Un (inaspettato?) elogio della prima Repubblica

Uso molto malvolentieri il termine “Prima Repubblica”, del tutto inappropriato rispetto al concreto delle vicende politiche italiane dell’ultimo ventennio, ma sono costretto a farlo al solo scopo di citare...

Uso molto malvolentieri il termine “Prima Repubblica”, del tutto inappropriato rispetto al concreto delle vicende politiche italiane dell’ultimo ventennio, ma sono costretto a farlo al solo scopo di citare l’articolo di Pier Luigi Battista “ Elogio della Prima Repubblica” comparso sul numero del 24 Dicembre della “Lettura”, inserto del Corriere della Sera.

Un articolo il cui senso può ben essere riassunto attraverso la citazione dell’occhiello : “ Era dominata dai partiti e non conosceva alternanza, ma modernizzò il Paese senza minare i diritti di libertà. Anche se i governi mutavano, la situazione rimaneva stabile. E le grandi opere si facevano”.

Naturalmente non era tutto rose e fiori, basterà ricordare come il “senza minare i diritti di libertà” si ottenne grazie al grande sacrificio della classe operaia e dei contadini poveri poi costretti ad una violenta urbanizzazione scesi più volte in campo per difendere quei diritti durante il drammatico periodo della ristrutturazione industriale al Nord, dell’occupazione delle terre al Sud, del sanguinoso scontro Luglio ’60 quando fu sconfitto il governo Tambroni sostenuto dal MSI nella fase difficile e complicata di gestazione del centro sinistra.

Così come fu altrettanto difficile e complicato applicare la Costituzione: un processo ancor oggi non pienamente completato anche se, nel frattempo, la Costituzione è stata attentata da modifiche sbagliate ( Titolo V, articolo 81) e da tentativi di stravolgimento l’ultimo dei quali respinto pochi giorni fa dalla stragrande maggioranza del voto popolare, come già era accaduto nel 2006.

 Oggi, all’indomani del voto referendario e alla vigilia di una fase che si preannuncia molto complessa, siamo chiamati ad un compito di analisi, di riflessione, di proposta politica cui l’articolo di Battista ha sicuramente fornito un contributo interessante.

Nel corso degli ultimi anni si sono verificati fenomeni di vera e propria involuzione nella capacità di esprimere un determinato grado di cultura politica, da parte dei principali attori operanti nel sistema.

Sotto quest’aspetto alcune linee appaiono assolutamente meritevoli di approfondimento:

1 Le influenze internazionali. L’Italia è l’unico paese del mondo occidentale che vede il sistema politico destrutturarsi totalmente con la crisi del ’92-’94 (fenomeno che va ripetendosi ai giorni nostri). Solo nei paesi latino americani (e ovviamente in termini diversi, nell’Europa dell’Est) è avvenuto un processo analogo. Questo fatto colloca le radici della crisi in una storia di lungo periodo del sistema politico e individua negli anni ’70-’80 la conclusione di un ciclo iniziato nel dopoguerra. Allo stesso tempo avvicina (ovviamente solo sotto alcuni aspetti) il sistema politico italiano ad alcuni modelli partitici più fragili e fortemente condizionati dalle linee della Guerra Fredda. Pertanto l’intreccio nazionale/internazionale è un punto di partenza decisivo, anche se solo nel definire la premessa, dello scenario che ha avviato e determinato la crisi italiana.

2 Le influenze dei media. Le caratteristiche della crisi del’93 sono state assolutamente originali. Nel nostro Paese il peso di forze mediatiche ed economiche è sproporzionato rispetto agli altri Paesi e assegna ruoli decisivi a forze esterne al sistema politico (su questo punto è apparsa notevole l’intuizione presente nel documento della cosiddetta “Rinascita Nazionale” elaborato dalla loggia massonica P2 nel 1975; un documento che lo si potrebbe quasi d’ispirazione gramsciana almeno nell’intento di delineare una mutazione di rapporto tra struttura e sovrastruttura). Questo fatto ha implicato una discontinuità con la storia dell’Italia repubblicana ed anche, per alcuni aspetti, della stessa storia dell’Italia liberale. Sono state capovolte gerarchie tradizionali nel rapporto tra sistema politico e forze sociali. Alcuni di questi soggetti sono diventati protagonisti assumendo la leadership o comunque condizionando partiti e coalizioni.

3 Il cambiamento politico-istituzionale. Un cambiamento che ha riguardato tutta l’impalcatura della Repubblica. Il sistema elettorale ha facilitato e accelerato questo cambiamento. Il sistema uninominale al 75% (in vigore dal 1994 al 2001) ha consentito l’affermazione di questi nuovi protagonisti e, allo stesso tempo, ha fotografato i rapporti di forza. Inoltre ha consentito a tutte le forze residuali nate dalla frammentazione del 92-94 di giocare una funzione nell’equilibrio delle coalizioni sproporzionata al peso effettivo. La risposta a questo problema, avutasi con l’ulteriore modifica della legge elettorale del 2005, ha ulteriormente aggravato lo stato di cose, riducendo la rappresentatività reale delle forze politiche, ormai ridotte (molto volentieri, dal loro punto di vista) al solo “potere di nomina” (oltre a disporre di un rilevantissimo “potere di spesa” che ho cercato di analizzare più avanti, cercando di occuparmi della nuova qualità della “questione morale”) e provocando problemi molto seri di vera e propria credibilità per le più importanti istituzioni rappresentative. Quel sistema elettorale è stato dichiarato illegittimo con la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale e il successivo tentativo di ripresentarlo sotto una veste ancora più “hard” nella definizione dell’Italikum subirà probabilmente la stessa sorte nel prossimo mese di Gennaio. Al tempo stesso il meccanismo si è trasferito sul piano locale, dove appare sempre meno verticalizzato il rapporto tra centro e periferia: è mutato, soprattutto, il ruolo dei vertici istituzionali, Sindaci e Presidenti di Regione, essenzialmente sul piano politico sotto l’aspetto della crescita di peso della personalizzazione della politica. Un elemento, quest’ultimo, del tutto esiziale per la credibilità del sistema.

4 In questo ambito ha preso consistenza una nuova qualità della “questione morale”. Oggi la situazione, è cambiata rispetto soltanto a qualche anno fa e la “questione morale 2017” si presenta con caratteristiche ben diverse: al centro della scena ci sono pezzi di sistema bancario (o presunto tale, perfettamente in linea con le caratteristiche che stava assumendo la crisi) con l’emergere di un ruolo della Banca d’Italia, da giudicare del tutto inquietante come si è visto nella recente sentenza riguardante Banca Etruria.

 Sul piano dell’intreccio tra “questione morale” e “questione politica” si è aperta quindi una fase di passaggio non trovandoci più dentro alla classica contrattazione di tangenti tra sistema politico e sistema economico, ma alla rappresentazione diretta del sistema economico nella politica: insomma, la politica viene “usata” direttamente, senza intermediazioni, per “fare affari”.

Sotto quest’aspetto chi si era permesso di dichiarare che economia produttiva ed economia finanziaria, al giorno d’oggi, si equivalgono nel giudizio di valore, non ha avuto ben presente la gravità e il peso delle parole che stava pronunciando.

Su questa basi si è nel frattempo aperto un vero e proprio “fronte” di decostituzionalizzazione del nostro sistema politico.

Si è così tentato, in Italia,di procedere alla costruzione di un regime personale e illiberale di tipo nuovo, senza precedenti né confronti nella storia, che è il frutto di molteplici fattori di svuotamento della rappresentanza politica. Il fascismo, infatti, deteneva in sé assieme il concetto del potere personale e quello – molto forte – della rappresentanza politica nella logica del Partito / Stato.

Il fattore principale che ha generato lo stato di cose in atto è rappresentato dalla verticalizzazione e personalizzazione della rappresentanza.

Il fenomeno è presente in molte altre democrazie, nelle quali la rappresentanza si è venuta sempre più identificando nella persona del Capo dello Stato o del governo e si sono indeboliti o esautorati i Parlamenti.

Nel nostro caso però ci siamo trovati di fronte ad un tentativo di forte accelerazione verso il compimento di un passaggio da quella che è stata definita “democrazia di competenza”, rappresentata nel caso dal cosiddetto “governo dei tecnici”(che sembrava proprio andare per la maggiore con i governi Monti e parzialmente ma significativamente Letta) al recupero di un’idea di “governo politico” fondato sulla rottamazione del sistema che ha operato proprio nel senso appena indicato della già definita “decostituzionalizzazione” del sistema, attorno a tre punti:

1)      L’uso della leva internazionale, ed in particolare delle istituzioni economiche europee, allo scopo di affrontare la crisi da un solo, esaustivo, angolo di visuale;

2)      Il rimodellamento della struttura dello Stato in senso di un riaccentramento dei poteri. Ovviamente, negli anni scorsi, sul terreno del decentramento dello Stato e del cosiddetto “federalismo” sono stati commessi degli errori del tutto marchiani, valutando malamente il riaffacciarsi della frattura “centro-periferia”. Si prenda ad esempio la frettolosa modifica del titolo V della Costituzione attuata dal governo di centrosinistra nella fase finale della legislatura 1996-2001 e la messa in moto dell’infernale macchina dell’elezione diretta di Presidenti e Sindaci, fonte di sprechi immensi e di ulteriore distacco tra i cittadini e le istituzioni. E’ stato, però, messo in atto un tentativo “feroce” di passaggio verso una situazione nella quale le leve del potere principale, quello di erogazione delle risorse, sarebbe tornato, a livello costituzionale, in piena potestà del potere centrale che intendeva usarlo proprio nella logica indicata al punto precedente, al riguardo delle imposizioni che arrivano dalle istituzioni economiche europee (con una finzione scenica di presunta opposizione drammatizzata dall’incrudelirsi della situazione internazionale soprattutto al riguardo del fenomeno dei migranti . Finzione scenica resa credibile dalla davvero incredibile piaggeria e sudditanza dei mezzi di comunicazione di massa)

3)      Per via legislativa, approfittando della presunta emergenza imposta della crisi, si sono già modificati quei rapporti tra la prima e la seconda parte della Costituzione Repubblicana che avevamo giudicato intangibili proprio per via del sottile equilibrio esistente tra diritti, doveri e attuazione delle norme in materia delle strutture operative dello Stato e della società. Attraverso l’attacco diretto ai diritti dei lavoratori, esplicitatosi in provvedimenti molto pesanti che hanno posto in discussione lo stesso Statuto dei Lavoratori (provvedimento non incluso in Costituzione, ma sicuramente definibile di rango costituzionale) quell’equilibrio è già stato spezzato in maniera che potrebbe essere giudicata, a prima vista, come irrimediabile. Il tentativo di decostituzionalizzazione presente nel progetto “Renzi – Boschi” avrebbe completato questo quadro rendendolo “de facto” irreversibile almeno nel medio periodo.

In questo senso il nostro sistema politico ha, nel frattempo, assunto comunque una connotazione apertamente populista, omologata nell’azione di governo del PD con la demagogia debordante dei precedenti governi di estrema destra fino al 2011 e con la costruzione di un’opposizione (quella del M5S) assolutamente simmetrica rispetto al modello indicato (come dimostra la vicenda romana simmetria che si estende anche al tema già ricordato della “questione morale”).

 Di populismo comunque si tratta perché come ha scritto Kelsen non esiste, nella concezione espressa assieme da PD. M5S, Lega, Forza Italia, “una volontà collettiva” , non essendo il popolo “un collettivo unitario omogeneo” e la sua assunzione ideologica serve solo “a mascherare il contrasto di interessi, effettivo e radicale, che si esprime nella realtà dei partiti politici e nella realtà, ancor più importante, del conflitto di classe che vi sta dietro”. La democrazia, ha aggiunto Kelsen, è un regime senza capi, giacché sempre i capi tendono ad autocelebrarsi come esseri eccezionali e come diretti interpreti della volontà e degli interessi popolari.

L’idea presidenzialistico – maggioritaria che presiedeva al processo, per adesso “stoppato” il 4 Dicembre, di decostituzionalizzazione del sistema politico italiano cui stiamo facendo riferimento risultava anche radicalmente anticostituzionale (al di là della modificazione dei singoli articoli), dato che ignorava i limiti e i vincoli imposti dalla Costituzione ai poteri della maggioranza riproducendo in termini parademocratici, una tentazione antica e pericolosa, che è all’origine di tutte le demagogie populiste ed autoritarie: l’opzione per il governo degli uomini, o peggio di un uomo, il capo è naturalmente contrapposta al governo delle leggi e la conseguente insofferenza per la legalità avvertita come legittimo intralcio all’azione del governo.

Fu proprio questa concezione che fu rinnegata dalla Costituzione del ’48 all’indomani della sconfitta del fascismo, che dopo aver conquistato il potere con mezzi legali, distrusse la democrazia edificando un regime totalitario proprio sull’idea del capo come espressione diretta della volontà popolare. Di fronte a questo stato di cose, qui riassunto schematicamente nei tratti essenziali, la sinistra ha il dovere di contrapporre una chiara e netta linea istituzionale, partendo dalla riaffermazione di fondo dell’intangibilità della forma parlamentare: non c’ nessuna investitura diretta di alcuna figura istituzionale a livello centrale. Il Governo continua (e deve continuare) a ricevere la fiducia da Camera e Senato, il Presidente del Consiglio è incaricato dal Presidente della Repubblica.

E’ necessario difendere rigorosamente la suddivisione dei poteri messa in pericolo da una tendenza a sorpassare il senso della “esprit de la lois”.

 In particolare va riaffermata la natura parlamentare della nostra Repubblica e l’indipendenza della magistratura, da qualsivoglia ingerenza del potere politico.

 Il nodo più controverso riguarda, però, la struttura stessa del sistema politico. E’ nostra opinione che la struttura portante del sistema politico debba rimanere, nonostante tutto, formata dai partiti che debbono riprendere un ruolo rispetto alla società, ricoprendo un ruolo di “integrazione di massa”, di soggetto “intermedio” di collegamento e non di semplice sede separata meramente garante del mito della governabilità, anzi facendosi promotore di un forte rilancio del ruolo dei consessi elettivi a tutti i livelli (sotto questo aspetto debbono essere sottoposti a forte critica le cosiddette “primarie”).

L’idea delle “primarie” si lega, infatti, strettamente all’affermazione del concetto di “partito personale” e di dialogo diretto del leader con il “popolo”, attraverso l’adesione a tutte le pieghe di quel processo di ripensamento totale del sistema politico in senso autoritario, che è stato fin qui descritto.

Il tentativo di analisi che sto cercando di sviluppare attorno alla realtà della crisi del sistema politico italiano risulterebbe del tutto monco senza alcuni accenni (molto brevi e, di conseguenza, anch’essi del tutto schematici) alla grave crisi economico-finanziaria in atto a livello globale.

La crisi finanziaria e la recessione economica, partita dagli Stati Uniti e propagata dalla globalizzazione al mondo intero, rappresentano un clamoroso fallimento del neoliberismo e delle sue politiche di “deregulation”, ispirate dal culto di un mito chiamato “assoluta libertà” del mercato che è in verità la libertà di una ristretta oligarchia che decide su scala mondiale, la più grande e sconvolgente redistribuzione di capitali, lavoro, risorse.

Da molti analisti è stato tragicamente scambiato il processo di velocizzazione del messaggio comunicativo con quello dello spostamento secco verso il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, sviluppatosi invece – a livello planetario – nelle forme classiche già studiate negli anni’20 ad esempio da Hilferding (“Il Capitale Finanziario”) : questo fraintendimento analitico ha portato ad errori molto gravi nella valutazione dei processi e causato un quadro di crescita enorme delle disuguaglianze derivante dal procedere di insensati meccanismi speculativi: un fenomeno ben analizzato da autori come Piketty, Stiglitz, Atkinson ma non ancora affrontato sul piano politico.

L’occasione offre una posta alta: l’egemonia culturale e morale nel mondo sviluppato.

La sinistra dovrebbe essere capace di leggere la necessità del cambiamento e trovare la forza di proporre un modello di società all’altezza dei tempi, soprattutto per le giovani generazioni.

Il neoliberismo ha respinto nettamente l’interferenza dello Stato sul Mercato in nome della fede indiscussa nella sua capacità di autoregolazione.

Così si è pervenuti alla conquista di una posizione di forza rispetto allo Stato nazionale (il vero e proprio punto di “cessione di sovranità”), mentre si è verificato un intreccio collusivo tra classe politica e élite capitalistica in forme diverse anche da quel passato che Marx ed Engels avevano racchiuso nel motto “il governo qualunque esso sia, è sempre il comitato d’affari della borghesia”.

Abbiamo già avuto modo di osservare come le conseguenze economiche e sociali dell’offensiva capitalistica non sono certo quelle promesse dai profeti del neoliberismo, da Friedman a Von Hayek, fino al decretatore della “fine della storia” Francis Fukuyama.

Una crisi di grande portata storica ha, infatti, investito l’economia ed essa rappresenta il segno tangibile di un clamoroso fallimento dell’ideologia (spacciata per “fine delle ideologie”) che ha egemonizzato un ciclo, ormai trentennale.

Negli ultimi trent’anni, infatti, la distanza dei redditi dei più ricchi e quella dei più poveri è diventata enorme: la diseguaglianza è il connotato più caratteristico della fase del capitalismo globalizzato.

Si tratta di una tendenza perversa rispetto al bisogno di coesione sociale.

Queste tendenze si risolvono dunque in una polverizzazione della società. Bauman la chiama liquefazione (la “società liquida”), Marx scriveva “dissolvimento”.

L’indebolimento dei diritti dei cittadini è insieme un indebolimento della democrazia.

Il libero mercato e la concorrenza spietata fra le imprese, inviperita dall’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative attraverso le quali si è cercato di sostituire il lavoro di intermediazione, hanno spostato l’attenzione sui consumatori e gli investitori invece che sui cittadini portatori di diritti.

Per attrarre i consumatori con prezzi stimolanti, si sono tagliati i costi: il metodo più semplice è stato quello di tagliare salari e diritti dei lavoratori.

Un sistema, però, che sembra essere giunto al capolinea non soltanto negli stati industrialmente avanzati dal punto di vista “storico”, ma anche in quelli delle nuove economie “affluenti”.

E’ andato in crisi lo stesso sistema delle delocalizzazioni anche in un ambito ristretto come quell’Unione Europea.

Un problema nuovo degli ultimi decenni è la coesistenza in ogni persona di due modi diversi di porsi di fronte alla società: quello del consumatore e quello del portatore di diritti in una democrazia. Ed è questo l’elemento che si è rovesciato almeno a partire dagli anni’70 del XX secolo e poi successivamente con l’affermarsi delle teorie dei “Chicago – boys” (sperimentate per la prima volta nel Cile di Pinochet) e del reaganismo – tachterismo.

La democrazia e il capitalismo hanno rovesciato il loro rapporto: il capitalismo sopraffà la democrazia.

Non è certo possibile, in questa sede, sviluppare una proposta organica di affrontamento di questi grandi temi. Mi limito, allora, a elencare i nodi critici che hanno caratterizzato lo sviluppo capitalistico degli ultimi decenni e rendono conto, con chiarezza, le sue contraddizioni e i suoi limiti:

1 In questo quadro la società mondiale è economicamente molto più instabile. La liberazione dei movimenti di capitale da ogni regola, oltre a sradicare l’economia dalle radici nazionali, ha prodotto un’interminabile serie di terremoti monetari e di recessioni. A livello internazionale è ancora in pieno corso una “tempesta perfetta” che mette a repentaglio un intero modello di sviluppo e che qualcuno vorrebbe risolvere oggi ricostruendo teorie di chiusura “auto centrata”. In altri tempi, per dirla sbrigativamente, la guerra sarebbe stata considerata una scorciatoia risolutiva dei problemi. Adesso lo strumento bellico viene usato per dirimere (anche per procura) vertenze di medio raggio ma non appare utilizzabile sul piano globale sussistendo ancora la logica che fu del cosiddetto “equilibrio del terrore”.

2 Le diseguaglianze sociali invece di diminuire sono più pronunciate che nel periodo del “welfare state” e del capitalismo democratico. Si è verificata una divaricazione drammatica della distribuzione dei redditi nei paesi in via di sviluppo e un inasprimento delle diseguaglianze nei paesi ricchi, con effetti disgreganti sulla coesione sociale e nel comportamento morale prodotti dalla competitività accesa per soddisfare le gratificazioni individuali.

3 L’inversione delle priorità sociali, che ha portato al declino dei beni collettivi rispetto a quelli privati. I beni sociali fondamentali (salute, sicurezza, ambiente, educazione) che erano al centro dello Stato Sociale, sono ridotti a costi da minimizzare.

4 Il problema della sovranità politica con lo spostamento delle decisioni strategiche dall’area democratica a quella capitalistica. Lo Stato è in gran parte privato della possibilità di definire la sua politica economica in un sistema in cui non ha più senso la distinzione tra il mercato, fondato sulla legge dello scambio, e lo Stato fondato sull’equilibrio della legittimità democratica del potere.

5 La sostenibilità ambientale determinata dalla circostanza incontrovertibile che le risorse naturali non sono di quantità infinita e che le emissioni prodotte dal processo industriale hanno un limite di tollerabilità

6 La fragilità di un sistema basato sull’accumulazione finanziaria di risorse al momento inesistenti, anticipate dall’indebitamento a carico del futuro.

Su quale terreno, allora, collocarci per affrontare questi nodi così intrecciati?

Marx ha dedicato pagine memorabili a descrivere la potenza rivoluzionaria e modernizzatrice del capitalismo e come questo ha travolto le società precedenti, rivelandosi il più grandioso sistema di mobilitazione della ricchezza del mondo sviluppato.

Nello specifico del “caso italiano” (inquadrato, ovviamente, nel già più volte richiamato contesto europeo) appare totalmente insufficiente il ruolo del PD emerso come soggetto compromissorio davvero capofila sul piano dell’allontanamento dalle istanze sociali.

Servirebbe, allora, un vero e proprio salto nella storia: ma non si potrà fare alcun salto senza prima fare spazio al pensiero di un diverso futuro.

FRANCO ASTENGO

28 dicembre 2016

foto tratta da Pixabay

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Politica e società



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