20 anni dopo, in un mondo impossibile che è ancora realtà

C’è chi scelse di vedere solo i cassonetti della rumenta bruciati piuttosto dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo; c’è chi scelse di vedere i passamontagna piuttosto dei caschi, altrettanto...

C’è chi scelse di vedere solo i cassonetti della rumenta bruciati piuttosto dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo; c’è chi scelse di vedere i passamontagna piuttosto dei caschi, altrettanto anonimizzanti, dei poliziotti. E c’è chi scelse di vedere un estintore lanciato contro un carabiniere piusttosto che una pistola puntata contro un manifestante, contro un ragazzo anche esile, il cui avambraccio stava tutto nella circonferenza di un rotolo di scotch.

C’è chi vide il Black Block per quello che era, un nugolo di infiltrati che si muovevano qua e là per confondere in un colpo solo manifestanti, giornalisti e persino una larga parte di ignare forze dell’ordine che obbedivano alle direttive dall’alto. Poi c’è chi fece titoli di apertura dei telegiornali e dei giornali di allora sentenziando che quella del Social Forum genovese era tutta marmaglia, mescolando gli stereotipi più disparati e convergenti nelle menti reazionarie delle destre che gestirono la repressione di quei giorni del G8.

Tossici, capelloni, rasta, punkabbestia, centri sociali, comunisti, anarchici, insurrezionalisti (che ci sta sempre bene), sovversivi, individualisti, nel migliore dei termini (si fa per dire),quando proprio si voleva essere un po’ “noblesse oblige“, imponendosi un certo stile davanti a quella plebaglia moderna e altermondialista.

Agli occhi di gran parte degli italiani il G8 non fu il tavolo dei grandi riuniti in conferenza al Palazzo Ducale di Genova, ma, giustamente, fu ciò che avveniva fuori dalla “zona rossa“, oltre quella gialla. In una Genova solo apparentemente libera, sospesa tra le grate funereamente nere e alte che cingevano d’assedio il centro, con il cuore fisico della Superba rapito dal disegno dei otto ridisegnatori della geopolitica mondiale capitalista, i manifestanti erano serpentoni lunghi meravigliosamente disomogenei per colori, per lingua, per ispirazione politica, per ceto sociale.

La grande folla si mette dietro agli striscioni sel Social Forum, grida contro un mondo insostenibile, contro un sistema insopportabile: celebra un nuovo ’68, con tutte le differenze del caso: lo fa pur in mezzo a mille restrizioni, senza farsi impaurire dagli scudi oplitici, dai manganelli esibiti tronfiamente, quasi fossero l’emblema unico del maschio che è lì a presidiare un ordine minacciato da quei mollaccioni, femminucce, froci e checche che sono i comunisti…

I cortei, imbottigliati nelle vie, spezzati e presi ai fianchi, nonostante tutto non si disperdono. Pulsano come una gigante rossa, ma non esplodono. Le prendono in ogni parte di Genova. Poliziotti, carabinieri, finanzieri guadagnano metri, indietreggiano, a volte si trovano circondati: è una guerra urbana, che il movimento subisce, che è dichiarata da uno Stato in quel momento incostituzionale, repressivo, violento all’ennesima potenza. L’unica legge che vale è fuori da ogni diritto, da ogni testo impugnabile come garanzia di rispetto delle manifestazioni e dei cortei. Autorizzati dalla questura. Eppure aggrediti.

Un tempo l’avrebbero chiamata “strategia della tensione“. Quella di Genova, va ben oltre: è una “strategia della repressione“.  Quel movimento di inizio millennio, erede di una serie di sconfitte della sinistra e della galassia anticapitalista in generale, aveva mostrato, nella sua preparazione ai giorni del G8 e nel suo stare nel capoluogo ligure, di essere sufficientemente maturo per offrire alla città e al mondo una visione alternativa della vita, della società. Aveva iniziato a decostruire il racconto del pensiero unico, quella che oggi verrebbe chiamata la “narrazione” costante di ogni mass media “perbene“. L’adeguamento di massa si incrinava, si aprivano varchi al dubbio, alla critica sociale, alla critica verso un baricentro egoistico che, sotto mentite spoglie, interessava anche indirettamente gli ambiti più protetti dalle seduzioni del mercato.

La stagione del berlusconismo proseguiva in una selva di contraddizioni, conflitti di interessi, avvisi di garanzia, strutturazioni di nuovi equilibri di potere cui legioni di corifei andavano a solleticare il pelo per generare quella tanta accondiscendenza benevola per essere inclusi nella cerchia del nuovo gineceo imperiale.

Fuori da qualunque grigiore da tardo fascismo di Salò, in salsa moderna, stavano i movimenti. Stava Carlo. In piazza Alimonda non per prendersi un colpo di pistola in fronte, ma per dire che se, per davvero, ognuno di noi fa qualcosa è per evitare che altri siano costretti a dare tutto di sé stessi. Alla vita si può dare così un senso, avendo come scopo quello di contribuire a renderla meno insopportabile, più accettabile con sempre meno ingiustizie.

Francesco Guccini, Piazza Alimonda

Quando è a terra, appena un attimo dopo essere stato colpito, Carlo viene privato di ogni possibile difesa, di ogni ragione dell’essere e dell’esserci in quel momento. Serve come emblema, figura da sterotipare e regalare in pasto alla macchina dei media che ne fanno la vittima prescelta, l’ignoto predestinato ad essere persino la giustificazione per gli atti successivi che Genova ha vissuto nelle ore concitate della Diaz e di Bolzaneto.

Carlo divide il Paese: da un lato c’è chi sceglie l’apriorismo, la condanna senza se e senza ma. Uno che sta per lanciare un estintore contro una camionetta dei carabinieri finita in una sacca di bidoni della rumenta, volete per caso, per combinazione che sia un bravo ragazzo? Eh no… Deve per forza essere uno del blocco nero. O magari un drogato, uno senza arte né parte. Uno che si è trovato lì a fare casino e, nemesi impietosa, la giustizia dell’ordine pubblico ha colpito.

A Carlo solo l’Italia che ama la pace, la solidarietà e la giustizia sociale è vicina. Non è poco. Ma in quella perversa distorsione dell’opinione pubblica, sembra pochissimo: perché Genova inizia a bruciare. Dopo l’omicidio di Carlo, bisogna riabilitare il buon nome di chi gestisce l’ordine. Bisgona far vedere all’Italia e al mondo che i criminali che hanno sfilato per Genova non resteranno impuniti. Bisogna fare degli arresti in massa: ed ecco la Diaz. Prove false, quasi tutto falso. Non c’è spazio per la verità, anche quella meramente formale, filosoficamente intesa.

Tabula rasa. Teste rotte, gambe spezzate, sangue ovunque. Giovani e meno giovani terrorizzati dalle botte, insultati, sputati; vilipesi nel corpo e nella mente. Non ci si accorge di essere dentro la storia ormai. Di essere un pezzo di storia: senza verità, senza giustizia per tanto, troppo tempo. A Carlo negheranno tutto, anche un processo giusto.

Ma ogni anno noi torniamo, con la mente ed anche con il corpo, in quei lughi, in quella piazza. Perché dove tutto sembra finire, invece tutto ricomincia. Non impariamo mai la lezione della dialettica della storia, della nostra vita, dell’evolversi senza soluzione di continuità di miliardi di intersezioni quotidiane di esistenze che pulsano. Non all’unisono, e per questo il movimento va ridisegnato e ripensato: ma senza troppi costrutti, lasciandogli quello spontaneismo che è la sua naturale ambientazione in cui crescere e svilupparsi.

Ieri, come oggi, i genovesi furono i primi a capire che quei ragazzi e quelle ragazze non erano i nemici. Furono i primi a capire che la loro città l’avevano cinta d’assedio i potenti, i grandi otto che si erano blindati nella torre d’avorio del Ducale per ragionare su come spartirsi le ricchezze del pianeta a discapito di miliardi di esseri umani e di tutti gli altri esseri viventi.

Questa comprensione, a tutto tondo, fu la migliore occasione che ebbe allora l’altermondialismo per affermarsi e diffondersi. I tempi delle trasformazioni sono a volte brevi, altre volte molto lunghi. Dopo vent’anni, possiamo dire, senza alcun atteggiamento di messianica attesa, che nonostante tutto qualcosa rimane e non è poco. Non solo simboli, memoria e cultura della stessa. Ma la volontà sociale, politica e civile di sfuggire alla rassegnazione, negando quello che furono le giornate del G8 nel 2001.

Un altro mondo non solo era possibile, ma necessario per far vivere il mondo stesso sempre più minacciato da una specie umana piegata ai diktat del mercato. Quella necessità viene meno solo per chi si rintana nel suo piccolo tempo di vita e pensa di poterla viverla al meglio lasciando alle future generazioni il compito di riprovarci. C’è chi prova a chiamare tutto questo “pragmatismo”, “riformismo“. E’ solo un vigliacco parassitismo.

Se i termini vi sembrano “forti“, fate attenzione, perché forse avete già un piede dentro e un fuori dallo stagno dell’adeguamento. Fate sempre in tempo, comunque, a riprendervi tutta la libertà di pensarla diversamente e, anche se non c’eravate, di poter dire: «Carlo Giuliani sono anche io».

MARCO SFERINI

20 luglio 2021

foto: Wikipedia

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