«Sciopero dell’intera filiera Amazon»: è la prima volta nel mondo

Gig Economy. Cgil, Cisl e Uil chiedono ai 40mila dipendenti (solo 9 mila diretti) di fermarsi il 22 marzo: con la pandemia ritmi insostenibili. Nella piattaforma uniti magazzinieri, precari, appalti e driver. Ma il gigante di Bezos non tratta

Il primo sciopero di tutta la filiera Amazon al mondo avverrà in Italia lunedì 22 marzo. A proclamarlo i certo non rivoluzionari sindacati confederali dei trasporti: Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt.
Rispetto alle mobilitazioni nel resto del pianeta, la novità sta proprio nel fatto che vengono uniti nella protesta tutti i lavoratori che preparano, smistano e consegnano nelle case degli italiani ben 1 milione di pacchi al giorno.

Si va dai circa 9mila lavoratori diretti di Amazon Italia Logistica che operano negli hub (immensi magazzini) e nelle station (magazzini più piccoli). Ma accanto a loro, sempre più spesso e non solo nel periodo natalizio, ci sono circa altri 9 mila lavoratori interinali che portano il rapporto tra lavoratori fissi e precari a 1:1. Vanno poi aggiunti circa 1.500 lavoratori in appalto che in alcuni hub – come quello di Rovigo – gestiscono completamente il magazzino Amazon.

E poi ci sono circa 19 mila driver, gli autisti che portano il pacco direttamente a casa, la cui vita è stata mirabilmente descritta in «Sorry we missed you» di Ken Loach. Nessuno di loro è dipendente diretto Amazon perché il gigante di Jeff Bezos si appoggia ad una pluralità di aziende di corrieri riunite in Assoespressi (sebbene usi anche Poste, Sda e altri corrieri).

In totale dunque la filiera Amazon in Italia dà lavoro a 40mila addetti, «in espansione vertiginosa». In teoria a tutti viene applicato il contratto nazionale della Logistica – tranne ai lavoratori del primo grande magazzino Amazon di Castel San Giovanni a Piacenza ai quali storicamente si applica il contratto del Commercio – e per questo sono i sindacati dei trasporti ad avere costruito faticosamente una piattaforma di filiera e a chiedere ad Amazon un contratto di secondo livello.

«Al primo posto della piattaforma c’è una richiesta banale ma fondamentale per tutti i lavoratori che abbiamo contattato in questo anno – spiega Danilo Morini della Filt Cgil – : il monitoraggio dei ritmi e dei carichi di lavoro. Con la pandemia il volume di lavoro è raddoppiato e non sono di certo raddoppiati i lavoratori: ci sono carichi di lavoro insostenibili sia nei magazzini che per i driver».

La piattaforma unitaria Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt puntava ad un accordo quadro che armonizzasse le condizioni di lavoro e salariali su tutto il territorio. Di incontri i sindacati ne hanno fatti quattro: uno con Amazon Transport Italia (la società del delivery), uno con Amazon Logistica Italia (la società che gestisce i magazzini) e due con Assoespressi, i contoterzisti del delivery. Nessuna delle tre è disponibile nemmeno a discutere la piattaforma.

«La trattativa con Assoespressi per la contrattazione di secondo livello della filiera Amazon – spiegano Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt – si è interrotta bruscamente a causa dell’indisponibilità dell’associazione datoriale ad affrontare positivamente le tematiche poste tra le quali la verifica dei turni, dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti, la riduzione dell’orario di lavoro dei driver, la clausola sociale e la continuità occupazionale per tutti in caso di cambio appalto o cambio fornitore, la stabilizzazione dei tempi determinati e dei lavoratori interinali ed il rispetto delle normative sulla salute e la sicurezza. Col suo comportamento inaccettabile di latitanza, Amazon manifesta l’indisponibilità cronica ad un confronto».

«La multinazionale americana deve prendere atto, suo malgrado, che il sindacato fa parte della storia del nostro paese – evidenzia il segretario nazionale Filt Cgil Michele De Rose – e con le rappresentanze dei lavoratori deve confrontarsi, nel rispetto di un sistema corretto di relazioni sindacali e delle tutele e regole previste dal contratto nazionale Logistica, trasporto merci e spedizione».
Assume naturalmente molto rilievo la mobilitazione dei driver. Sul territorio a febbraio c’era già stato un primo sciopero al magazzino di Vigonza (Padova). Mentre molti scioperi sono avvenuti negli hub: da Piacenza (il primo a farlo nel novembre 2017), a Torrazza Piemonte (ad aprile scorso).

Il tasso di sindacalizzazione in tutta la filiera è naturalmente basso. «Riunendo la filiera però abbiamo unito gli elementi di forza – spiega ancora Morini – . Come sindacati confederali abbiamo 300 iscritti su 1.200 dipendenti a Passo Corese (Rieti), in Piemonte e in Toscana e abbiamo un numero importante di iscritti nelle società di delivery in Lazio, Veneto, Emilia-Romagna. Insomma, con lo sciopero del 22 puntiamo a dare un segnale molto forte ad Amazon». E non esclude di chiedere il sostegno degli utenti, fino alla richiesta di boicottaggio: «Di sicuro stiamo vagliando una serie di iniziative di comunicazione per spiegare quanto lavoro c’è dietro un pacco Amazon che arriva a casa: tanti lavoratori, tanta fatica».

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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