Qualche numero sulle elezioni del Regno Unito

Le prime considerazioni possibili al riguardo dei risultati elettorali relativi alle tanto attese elezioni britanniche possono essere condensate in due considerazioni preliminari: 1) Emerge ormai, a tutti in livelli...

Le prime considerazioni possibili al riguardo dei risultati elettorali relativi alle tanto attese elezioni britanniche possono essere condensate in due considerazioni preliminari:

1) Emerge ormai, a tutti in livelli in Europa, una assoluta sfiducia nel ceto politico allorquando da questo arriva un segnale di forzatura nell’allargamento del proprio potere. E’ capitato alla leader dei tories e primo ministro Theresa May, non premiata a sufficienza dall’elettorato per aver chiesto le elezioni anticipate nella convinzione di poter poggiare su di una maggioranza più larga nella trattativa con l’Europa al riguardo della Brexit. Una sorte analoga a quella toccata a Matteo Renzi e al PD italiano il 4 Dicembre scorso quando una quota rilevante di elettrici ed elettori hanno intravisto nella inopinata richiesta di voto sulle riforme costituzionali un semplice strattagemma per affermare il proprio potere persona e di gruppo. Questo mi sembra il primo dato da meditare: è il voto contro l’establishment auto considerato, come del resto è stato nel caso del presunto outsider Macron in Francia e di Trump negli USA. A prescindere dal colore politico di chi si propone chi governa viene bastonato dall’elettorato;

2) Non regge più la formula elettorale britannica basata sui collegi uninominali , sul “first past the post”e sul modello Westminster (sul quale ci avevano tanto riempito la testa i soloni dell’Ulivo italiano una ventina d’anni fa) tanto celebrato perché foriero del “sapere la sera delle elezioni chi ha vinto” e della altrettanto celebrata “governabilità”. In realtà non reggeva più da tempo ma adesso la conformazione del sistema politico appare ormai tale, nell’emergere di nuove e vecchie contraddizioni che chiedono politicamente di essere rappresentate, da rendere problematica una tenuta di consenso attraverso l’antico schema bipolare ormai sparito nell’esito molto complesso delle urne. Un UK da grande coalizione non se lo aspettava nessuno, eppure ci troviamo a quel punto e la formula elettorale va in discussione dopo 200 anni di immutabilità nella logica del “partito dei notabili” e del mantenimento dei collegi dei “borghi putridi”. Un cambiamento si impone e proprio nella direzione della – tanto vituperata dai commentatori di casa nostra – rappresentanza politica.

Facciamo allora partire l’analisi dei dati in cifra assoluta da quelli della partecipazione al voto.

I voti validi nel 2017 sono risultati in netta crescita rispetto al 2015. Due anni fa si registrarono 30.691.680 voti validi, quest’anno 32.159.240 con un incremento di 1.467.560 suffragi.

Si rileva però un decremento rispetto al referendum sulla Brexit del 2016: in quell’occasione si registrò infatti l’espressione di 33.551.983 voti. Quindi nell’occasione delle elezioni anticipate dell’8 Maggio 2017 si è verificato un calo di 1.392.743 voti, a dimostrazione che il referendum del 2016 ha rappresentato il punto più alto – almeno nei tempi recenti – d’interesse dei cittadini britannici per le scelte politiche.

Passando all’esame dei suffragi raccolti dai singoli partiti risalta le necessità di verificare un dato molto importante che attesta proprio la particolarità della formula elettorale britannica, cui si è già accennato.

Il partito conservatore che aveva lanciato la sfida delle elezioni anticipate credendo di poter disporre di un maggiore potere parlamentare nella delicata fase della trattativa per la fuoriuscita dall’UE ha senz’altro ricevuto un severo smacco perdendo seggi e trovandosi in fortissima difficoltà nella prospettiva di formazione del governo: dal punto di vista di voti in cifra assoluta però i tories hanno incrementato e non di poco il loro risultato.

Nel 2015 infatti il Partito Conservatore, in quel momento diretto da David Cameron, ottenne 11.334.920 voti, in questa occasione – invece – i suffragi sono stati 13.650.918 con una crescita di 2.315.998 voti.

Probabilmente il recupero elettorale dei conservatori è stato dovuto al secco calo dell’UKIP passata da 3.881.129 voti a 593.852 (- 3.287.277).

Molto più pronunciato per contro il successo del partito Laburista guidato da Jeremy Corbin: un successo tra l’altro distribuito in maniera eccellente sui collegi portando ad un incremento di 31 seggi.

Nel 2015 il Labour, allora guidato da Ed Milliband, ottenne 9.344. 328 voti saliti nel 2017 a 12.858.644, con un più complessivo di 3.514.316 suffragi. Una crescita dovuta, probabilmente, ad un recupero sull’astensione calata nettamente come abbiamo già avuto occasione di valutare.

Sconfitta, invece, per il partito nazionalista scozzese: una sconfitta apparentemente contenuta sul piano dei numeri assoluti: i voti sono scesi da 1.454.436 a 977.568 ( – 476.866) ma molto netta in termini di seggi scesi da 56 a 35: una perdita, quella in seggi subita dal partito scozzese, che rende impossibile l’idea di un governo con il Labour.

Stazionari i liberaldemocratici passati da 2.415.888 voti a 2.367.038 incrementando, per contro, i seggi ai Comuni di 4 unità.

Buone affermazioni per i due partiti nordirlandesi.

Partito Unionista Democratico ( i protestanti dell’Ulster) hanno ottenuto 2 seggi in più crescendo di circa 100.000 voti; il Sinn Fein avrà 3 deputati in più essendo saliti in voti di circa 62.000 suffragi ( ha perso i suoi 2 seggi il Partito Unionista dell’Ulster); i gallesi del Cymru salgono di un seggio (da 3 a 4) pur perdendo circa 20.000 voti.

A dimostrazione delle “stranezze” possibili con la formula elettorale in uso in UK da rimarcare, infine, la vicenda dei Verdi che mantengono un seggio ( a Brighton con Caroline Lucas) pur avendo subito una nettissima flessione sul piano del voto di lista scendendo da 1.154.562 voti a 524.604 (un milione di voti in meno che potrebbero, almeno in parte, essere passati al Labour).

In sostanza da questa prima ricognizione nel voto britannico si può affermare che ormai il sistema presenta due punti falla: quello “storico” dell’insufficienza di rappresentanza e quello nuovo di incapacità di espressione di governo in un elettorato sempre più frantumato.

Forse il tema della riforma della legge elettorale non presenta caratteri di attualità soltanto in Italia.

FRANCO ASTENGO

foto tratta da Pixabay

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