Faraaz Hossain, non un eroe ma un essere umano

Non chiamatelo “eroe”. E’ una appellativo così lontano dal semplice spirito di grande umanità che ha avuto il giovane studente bengalese Faraaz Hossain nel rimanere accanto alle amiche e...

Non chiamatelo “eroe”. E’ una appellativo così lontano dal semplice spirito di grande umanità che ha avuto il giovane studente bengalese Faraaz Hossain nel rimanere accanto alle amiche e morire con loro.
Poteva essere libero: aveva saputo recitare a memoria alcuni versetti del Corano. I terroristi del Daesh, tutti ragazzi di ottima famiglia borghese, l’avevano risparmiato perché la prova del “buon musulmano” era riuscito a darla.
Ma poi quel ragazzo ha deciso di non abbandonare chi invece non conosceva il testo sacro dell’Islam e, quindi, era per questo considerato “crociato”, “infedele” e condannato a morte.
Così anche lui ha seguito la sorte che non gli sarebbe toccata. Ma la parola “eroe” è usata e abusata per ogni persona che si immola per una causa.
“Gli eroi son tutti giovani e belli…”, canta Guccini ne “La locomotiva”, una delle mie canzoni rituali, che amo molto da tanto, troppo tempo. Ma, scriveva il poeta: “Sciagurato il paese che ha bisogno di eroi”.
Perché l’eroe è sempre una figura estrema, che nasce proprio sul confine tra la vita e la morte, tra il possibile e la varcata soglia del non ritorno indietro, dell’impossibile quindi.
L’eroismo è mito, è venerazione, è subito storia e passato. Invece l’ammirazione per un sentimento di solidarietà e di comunanza di affetti e di destini, un sentimento tutto umano, è ciò che dovremmo riconoscere nel gesto del giovane studente bengalese.
Abbiamo invece bisogno di eroi, ogni giorno. Ne abbiamo bisogno perché sono stati creati tanti anti-eroi, tante figure di contrapposizione che si esprimono appunto nel terrore finanziato da quegli stessi stati occidentali che decidono successivamente che certe cellule sono impazzite, ne hanno perso il controllo e possono diventare un ostacolo per la dominazione economica, sociale e politica di determinati stati del Medio Oriente.
Il bisogno d’eroi dovrebbe essere la colonnina di mercurio con cui segnare la febbre di questo mondo: più si alimenta la moda dell’estremo sacrificio come fenomeno quasi culturale e sociale, come emblema di riscossa di una umanità spaventata e sempre sotto attacco, più si rende debole la capacità di comprensione di tutto questo orrore.
La solidarietà viene meno, ci assale la paura, ci domina l’odio e crescono quotidianamente razzismo, xenofobia, timori ingiustificati e ossessioni che sono, in quanto tali, privi di senso.
Il califfato islamico di Al Baghdadi gioca su fronti molto diversi tra loro: conduce la sua guerra nelle terre che controlla, dalla Siria all’Iraq, dalla Libia alla Nigeria spingendosi fino alla Somalia e poi gestisce una campagna di propaganda che alimenta con un abile utilizzo di Internet e con le bombe e i tagliagole che non sono figli di proletari resi disperati da una condizione di indigenza senza fine. Sono giovani ventenni che hanno studiato nelle migliori scuole di Dacca, che hanno assaltato il ristorante frequentato dagli stranieri senza il classico pastrano nero e la kefiah rossa, senza bandiere nere. Educati e con tono quasi pacato, per nulla intimoriti dalla morte: “Ci rivediamo presto in paradiso” hanno detto ai superstiti della strage prima che le forze speciali bengalesi li crivellassero di colpi.
Studenti. Studenti assassinati e studenti che assassinano. La voglia di vivere e quella di morire.
Processi umani che sono disumani, perfettamente in linea con migliaia di anni di storia in cui i nostri simili hanno combattuto guerre sotto le più svariate bandiere e per i più ignobili motivi.
Nella “Notte di San Bartolomeo” in Francia, in quel 24/25 agosto 1572, i cattolici dei Guisa e di Caterina de’ Medici non risparmiarono nemmeno i bambini degli ugonotti. Squartarono vivi migliaia di donne e uomini nella sola Parigi, ne gettarono i cadaveri nella Senna, li defenestrarono come fecero con l’ammiraglio Coligny, trascinandoli per le vie della capitale francese in mezzo ai cani che odoravano il sangue fresco rimasto sul terriccio delle strade.
Guerre di religione in apparenza. Tanto nella Francia di Carlo IX quanto nel Bangladesh di oggi siamo davanti a guerre che usano la religione come strumento di adescamento, di convinzione indotta per accrescere il potere e la forza economica di presunte teocrazie che guardano in realtà ad un consolidamento politico.
Qualcuno si è salvato anche dalla “Notte di San Bartolomeo” e ha provato, diventando re (“Parigi val bene una messa”), con un “editto di tolleranza”, a mettere fine alle congiure, agli omicidi e alle stragi tra differenti interpretazioni delle dottrine di fede.
Però, vedete, si trattava comunque di “tolleranza”, di sopportazione, non di solidarietà.
Ecco, il gesto di Faraaz Hossain è questo: è solidarietà a tutto tondo, non è eroismo. Nessuno vuole essere un eroe. La fine dell’eroe è quasi sempre la morte. E nessuno, nemmeno chi dice di volerlo, veramente vuole e cerca la fine di sé stesso.

MARCO SFERINI

4 luglio 2016

foto tratta da Pixabay

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