16 anni dopo

Dunque lo Stato italiano ammette la colpa, ammette il danno materiale e morale verso alcuni dei manifestanti del G8 dell’ormai lontano 2001 (ma mai tanto per la conoscenza concreta...

Dunque lo Stato italiano ammette la colpa, ammette il danno materiale e morale verso alcuni dei manifestanti del G8 dell’ormai lontano 2001 (ma mai tanto per la conoscenza concreta della verità).
Ammette di aver violato i diritti più elementari quando accetta di patteggiare la pena nei processi davanti alla Corte europea dei diritti umani: una “risoluzione amichevole”, un patto fra le parti raggiunto con sei dei sessantacinque manifestanti ricorrenti a Strasburgo.
L’Italia, dunque, ha “riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura“.
Così scrive la Corte nella stipulazione dell’atto che mette fine alla controversia tra sei esseri umani e un potere.
E’ un atto che, come punto almeno di principio, passerà alla storia non solo come esplicita ammissione di colpa, ma come elemento di arricchimento di una complessa analisi di tutta una storia fatta di ombre e luci, più le prime che le seconde, che è stata descritta in decine di libri, in alcun film che andrebbero visti e rivisti, in documentari autoprodotti all’epoca dalle forze appartenenti al Genoa Social Forum.
Sedici anni fa circa quando denunciavamo gli atti arbitrari compiuti contro i cortei autorizzati, quando è stato redatto il “Libro bianco” di Genova, quando abbiamo assistito alle tante menzogne che sono state dette su migliaia e migliaia di giovani che semplicemente avevano, e magari ancora hanno, una differente idea di società rispetto a quella dei governi che si riuniscono nelle riunioni dei “grandi paesi del mondo, quando abbiamo fin dai primi giorni con Liberazione, con il manifesto, con coraggiosi organi di informazione che hanno sfidato la “voce ufficiale” dei media, il mostrare la voglia di libertà e socialità come devastazione, saccheggio, vandalismo, quando tutto questo è avvenuto, una certa parte della allora sinistra che oggi ha rinnegato sé stessa, ci accusava di essere i soliti estremisti.
Ci accusavano di essere fomentatori di rabbia, mentre era un’altra rabbia che prendeva corpo, quella degli opliti (per dirla “alla Guccini” di “Piazza Alimonda“), quella militarista, quella governativa che si scaraventava contro l’unico torto che avevano quelle ragazze e quei ragazzi di cui anche io ho fatto parte: avere ragione. Il torto della ragione.
Il torto del voler rappresentare al mondo intero l’ingiustizia delle politiche liberiste, dell’accumulazione di grandi ricchezze in mano di pochi e di distribuzione di una immensa miseria per tutti gli altri. Miliardi di persone prive di una prospettiva di vita, affamate, ridotte in schiavitù, obbligate a subire guerre per alimentare le casse dei grandi finanzieri internazionali.
A queste denunce, il potere dello Stato rispose proteggendo naturalmente la “zona rossa”, blindatissima e poi, vedendo che tutto questo non scoraggiava il grande popolo della gioventù dei ribelli di allora, serviva una lezione severa. E quella lezione fu la soppressione della Costituzione repubblicana, delle garanzie per l’uomo e per il cittadino lì inscritte.
Fu l’infischiarsene persino dei parlamentari, rappresentanti della Nazione, che davanti ai cancelli della Scuola Diaz venivano respinti in malo modo e non considerati come legittimi “ispettori” popolari di quanto accadeva. Parlamento e popolo messi all’angolo.
L’angolo in cui sono finiti tante ragazze e tanti ragazzi insultati, picchiati e umiliati. 45.000 euro sono, dunque, il risarcimento morale che lo Stato italiano attribuisce ai sei ricorrenti che hanno accettato il patteggiamento.
Una cifra di per sé vale poco e non cancellerà mai la vergogna per una Repubblica democratica d’essere scivolata sul terreno della repressione, della violenza pur avendo una Costituzione che avrebbe dovuto e dovrebbe evitare tutto questo.
Ma la Costituzione, da sola, è soltanto un pezzo di carta: la Costituzione si realizza ogni giorno con l’adesione che la popolazione dà ai principi che in essa sono contenuti.
Si può decidere di seguire quei dettami, ed allora la Repubblica è democratica: separa i poteri, non attribuisce privilegi di ruolo a nessuno dei tre elementi costitutivi dello Stato, riconosce quella sovranità al popolo in materia di scelta dei propri governanti. Si può, invece, decidere che quei princìpi siano emendabili, declinabili di volta in volta a seconda del contesto e quindi applicabili solo se il popolo decide di non richiederne la completa attuazione.
E quando si percorre questo sentiero, si finisce col non avere più considerazione per la Costituzione, per la libertà di espressione, di dissenso, di manifestazione, di modificazione della politica senza la violenza ma con la determinazione che una massa di persone deve poter avere.
La voce singola, anche se riempita di tutti i diritti del mondo, non potrà mai essere davvero voce libera se quei diritti non sono assimilabili da ciascuno. Nell’unità popolare risiede la libertà, la sovranità e la capacità di dare alla Costituzione la sua realizzazione, appunto, quotidiana.
Le ammissioni davanti alla Corte europea dei diritti umani sono tardive, tuttavia sempre ammissioni sono. Riconoscimenti di tutti quei torti che cittadini italiani e non italiani hanno dovuto subire sotto l’unica egida del libero arbitrio di altri individui e privati di ogni tutela e garanzia costituzionale.
Di garantito, nella notte della Diaz e di Bolzaneto, non c’era nulla. E quando non vi sono più punti di riferimento certi cui aggrapparsi, quando dallo Stato di diritto si passa al suo esatto contrario, quindi all’esclusione dei diritti civili e sociali nella loro unità e nella loro differenza, quando tutto ciò avviene, si finisce col lasciare campo libero ad istinti brutali, a gratuite cattiverie, all’ordine come sottomissione ad un potere e non condivisione di esso mediante la legge.
Manca appunto una legge in questo Paese che introduca il reato di tortura e che sostituisca gli attuali reati che sono considerati da gran parte dei giuristi come “reati minori”, certamente non adeguati a fatti eccezionali come quello di Genova del 2001.
Le forze della sinistra di alternativa possono, in questo senso, farsi promotrici ancora una volta di un tentativo di realizzazione di una norma che riempia un vuoto legislativo su cui l’Europa ci ammonisce e ci richiama anche con l’intervento sulle violenze alla Diaz e a Bolzaneto. E’ un atto di adeguamento, se si vuole, degli stessi dettami costituzionali ai tempi che sono stati vissuti e che non è detto possano tornare in forme differenti.

MARCO SFERINI

7 marzo 2017

foto tratta da Wikimedia Commons

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