Banksy e l’arte della provocazione collettiva

Con questo primo breve pezzo, inauguriamo una nuova rubrica che vuole cercare di arricchire “la Sinistra quotidiana” con altra voce, con altri contesti. Abbiamo pensato ad un luogo fatto...

Con questo primo breve pezzo, inauguriamo una nuova rubrica che vuole cercare di arricchire “la Sinistra quotidiana” con altra voce, con altri contesti. Abbiamo pensato ad un luogo fatto di parole, all’interno del quale portare idee, frammenti, notizie, approfondimenti che abbiano come humus il terreno della Filosofia, della filantropia, dell’Arte e della Cultura dell’Uomo moderno.

Non a caso, per il momento questo spazio viene ad integrare la già prolifica “Terza pagina” che, per l’occasione, diventa “La terza pagina”, dove già trovano posto argomenti non soltanto di tipo culturale ma anche trasversale del nostro comun pensiero.

Con la nuova rubrica che sta nascendo desideriamo fare con le nostre parole e le nostre frasi, una catena che possa unire le visioni condivise e disperse, le diverse situazioni che fanno parte del nostro punto di vista, attraverso immagini che, apparentemente slegate nell’esplicito, legano – o possono legare – il nostro ultimo sentire. E perché no, donarci il beneficio del dubbio…

Troveremo volta per volta, per il momento a cadenza quindicinale (e poi si vedrà), sia articoli sia interviste, nella speranza di dare, appunto, nuove voci alla Sinistra. E nuovi spunti per un dialogo costruttivo, innovativo e di reazione.

E nel migliore spirito di comunità e di popolo, saranno molto ben accettate tutte le vostre critiche e idee che tendono ad innovare, migliorare, fare…

A presto!

ANTONIO GIARLETTA

1° agosto 2020


L’attualità della riapertura dei musei e delle mostre, riporta all’Arcimboldi di Milano un nome che da ormai un ventennio ha fatto parlare di sé e in modo crescente (quasi esponenziale).

Banksy. Null’altro da dire. Basta leggere il nome di questo artista tutto tondo di Bristol (classe ’74) da riportare alla mente decine di sue opere disseminate sui muri di tutto il mondo e che, oltre al fatto artistico legato al tratto (di fatto ripetibile da chiunque, perché la tecnica che viene usata è quella dello stencil), sviluppano moti nell’animo di chi osserva che vanno dal satirico al drammatico, dall’accusa al politico in senso stretto.

Riportare Banksy a Milano, dopo pochi mesi, è esso stesso un segnale che reca una necessità: per citare un aforisma dello stesso street artist “l’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”. E quella necessità, probabile e latente in tutti gli uomini, di dare voce alla propria rabbia, alla propria voglia di dire “No!”.

Banksy lo fa usando la tecnica dello stencil, che è una tecnica che permette di realizzare in loco l’opera in pochissimo tempo, evitando in questo modo di rendere attuabile una azione di blocco. Rende l’opera, altresì, ripetibile.

La vena sovversiva e reazionaria di Banksy si esplicita in opere che spesso partono da vere e proprie icone artistiche, fotografiche, simboliche che per l’intera Umanità hanno già un significato insindacabile, una per tutte: La Mona Lisa di Leonardo (che non è nell’opera banksiana a braccia conserte, ma abbraccia un mitra).

Il fenomeno Banksy è oggi talmente globalizzato da far prevedere l’ipotesi che nel presente l’artista non sia più “un solo” artista, ma “una equipe” di artisti che lavorano al progetto. Eventualità possibile, sia perché lo stencil è applicabile da chiunque, sia perché l’identità personale dell’artista è tutt’ora celata.

Qualunque sia l’organizzazione che regola la vita artistica di questo “pensare”, è interessante notare come l’idea a primo acchito semplice di un’opera povera e veloce, céli, soprattutto per il contesto nel quale si cala volta per volta, una filosofia multiforme e che ancora una volta ne va a connaturare l’essenza del messaggio.

In una prospettiva dialettico hegeliano, se vogliamo scomodare Hegel macchiandolo di venature darmstadiane, la creazione – dall’idea primigenia alla messa in opera in senso letterale – del capolavoro banksiano attraversa tre fasi.

La fa essere attraverso esse opera dell’artista che ne definisce il tema, la linea e la forma, ma anche opera del mondo – e quindi di chi la osserva – calandola in un contesto urbano rappresentativo.

Banksy intaglia i cartoncini nel suo laboratorio, usando la sua tecnica e controllando ogni variabile insita nell’opera. Ne va a definire i colori che saranno i volumi, il messaggio. L’opera a livello caratteristico, nel suo micro mondo artistico è già completa. Lo è, almeno, nel senso della completezza legata all’artista.

Ed è qui che entra in essere il valore legato al loco: avviene che proprio perché inserita in un contesto murario caratterizzato da una storicità, da avvenimenti umani e legati alla storia dell’uomo, l’opera di Banksy diviene messaggio legato a quel contesto. E ne viene, giorno per giorno, modificata (pensiamo ai disegni fatti sui muri delle case dei canali di Venezia, toccati e cambiati dall’acqua alta. E così, un buco nel muro che divide Israele e Giordania diviene portatore di un significato ben più pregno, rispetto a quanto non sarebbe quello stesso disegno sulla tela in un museo. Dico disegno e non opera.

C’è da domandarsi infatti se sia giusto definire il solo tratto dipinto già opera, in Banksy, o se per farla essere tale, sia necessario il suo essere calata nel contesto, nel mondo, di cui diviene testimone, giudice e messaggio di tutti.

ANTONIO GIARLETTA

1° agosto 2020

Foto di Flore W da Pixabay

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Antonio GiarlettaArte

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