Black Mirror e la stagione dei drammi “rossi”

Una analisi in chiave žižekiana della serie più quotata in questi giorni

Prendiamo spunto, per una volta, dalla realtà “virtuale”; in questi giorni è ritornata in voga la serie britannica Black Mirror, opera di grande caratura che sicuramente sarà ben conosciuta dal giovane popolo moderno. Diamogli, dunque, una peculiare forma: la narrazione distopica. Appellarsi, di conseguenza, al mostro sacro orwelliano è una tappa forzata, ma ciò non significa che tale trasmissione sia ovvia o ridondante. Ciò che ci ha colpito è uno dei primi episodi, per essere precisi l’episodio 2 della stagione 1 del 2011 “15 Millions Merits”. In questa puntata si denuncia con forza quanto oggi viene descritto dal sistema filosofico di Slavoj Žižek a proposito del “circolo chiuso di mercificazione” capitalistico.

Di certo, Black Mirror non è una mosca bianca, vi sono, in realtà, stuoli e stuoli di serie televisive e cartoni animati che sottilmente denunciano le loro trame žižekiane. In qualche modo si tratta di una guerra all’egemonia chomskiana, la quale, in pompa magna come le sturmtruppen in un blitz, è cominciata con la crisi e l’ascesa a dio in America del Gigante di Lubiana. Serie correlate a B.M. sono la schizofrenica Mr. Robot, (dalla 16ma Stagione in crescendo) l’oscena ma veritiera South Park, l’anacronistica (per i tempi, non per i temi) Malcom.

Questa vicinanza d’intenti che s’è proposta al pubblico, questa sincera e genuina denuncia, ci porta a mari più vasti e sconosciuti di quelli accademici trattati sin ora, abbiamo studiato e continueremo ad analizzare nel decorrere della Storia come fiume facendo nostro il da poco rinnovato panta rei (grazie Gabbani!), ma è il caso di discostarci per un attimo da tali questioni.

Ciò che si annuncia in queste serie è la grande disfatta di un Capitalismo dei Costumi e dell’Apparenza. Manca per l’appunto l’Essere, l’essenza delle cose, in questi bozzetti macabri e tenebrosi alla Goya. B.M. Con la antiserializzazione delle puntate ci fa pensare a questo, ad una depauperazione di contenuti, di sostanza, in fondo, della vita umana, dinanzi alla macchina. Un tema certamente luddista, fortemente legato all’avanzamento e che malcela un certo rimpianto del passato. Caliamo, dunque, i sipari e lasciamo che sia il racconto a dispiegare le vele in questo blu.

La storia di Bing e la nostra lettura

Bing è un giovane ragazzo nel grande mondo della dittatura-entertainment, vive agiatamente grazie ad una cospicua somma di meriti, l’e-coin in salsa social, lasciata in eredità dopo la morte del fratello, pur essendo forza-lavoro in questa “centrale elettrica e consumistica a pedali”. Per l’appunto il mondo di Bing è composto da pubblicità, avatar virtuali, programmi spazzatura, e pedalate per generare energia. L’Infocapitalismo in tutto il suo splendore, insomma. Nel suo mondo, come in quello di Winston Smith di 1984 tutti vestono una tuta, anche se di ben diversa natura da quella degli operai descritta da Orwell, tutti sono uguali formalmente, ma non hanno il diritto comprabile della ribalta sul palcoscenico. Quando, poi, Bing s’imbatte Abi che canta in bagno per coprire il suono dei bisogni corporali, scatta qualcosa.
È nata la critica, dai bassifondi. Abi fa piccole cose a loro modo controcorrente, rivoluzionarie, origami di buste di carta non contemplati dalla scenografia tetra di questa prigione. Lei, già semplicemente essendo e, non come altri, apparendo è un ordito scostato dalla trama, un refuso di quel mondo. È forse per questo che Bing ne rimane intrigato, ne vive la sua sacrale bellezza d’esistere in libertà. Il suo canto, infatti, non è meramente apprezzabile, ma è come un soffio da tempi lontani, il soffio della nostalgia (la canzone di Irma Thomas “Regina soul di New Orleans”, Anyone Who Knows What Love Is) dei tempi puri e dell’infanzia.
È qui il grande carattere luddista e veracemente pieno di un sentire comune oggigiorno la mercificazione totale; Bing, come atto d’atto d’amore dona a lei tutta l’eredità ‒e non è da darsi per scontato, c’insegna che Bing ed Abi sono comunque figli del loro tempo: non gli passa per la mente di amarsi, di esprimere la loro irrazionalità, ma hanno in mente solo l’oppurtunità per vivere meglio grazie ad una dote di nascita, il talento‒ per farla concorrere al talentshow Hot Shots. Lei impressiona il pubblico, ma viene stroncata dal giudice più integerrimo e gli viene proposto di partecipare al programma pornografico Wraith Babes, dato che la sua voce è bella, ma non eccezionale, al contrario del suo corpo.
Questo passaggio dialettico, oltre ad essere correlato alla negazione del significato della canzone, la quale è idealistica rispetto al mondo di Bing, è anche strettamente connesso con il concetto che dà Žižek dell’odierno Capitalismo, capace di distruggere ogni scopo di una opposizione per mercificarlo nell’apparenza che ha creato. Lo stesso processo si succede nel caso di Bing, che, spinto da vendetta e rimorso, recupera un vetro rotto di una arrabbiatura nel suo cubicolo e si prepara per Hot Shots risparmiando persino sul cibo.
Quando poi giunge al suo scopo di denunciare ciò che è lo squallore di quella società, puntandosi un vetro al collo, getta strali e tuona contro l’ingiustizia della “prostituzione legale” di Abi, pur se in modo velato in confronto alla evidenza del suo disprezzo per il sistema. In tutta risposta i giudici non lo fermano, non gli impediscono di dire la verità, anzi, trovano in lui un audience, un’occasione per dgonfiare la rabbia sociale e gli concedono un programma. Anch’egli accetta, come Abi, a questa prostituzione e cambia stile di vita, ma, attenzione al dettaglio, lui, nell’ultima scena trasmette vestito con una tuta grigia, come tutti gli altri, anche se non è così. La nascita di una star e la morte di una verità eccelsa.

Vogliamo brevemente ricordare al nostro buon pubblico, sempre più folto di libere menti, che questa condizione di apatia non è affatto distante dalla realtà, anzi la permea quasi allo stesso modo di questo episodio.

GIANMARCO MEREU

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foto tratta da Pixabay

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