Da Budapest a Dacca: la storia si ripete

C’è uno sceneggiato (a me piace chiamare ogni cosa, se possibile, con un nome italiano ed evitare inglesismi e americanismi linguistici di sorta, quindi evito di chiamarla “fiction”) prodotto...

C’è uno sceneggiato (a me piace chiamare ogni cosa, se possibile, con un nome italiano ed evitare inglesismi e americanismi linguistici di sorta, quindi evito di chiamarla “fiction”) prodotto dalla Rai, e messo in onda alcuni anni fa, che racconta le gesta di un uomo che aveva combattuto nella guerra civile spagnola da quella che noi comunisti consideriamo, giustamente, la “parte sbagliata”. Aveva servito sotto Franco, ma era difficile poter dire che fosse “fascista”. Semplicemente voleva combattere la minaccia del bolscevismo che si estendeva nell’Europa post bellica del primo conflitto mondiale.
Giorgio Perlasca era quest’uomo coraggioso. Coraggioso su diversi fronti. Dalla Spagna fascista dei militari golpisti che soffocarono la democratica repubblica e il legittimo governo che la dirigeva fino ad una serie di atti che forse Perlasca non avrebbe mai pensato di dover intraprendere.
Questa non è la sua storia, ma solo un incipit per introdurre una breve riflessione sui fatti che sono accaduti a Dacca, la capitale del Bangladesh, dove, al pari di quanto accaduto in Turchia passato sotto il silenzio incoscenzioso di una opinione pubblica unidirezionale, le quinte colonne del Daesh hanno fatto irruzione in un locale pubblico, hanno sequestrato persone del luogo e semplici turisti e lavoratori stranieri che vi risiedevano e ne hanno fatto strage.
Nella seconda parte del film su Giorgio Perlasca, le case protette dalle ambasciate di Spagna, Svezia e Svizzera dove si sono rifugiati migliaia di ebrei, proprio grazie all’intraprendenza dell’italiano, vengono sgomberate e, dopo un bombardamento alleato, le croci frecciate (i nazisti ungheresi) prelevano donne, uomini, vecchi e bambini per portarli, sotto la minaccia dei mitra spianati, a sgomberare le strade dalle macerie.
E’ una scena che si ripete molte volte. Budapest, in quella quasi fine del 1944, sente le cannonate dell’Armata Rossa e qualcuno degli alti papaveri filo-nazisti inizia ad essere seriamente preoccupato.
Poi, un giorno di inverno, le croci frecciate vengono inviate a radunare gli ebrei per portarli al massacro. Perlasca lo viene a sapere e decide di metterli al sicuro. Fa tutto il possibile, ma riuscirà a salvarne pochissimi.
Durante una di queste fughe precipitose, un uomo, un ebreo, di mezza età si trova davanti una giovanissima recluta nazista ungherese.
L’uomo prova a salvarsi: “Sono cattolico, non sono ebreo. Sono cristiano”.
La giovane guardia gli domanda: “Se davvero sei cattolico, recita il Padre nostro. Lo saprai il Padre nostro, no?! Dove sta il Padre nostro?”.
Sta nei cieli, ma questo un ebreo forse può anche non saperlo se non ha mai pregato come fa un cattolico.
E allora prevale la rassegnazione: “Non lo so dove sta…”, ripete l’uomo ampliando il senso di quella frase con uno scoramento e una rassegnazione che vogliono dire: “Non so proprio dove si trovi in mezzo a tutto questo inferno”.
Così la giovane guardia nazista arma la pistola, la punta alla sua fronte e gli spara.
La scena, voi capite, è esattamente quella vissuta a Dacca dalle venti persone che sono state costrette a recitare versetti del Corano per provare di essere dei buoni musulmani e non dei “crociati”.
I giovani combattenti del Daesh, quelli che vengono chiamati “inghimasiyyn”, ossia delle sorte di truppe speciali che diventano “quinte colonne”, oltre i confini “statali” del califfato nero, si sono filmati mentre sgozzavano con il macete nove italiani, sette giapponesi, un americano, due bengalesi e un indiano.
Il commando jihadista è composto da giovanissimi: preparano un attentato in nome dell’Islam, del Corano, di Maometto, del Califfo, questa volta non si tratta di uccisioni isolate, ma di una vera e propria strage che deve andare sui mezzi di comunicazione di massa, girare su Internet; non solo, quindi, un’azione dimostrativa, ma una azione esemplare, pari a quella accaduta in Turchia pochi giorni fa.
La strategia del Daesh sfugge anche a molti celebri analisti politici: c’è chi sostiene che si tratti di un segno di debolezza, visto l’arretramento dei territori controllati in Siria e Iraq (riconquistato per metà dalle rispettive forze governative e pesantemente martellato dai bombardamenti americani e russi); c’è chi, invece, afferma che il califfo stia adottando la tecnica di Al Qaeda (con cui, del resto, ad esempio in nazioni come il Bangladesh dove rivaleggia con la vecchia organizzazione di Osama bin Laden nel reclutamento di combattenti e in una sorta di “egemonia culturale e politica” anche sull’interpretazione del Corano per la Jihad), spargendo terrore ovunque per impegnare su più fronti la coalizione mondiale antiterrorismo.
Dall’Ungheria del 1944 al Bangladesh e alla Turchia del 2016 è cambiato veramente poco. La voglia di potere, dominio, profitto, supportata dall’elemento religioso come corollario sacro di una lotta altrimenti priva di senso, sono le ragioni del terrorismo: un terrore contro altri terrori.
Daesh uccide barbaramente così come barbaramente gli occidentali usavano il fosforo bianco in quelle guerre legittime, sotto benedizione dell’Onu (benedizione spesso costruita ad arte per dare una parvenza di legalità stataleere e proprie invasioni imperialistiche), dove rimanevano nel deserto corpi scarnificati e scuoiati, senza pelle, con le ossa che apparivano dai volti e dalle gambe di soldati investiti da quelle nubi di gas.
Daesh uccide barbaramente così come le mine a grappolo, le mine antiuomo dove sono saltati in aria centinaia di bambini afghani, uomini, donne curati con protesi laddove si è riusciti a tenerli in vita.
Daesh non è migliore rispetto all’Occidente democratico, questo è certo. Purtroppo nemmeno l’Occidente democratico fa molto per esaltare questa sua differenza con un gruppo di terroristi che ha contribuito a far nascere in Siria nei primi tempi della guerra civile. Proprio come accadde in Afghanistan con Osama bin Laden.
Questi errori (errori?) si pagano e duramente. Con altre guerre, con altri morti e massacri.
Quello di Dacca è l’ultimo (ma forse non l’ultimo, purtroppo) episodio di orrore, di efferatezza e di crudeltà che gli esseri umani, fanatizzati e resi potenti da chi già prima era fanatico e potente, riescono a produrre in perfetto stile di continuità con quanto già visto durante la Seconda guerra mondiale.
L’ombra della svastica è sempre dietro di noi: in ogni odio, in ogni razzismo, in ogni xenofobia, in ogni paura. E’ il nostro “lato oscuro” da cui è difficile uscire se non trasformando questa società e rovesciandola completamente.

MARCO SFERINI

3 luglio 2016

foto tratta da Pixabay

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