Berlinguer ti voglio bene. La dimensione genitale e l’utopia comunista

L'opera prima di Giuseppe Bertolucci che lanciò Roberto Benigni

Dalle origini ai giorni nostri, coppie di fratelli e sorelle hanno scritto a quattro mani pagine importanti della storia del cinema. Basti pensare a Auguste e Louis Lumière, Paolo e Vittorio Taviani, Antonio e Pupi Avati, Carlo ed Enrico Vanzina, David e Jerry Zucker, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Joel ed Ethan Coen, Lana e Lilly Wachowski, Marco e Antonio Manetti. Senza dimenticare, sebbene non fossero registi, Groucho, Chico, Harpo e Zeppo Marx protagonisti insieme di film indimenticabili.

1. Giuseppe Bertolucci

Ma ci sono stati anche fratelli registi che hanno scritto magnifiche pagine di storia del cinema pur percorrendo strade artistiche diverse. È il caso di Bernardo e del troppo spesso dimenticato Giuseppe Bertolucci che nel 1977 realizzò il suo primo lungometraggio, Bertlinguer ti voglio bene.

Secondogenito del poeta Attilio Bertolucci e di Ninetta Giovanardi, Giuseppe nacque a Parma il 27 febbraio 1947. Trascorse l’infanzia tra la città emiliana e il vicino centro di Casarola fino al 1952 quando, a seguito del successo ottenuto dalla raccolta di poesie del padre “La capanna indiana”, la famiglia Bertolucci si trasferì a Roma, in via Giacinto Carini 45. Uno stabile che dovrebbe essere dichiarato “monumento nazionale”. Al primo piano dello stesso condominio, infatti, dal 1949 viveva un altro poeta, giunto dal Friuli bigotto, moralistico e puritano. Il suo nome era Pier Paolo Pasolini.

2. la famiglia Bertolucci

Se per Bernardo, che aveva sei anni in più, le radici con l’Emilia erano centrali, per Giuseppe fu Roma a diventare “la città”. Frequentò le elementari in una scuola di suore francesi, poi il liceo ed infine il primo anno di Università. Quindi, nel 1967, si trasferì a Firenze per studiare alla facoltà di Lettere. Nel capoluogo toscano fece il ’68 e si innamorò, ma la delusione che ne seguì lo riportò a Roma. In quei mesi, tra il maggio e il giugno del 1969, Giuseppe Bertolucci era distrutto. Bernardo stava, invece, iniziando a girare Strategia del ragno e, da bravo fratello maggiore, lo chiamò per invitarlo sul set. Per distrarlo. Per farlo sentire meno solo. Giuseppe accettò anche se non era mai stato troppo attratto dal cinema, era più un letterato come il padre. Fu la svolta.

Bernardo, che aveva debuttato come aiuto regista in Accattone di Pier Paolo Pasolini e collaborato con Sergio Leone in C’era una volta il West, aveva già diretto quattro film (La commare secca, Prima della rivoluzione, Partner e l’episodio Agonia del film collettivo Amore e rabbia) e fu di grande aiuto per Giuseppe, il cui percorso iniziale fu piuttosto semplice e lineare. Il primo lavoro fu il mediometraggio Andare e venire, realizzato nel 1971 (nel frattempo Bernardo aveva terminato sia Strategia del ragno, sia Il conformista), ma trasmesso dalla RAI solo il 25 novembre del 1972, in cui mostrò un carattere più portato all’introspezione che all’azione.

3. ABCinema (1974)

Parallelamente Giuseppe Bertolucci collaborò col fratello sia per la sceneggiatura di Ultimo tango a Parigi, sia per quella di Novecento. Proprio sul set di quel magnifico affresco di storia italiana, Giuseppe nel 1974 diresse il suo secondo lavoro, ABCinema, un intelligente backstage del capolavoro del fratello, capace di mostrare il lato privato dei tanti divi e l’umanità contadina delle comparse.

Un periodo importante per Giuseppe Bertolucci anche dal punto di vista sentimentale. Nella primavera del 1971 da Firenze si era, infatti, trasferita a Roma, a casa dello straordinario fratello Paolo, Lucia Poli (Firenze, 12 ottobre 1940). La giovane donna era giunta nella capitale per scrivere programmi radiofonici sulla letteratura contemporanea. Dialogò con Alberto Moravia, Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini e, ovviamente, Attilio Bertolucci. Conobbe e iniziò così a frequentare anche i figli del poeta, innamorandosi fatalmente di Giuseppe più giovane e maturo, caratteristica riconosciuta anche da Bernardo che ammise in una splendida dichiarazione d’amore fraterno: “quando avevo sei anni mi nacque un fratello maggiore”.

4. Lucia e Paolo Poli

Ma quello con Lucia fu per Giuseppe anche un incontro artistico (e non solo per l’apparizione nel film Andare e venire). La donna, infatti, fin dal suo arrivo a Roma era diventata un importante punto di riferimento per artisti fiorentini e toscani in cerca di fortuna nella capitale. Nell’autunno del 1972, proprio dalla Toscana, una Volkswagen verde portò quattro amici fiduciosi di ritagliarsi uno spazio tra teatro e cinema. Il primo era Donato Sannini, proprietario dell’automobile, un poeta e regista geniale, il secondo era Aldo Buti che voleva studiare all’Accademia di Belle Arti di Roma, il terzo, il più vecchio del gruppo, era Carlo Monni voce e testa profondissima. Mentre il quarto, un folletto irriverente nato in un piccolo comune della provincia di Arezzo e cresciuto a Vergaio, si chiamava Roberto Benigni.

5. Roberto Benigni giunse a Roma nell’autunno del 1972

I quattro, grazie a Lucia Poli, iniziarono gradualmente ad affermarsi nella capitale. Buti concluse l’Accademia e divenne scenografo e costumista (molti degli abiti di Gian Maria Volonté erano i suoi). Sannini fu capace di essere protagonista delle “cantine romane”, i luoghi dove si sviluppò il teatro dell’avanguardia, per poi consumarsi e spegnersi, come ogni “poeta maledetto” che si rispetti, a soli trent’anni. Secondo gli amici era più intelligente di tutti. Monni alternò la poesia e la recitazione spesso sullo stesso palco dove si esibiva Benigni. Il primo fu quello del Beat ’72, sito al civico 72 di via G. B. Belli, uno dei primi centri teatrali di ricerca dedicato al teatro e alla poesia e ad altre rappresentazioni artistiche, inaugurato nel 1966 da Carmelo Bene con “Nostra Signora dei Turchi”.

6. Donato Sannini, Roberto Benigni, Carlo Monni

I quattro “toscanacci” divennero abituali ospiti in casa di Giuseppe e Lucia. Il regista venne subito colpito da quello strano “elfo” capace di animare le cene, e i dopo cena, con una grande abilità di raccontare, in una sorta di sublime delirio, la sua terra e i personaggi che la vivevano. Nacque così l’importante, e spesso ignorato, sodalizio artistico tra Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni. I due si piacquero da subito in una “convivenza creativa” molto felice e ricca. Un rapporto unico che portò alla definizione delle rispettive identità artistiche. Da un lato Giuseppe aiutò l’attore a scoprire il suo talento, dall’altro Roberto fece uscire dall’incertezza il regista, confermandogli la vocazione da cineasta.

Poco tempo dopo Roberto Benigni, Lucia Poli, Donato Sannini e Carlo Monni entrarono a far parte del Patagruppo, un collettivo teatrale fondato da Bruno Mazzali e Rosa Di Lucia. Nell’impresa venne coinvolto anche Giuseppe Bertolocci. Il neonato gruppo, dopo alcuni attriti col Beat ’72, cercò uno spazio autonomo per continuare a sperimentare ed esibirsi. Trovarono un vecchio garage in zona Prati, in via Alberico II a Roma. Quel locale divenne presto un teatro con due sale, la prima chiamata Alberico di circa 200 posti e una più piccola, la cantina del vecchio garage, di novanta posti chiamato Alberichino.

7. i racconti di Benigni divennero la base del nuovo spettacolo

Per l’inaugurazione di quest’ultima, fissata per la fine del 1975, Bertolucci e Benigni si impegnarono con gli altri del Patagruppo per proporre una rappresentazione. L’idea fu quella di trarre uno spettacolo dai racconti che Benigni “vomitava” nelle cene a casa del regista. Così ad ottobre i due artisti andarono, da soli, per cinque giorni a Casarola, uno dei luoghi dell’infanzia del giovane Bertolucci. Si chiusero in una stanza. Dalla porta finestra si vedeva solo un grande prato verde in salita. L’attore scavò nella sua memoria e parlò quasi ininterrottamente, mentre il regista cercò un filo conduttore per quei racconti. Scoprì così un mondo, quello della provincia toscana, rossa, contadina, sottoproletaria e genitale. “Ho provato – credo – la stessa emozione di un esploratore che scopre un’isola mai segnata sulle carte”, dirà in seguito.

Come previsto nel dicembre del 1975 l’Alberichino venne inaugurato dalla prima dello spettacolo scritto da Bertolucci e Benigni. Era un monologo, assai poco frequentato all’epoca, dove alla violenza dissacratoria delle parole, un lessico contadino toscano tutto punteggiato di richiami agli organi genitali, si contrapponeva la fissità dell’attore che recitava con le mani in tasca, sotto una semplice lampadina. Era “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia”.

8. Cioni Mario di Gaspare fu Giulia

Molta critica censurò il linguaggio di questo monologo crudo e surreale di un giovane del sottoproletariato toscano orfano di madre, al punto che il critico de L’Avanti il 30 dicembre del 1975 si limitò a sottolineare “È nato un altro teatro a Roma, è in via Alberico II, prima il locale era un garage, adesso è un luogo doppiamente usabile: al piano terreno una sala grande, sotto, nella buca che serviva per lavorare sotto le automobili, è scavato un altro spazio…”. Uno spazio chiuso scandalosamente nel 1982 per volontà dall’allora Ministro dello Spettacolo, il democristiano D’Arezzo, per farne un banale ristorante.

Ma tra il pubblico quella sera c’era anche Roberto Negrin, collaboratore del produttore Gianni Minervini (Napoli, 26 ottobre 1928 – Roma, 4 febbraio 2020) che era in procinto di fondare l’AMA Film con Antonio e Pupi Avanti (in seguito vinse l’Oscar per Mediterraneo di Gabriele Salvatores). L’idea che Negrin propose fu quella di trovare il modo per prolungare la vita del personaggio. Minervini fu subito d’accordo e contattò Bertolucci per realizzare un film. Nel progetto fu coinvolta anche la contessa Marina Cicogna (Roma, 29 maggio 1934). Appartenente all’antico casato lombardo dei Cicogna Mozzoni e da parte di madre dei Conti Volpi di Misurata, la donna protagonista, della “dolce vita” romana, vantava un felice intuito per il cinema. Aveva, infatti, finanziato C’era una volta il west di Sergio Leone, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto diretto da Elio Petri, per il quale si aggiudicò nel 1971 anche l’Oscar al Miglior film in lingua straniera, e La classe operaia va in paradiso ancora di Petri. La contessa Cicogna, sebbene imbarazzata dalla lettura del testo, volle vedere realizzato sul grande schermo il “progetto Mario Cioni”.

9. Gianni Mivervini

Progetto che Bertolucci e Benigni cercarono di portare anche al crescente pubblico televisivo, grazie a tre speciali per la RAI intitolati “Vita da Cioni”. Ma la censura bloccò la messa in onda degli spettacoli che videro la luce solo nel 1978 (oggi comodamente visibili su RaiPlay).

Lunedì 9 maggio del 1977 ci fu il primo Ciak del film che aveva rispetto allo spettacolo alcune significative differenze. Per prima cosa la pellicola non poteva essere un monologo, quindi i personaggi del mondo di Mario Cioni, ovviamente interpretato da Roberto Benigni (Castiglion Fiorentino, 27 ottobre 1952), dovevano avere anche un volto a partire dagli amici del protagonista. Vennero coinvolti il già citato Carlo Monni (Campi Bisenzio, 23 ottobre 1943 – Firenze, 19 maggio 2013) che divenne il collega-poeta Bozzone; Mario Pachi (Firenze, 2 gennaio 1943 – Firenze, 1 maggio 2001), attore toscano nella compagnia di Paolo Poli, interpretò l’amico Gnorante; Maresco Fratini, amico di Benigni e Monni alla guida di una ditta di costruzioni (tutt’ora attiva), recitò per caso la parte dell’amico Buio.

10. Alida Valli

In secondo luogo nello spettacolo teatrale Mario Cioni era orfano di madre (fu Giulia), nel film divenne orfano di padre. Bertolucci si mise quindi alla ricerca di un’attrice disponibile a recitare un copione forte e per di più praticamente gratis. Dopo aver contattato Valentina Cortese, ottenendo un secco rifiuto e qualche insulto, il regista si ricordò di un’attrice importante che aveva conosciuto sul set della Strategia del ragno, il suo nome era Alida Maria Altenburger von Marckenstein und Frauenberg, ma la storia la ricorda come Alida Valli (Pola, 31 maggio 1921 – Roma, 22 aprile 2006) una delle più intense attrici di sempre. Ripercorrere la sua filmografia è poesia. La donna accettò.

Le terza cosa che Bertolucci cambiò rispetto al teatro fu la violenza verbale, più attenuata per superare la censura. Non mutarono, invece, la forza e l’originalità dell’opera, rimasero i temi sociali, restò quel curioso cortocircuito tra la dimensione genitale e l’utopia comunista, ma cambiò il titolo. Quella provincia fatta di niente, quel sottoproletariato smarrito, chiassoso, umiliato (“c’ha trombato la miseria e semo rimasti incinta” recita Bozzone) aveva una speranza chiusa una rivoluzione che poteva scatenare un uomo a cui tutto quel mondo, e non solo, voleva un gran bene. Non più “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia”, ma Berlinguer ti voglio bene.

11. Berlinguer ti voglio bene (1977)

Le musiche, beffardo e struggente al tempo stesso il tema principale, furono curate da Pier Luigi Farri e Franco Coletta. Il montaggio da Franco “Kim” Arcalli (storico collaboratore dei Bertolucci). Dopo soli 28 giorni di riprese, tra il maggio e il giugno 1977, il film venne presentato il 6 ottobre 1977.

In un paesino di campagna tra Prato e Firenze, una domenica pomeriggio Mario Cioni (Roberto Benigni) e i suoi amici Buzzone (Carlo Monni), Gnorante (Mario Pachi) e Buio (Maresco Fratini) dopo essere stati cacciati da un cinema, decidono di andare a ballare in una balera. La musica dell’improbabile complesso Romeo e Los Gringos viene interrotta quando il cantante del gruppo (Franco Fanigliulo) annuncia “Cioni Mario deve tornare subito a casa perché gli è morta la mamma”. Attonito e incredulo il giovane inizia a vagare senza meta e ad imprecare (una carrellata del regista accompagna uno sproloquio volgarmente sublime), per ritrovarsi a dormire sotto il cavalcavia di un’autostrada. Solo all’alba Cioni raggiunge casa dove ad attenderlo c’è la mamma (Alida Valli), infuriata perché il figlio ha passato la notte fuori senza avvertire. Sconvolto, ma felice Mario capisce che l’annunciata morte era solo uno scherzo degli amici. La donna ha quasi compassione del figlio (“Mario, tu sei tanto imbecille, povera creatura”) che soffre di un gigantesco complesso edipico e non riesce a liberarsi dell’ingombrante figura della madre decisa, tra l’altro, a fargli sposare la figlia (Rosanna Benvenuto), occhialuta e zoppa, di un suo amico. Ma l’incontro con la promessa sposa si conclude con la fuga della ragazza. La madre decide così di portare il figlio dal parroco (Giovanni Nannini), ma dopo le prime frasi di comprensione il sacerdote riempie Mario di pugni e insulti. Finalmente lasciato solo il giovane Cioni raggiunge gli amici al lavoro. I quattro sono muratori, discutono di Berlinguer e di comunismo e attendono un cenno in televisione del Segretario del PCI per fare la rivoluzione. Proprio mentre sotto di loro il passaggio di un’auto annuncia un dibattito alla Casa del popolo Majakovskij dal titolo “Pole la donna permettersi di pareggiare con l’omo?”. Finito il lavoro i quattro giocano a carte. Alla fine della partita Cioni deve quattromila lire a Buzzone che, in cambio, gli propone una notte con sua madre. Mario pensa sia uno scherzo, ma preoccupato perde l’autobus per raggiungere l’estrema periferia in cui vive. Fa l’autostop e a dargli un passaggio sono due ragazze (Donatella Valmaggia e Annalisa Foà, figlia del leggendario Arnoldo) dirette alla Casa del popolo per il dibattito. Dopo aver vinto la tombola, animata dal Compagno Vladimiro Tesoroni (Sergio Forconi), Mario assiste al dibattito, un po’ stranito, per poi tornare a casa. Ma all’improvviso arriva Bozzone pronto a riscuotere il pagamento. Mario, una volta di più impaurito, esce di casa e torna a vagare in cerca di prostitute, bar, per poi addormentarsi sui gradini di casa. All’alba la mamma, felice e radiosa, lo accoglie sorridendo. Poco dopo Buzzone si presenta per accompagnare la donna alla messa. All’ora di pranzo l’uomo torna nuovamente portando un pacco di paste e dichiara di aver trovato la moglie ideale. Mario si rattrista una volta di più all’idea di un nuovo matrimonio della madre.

12. Alida Valli e Roberto Benigni, madre e figlio nel film

Originale, dissacrante, surreale, aspro, romantico, genitale e geniale. Berlinguer ti voglio bene, da sottolineare che nel film del segretario del PCI si parla in poche battute e che compare solo in una foto usata come spaventapasseri, ottenne molte critiche positive. Da ricordare Aggeo Savioli su L’Unità scrisse “Il ritratto di un uomo nella sua esatta cornice”, e L’Avanti che definì il film “bello e disperato”. Ma il primo lungometraggio di Giuseppe Bertolucci, realizzato a bassissimo costo, basti pensare che le comparse utilizzate nella scena del dibattito alla Casa del popolo furono pagate il giorno dopo da uno spettacolo gratuito dello stesso Benigni, ebbe qualche problema anche all’interno del PCI.

La Commissione culturale della Sezione di Vergaio il 20 ottobre 1977 sentenziò: “Questa cosiddetta pellicola vorrebbe inserirsi nell’immaginario culturale e politico della classe proletaria e operaia, ritraendo la vita di un giovane muratore delle nostre zone e le difficoltà di godere pienamente delle occasioni di svago e divertimento che il suo ambiente sociale offre. Sebbene noi non si sia dei fini intellettuali, ci pare chiaro che trattasi piuttosto di una solenne presa per il culo dei lavoratori e di noi comunisti in particolare. Perché, pur apprezzando questo titolo che richiama il nostro segretario, tutto il resto risponde a logiche ironiche che indeboliscono l’ideologia e la lotta piuttosto che rafforzare in tutti noi la voglia di migliorarsi tutti insieme! Non s’è mai visto un tale coacervo di bestemmie e improperi che a noi, in quanto atei, ci importano poco, ma si pensa all’immagine dei comunisti che si da fuori. Poi per forza ci dicono che si mangia i bambini! Ma l’avete visto i Bozzone che versi che fa? Non si conosce in tutta Vergaio uno simile. […] In definitiva, si raccomanda alla Federazione di Prato di inoltrare al Comitato Centrale queste nostre preoccupazioni comuniste nella speranza di bloccare la diffusione di questo filmino poco più che amatoriale del quale si faceva volentieri a meno”.

13. Buzzone, Buio, Cioni Mario e Gnorante

Come se non bastasse la pellicola fu accolta tiepidamente anche dal pubblico. Non solo per la mancata distribuzione su tutto il territorio nazionale, praticamente al sud non lo vide nessuno, per il divieto ai minori di 18 anni e per la censura in televisione (sembra incredibile pensando a quanto oggi viene pagato Benigni per ogni sua singola apparizione), ma soprattutto perché non fu capito Mario Cioni o come nel film “Cioni Mario” per darsi un tono. Non venne gradito il connubio, nel linguaggio esilarante e ossessivo segnato dalla “torrentizia scurrilità genitale”, tra il sesso e il comunismo. Emblematica la battuta di Cioni “Ecco, il comunismo è la sega prima di farsi la prima sega. Si viene da sé spontaneo”. Così come non venne capito quell’ibrido tra la cultura contadina e quella consumistica, l’omologazione che stava per arrivare nel nostro Paese. Quel pensiero unico che andava a cancellare le differenze, quello che Pasolini chiamò “Genocidio culturale”. Troppo in anticipo sui tempi.

14. Berglinguer ti voglio bene, fu bene accolto dalla critica, ma ignorato dal pubblico

Giuseppe Bertolucci, su L’Unità del 19 maggio 1995, scrisse sull’insuccesso commerciale della pellicola: “Posso dire che insieme ad altri quattro-cinque film a cavallo tra del 1977-78 […] Berlinguer ti voglio bene dette il segno della vitalità di una generazione nata in un momento problematico, segnato dallo sviluppo della tv commerciale, che coincise con lo svuotamento della sale e con l’inizio della crisi degli incassi e di produzione. Nello stesso tempo si abbassava il livello del cinema medio e imperavano i Vitali e le Fenech, fenomeni con cui le generazioni successive non hanno dovuto misurarsi. La nostra fu dunque una piccola generazione che debuttò in anni difficili, e l’ultima ad avere legami – io in particolare attraverso mio fratello Bernardo – con il grande cinema degli anni Sassanta. Poi, nel bene e nel male, è arrivata a far scuola la tv”. Come dargli torto, ma quel film fu comunque l’atto di nascita di una nuova generazione di comici, Nanni Moretti, Massimo Troisi, Carlo Verdone, che da li a poco avrebbe arricchito il cinema italiano.

 

15. Lucia Poli, a sinistra, ne Le ombre rosse (2009) di Francesco Maselli

Nel 1977, anno di uscita di Berlinguer ti voglio bene, si concluse anche la storia d’amore tra Giuseppe Bertolucci e Lucia Poli. Secondo le parole della donna erano “i fratelli della seconda fila. Davanti le stelle: Bernardo e Paolo” e per questo affinarono il gusto per la marginalità. Non si videro praticamente più, ma l’attrice continuò a frequentare papà Attilio, morto il 14 giugno del 2000. La Poli continua a dividersi tra teatro e cinema, da citare una piccola parte ne La tigre e la neve (2005) di Benigni, quasi a ricordare i vecchi tempi, e il ruolo di Vanessa ne Le ombre rosse (2009) di Francesco Maselli.

E i protagonisti di questo film divenuto oggetto di culto (benché più citato che visto)?

16. Alida Valli, splendida e surreale madre di Cioni Mario

Alida Valli, troppo elegante per sembrare proletaria, ma proprio per questo in perfetto sintonia con lo spirito della pellicola, recitò ancora in decine di film, in alcuni nuovamente diretta da Giuseppe Bertolucci, per poi spegnersi, dopo settantanni di carriera, il 22 aprile 2006.

Carlo Monni, fatto di materia e poesia, divenne attore a tempo pieno. Più volte con l’amico di sempre Roberto Benigni, ma da ricordare sono anche le collaborazioni con Francesco Nuti e Alessandro Benvenuti (Gino Gori di Benvenuti in casa Gori e Ritorno in casa Gori è lui). Recitò fino all’ultimo per poi arrendersi ad un male incurabile il 19 maggio del 2013. A lui è dedicato il teatro di Campi Bisenzio, divenuto Teatrodante Carlo Monni, e perfino una fermata della tramvia al Parco delle Cascine a Firenze. Mario Pachi sviluppò, invece, un’intensa carriera teatrale, per poi spegnersi nella natia Firenze a soli 58 anni. Maresco Fratini, infine, tornò all’azienda di famiglia, la Fratini costruzioni, che guidò fino alla sua morte avvenuta nel 1994.

17. Carlo Monni in Benvenuti in casa Gori di Alessandro Benvenuti

Continuarono a collaborare, invece, Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni. Il regista, dopo due notevoli pellicole Oggetti Smarriti (1980) ritratto di una donna in crisi con Mariangela Melato e Bruno Ganz e Panni sporchi (1980), un viaggio, realizzato per il PCI, tra gli emarginati che frequentano la stazione centrale di Milano, confezionò Tuttobenigni (1983) una splendida raccolta degli spettacoli dell’attore nelle piazze italiane. Un film che chiuse un’ideale trilogia comprendente sia “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia”, sia il film Berlinguer ti voglio bene.

Successivamente Bertolucci e Benigni scrissero insieme la sceneggiatura del primo film diretto dal comico toscano, Tu mi turbi (1983), dell’indimenticabile Non ci resta che piangere (1984) diretto e interpretato dal “folletto” insieme a Massimo Troisi e de Il piccolo diavolo (1988) dedicato ad Andrea Pazienza e all’amico Donato Sannini morti prematuramente.

18. Benigni con in braccio Enrico Berlinguer in un celebre comizio

Poi Benigni e Bertolucci presero strade diametralmente opposte. Il primo smise di essere progressivamente quel menestrello straordinario che sognava un mondo in cui “una regina può sposare un contadino” e che sollevava il vero Berlinguer durante un comizio, marciando verso la comunicazione e la grande popolarità fino al successo planetario e ai due Oscar con La vita è bella (1997), che “costrinse” gli Stati Uniti, sempre pronti a sfruttare nuovi divi, a distribuire un DVD dal titolo Berlinguer I Love You.

Mentre il più piccolo della famiglia Bertolucci continuò a frequentare i sentieri più appartati e desueti della sperimentazione e della marginalità. Realizzò grandi opere come l’ottimo Strana la vita (1987) o I Cammelli (1988) in cui, alla notizia dell’Oscar per L’ultimo imperatore al fratello Bernardo, cambiò una battuta a metà film. Il personaggio interpretato da Diego Abbattantuono, impresario-presentatore, annuncia al pubblico: “Abbiamo il piacere di avere qui con noi il geometra Baiocco, l’imperatore della porta, l’ultimo imperatore. Ti cedo la linea”. E il geometra: “Sono qui stasera per l’assegnazione d un premio che mi sta particolarmente a cuore, La maniglia d’oro”. Ironia e affetto per quel fratello maggiore così diverso da lui. Assieme diressero un solo film, l’episodio Bologna inserito nel documentario 12 registi per 12 città, dedicato alle città che avrebbero ospitato i Mondiali di calcio nel 1990.

19. Bernardo e Giuseppe Bertolucci

Da segnalare, inoltre, nella filmografia del regista: Segreti segreti (1984), storie di donne e di terrorismo; Amori in corso (1989), commedia al femminile; Troppo sole (1994), grottesco e parodico. Nel 1997 Giuseppe Bertolucci venne chiamato a presiedere la Cineteca di Bologna, progetto cui si dedicò con grande determinazione (la cineteca ha in catalogo un imperdibile DVD che raccoglie molti suoi documentari).

In merito al rapporto con Roberto Benigni, Giuseppe Bertolucci sottolineò: “È curioso come una iniziale, comune affinità elettiva possa poi divaricarsi in opzioni così diverse, dando luogo a opere e destini così distanti, senza peraltro che la nostra amicizia abbia avuto a patirne”. L’affetto non mutò mai e quando il regista scomparve il 16 luglio 2012, l’attore dichiarò serenamente: “Devo tutto a Giuseppe Bertolucci. Ho passato con lui gli anni più belli della mia giovinezza. Era il mio amico. Il mio primo amico, il mio primo regista, il mio primo autore. Mi ha insegnato lui a leggere la poesia, a muovermi, a camminare nel mondo, a guardare il cielo, a capire da che parte arriva la bellezza e a riconoscerla. E l’audacia, e il coraggio. Devo tutto a Giuseppe”.

20. Giuseppe Bertolucci ti voglio bene

Un regista, teatrale e cinematografico, troppo spesso dimenticato. Giuseppe Bertolucci non fu semplicemente l’uomo che scoprì e lanciò Benigni (a lui devono molto anche Sabina Guzzanti e Diego Abbattantuono), ma fu il cineasta della contemporaneità. Al contrario del fratello Bernardo la cui poetica partiva da un grande scenario ed arrivava al dettaglio, il più piccolo dei Bertolucci individuava un episodio apparentemente piccolo e lo portava ad una dimensione più ampia. Raccontò la vita di proletari, sottoproletari che animano le periferie e le stazioni (luogo spesso ricorrente nella sua filmografia) approfondendo i loro sentimenti. Anche per questo mi sento di dire Giuseppe Bertolucci ti voglio bene.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Giuseppe Bertolucci” di Massimo Giraldi – Castoro
“Bernardo Bertolucci” di Stefano Socci – Castoro
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2019” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza, foto 4, 5 Screenshot del film Dillinger è morto, foto 1 da it.wikipedia.com, foto 2 Screenshot del film Una storia moderna – L’ape regina, foto 3 da gettyimages.com.

categorie
Corso Cinema

altri articoli