionato dalla Consulta. La possibilità per il candidato di piazzarsi in testa nella circoscrizione e però non risultare eletto indica un impianto ingannevole che azzera la promessa di maggioritario nei collegi uninominali. Smontare questo perseverare diabolico in tecniche elettorali distruttive è la cosa più importante, il voto può attendere regole meno manipolative.

Dopo la sentenza del blog, la partita si fa più chiara. La cultura della Costituzione deve mobilitarsi contro i tre comici della casta al potere: Berlusconi, Renzi e Grillo.

MICHELE PROSPERO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società



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