Max, una lezione per tutti noi comunisti

Max Edwards aveva 16 anni. Un tumore l’ha ucciso e lo ha strappato ad una vita che sarebbe certamente stata una bella vita, magari anche agiata, in quel mondo...

Max Edwards aveva 16 anni. Un tumore l’ha ucciso e lo ha strappato ad una vita che sarebbe certamente stata una bella vita, magari anche agiata, in quel mondo occidentale che lui criticava senza appello, da marxista quale si considerava ed era. Un giovane adolescente che sapeva riflettere profondamente e che ha colpito moltissime persone per questa sua qualità, una delle tante che aveva.
Max aveva aperto un blog: “Il rivoluzionario anonimo” e da qui scriveva quello che gli veniva in mente. Riflessioni su una società ineguale che non gli piaceva e che pensava potesse essere cambiata perché, diceva, “Non credo che la natura umana sia in contraddizione con l’idea di uguaglianza, anzi, penso che sia in sintonia con essa“.
Ci vuole tanta voglia di vivere e di amare questa umanità controversa per esprimere un concetto di questa profondità.
Max ammetteva tutte le contraddizioni della nostra epoca. Ammetteva l’ipocrisia di possedere, come tanti di noi, un Iphone, di vivere in una casa con un riscaldamento centralizzato, di essere, in sostanza, un “privilegiato”.
Eppure un giovane di appena sedici anni aveva la consapevolezza di queste ingiustizie riversate anche sugli esseri umani da un sistema creato e alimentato proprio dagli esseri umani stessi.
Il suo essere marxista nasceva dalla percezione delle incongruenze, delle disparità tra sfruttati e sfruttatori. Proprio così dovrebbe nascere in moltissimi giovani la voglia di una ribellione organizzata verso il capitalismo, che non si riduca a mera protesta, a singolarità espressiva. Ma che sia collettività che nasce e cresce e che si struttura. Il partito rimane l’unica vera grande forma organizzativa per i rivoluzionari comunisti.
Ho letto la storia di Max e mi sono commosso, lo ammetto molto serenamente e senza alcuna vergogna. Mi sono commosso per il coraggio che ha avuto nell’affrontare la prospettiva di quel vuoto che è la morte: per un marxista come lui, non c’era nessuna immaginazione di una vita oltre questa linea di separazione dell’unica esistenza conosciuta e conoscibile. Ma l’aveva accettata. Chissà se con rassegnazione o con calma imperturbabilità…
Ognuno di noi davanti alla prospettiva dell’annullamento totale della vita, del “non-esistere” più rischia di rimettere in discussione anche le convinzioni più certe e cedere all’emotività seduttiva di abbracciare questa o quella fede.
Max ha vissuto i suoi ultimi mesi legato al suo blog e da lì ha continuato a vivere pienamente, facendo ciò che gli piaceva fare e che lo faceva, appunto, sentire vivo.
Occorre una grande maturità interiore ad appena sedici anni per essere consapevole delle contraddizioni del sistema capitalistico e per fondare la propria coscienza su un piano critico che sviluppi una avversità rispetto a tutto quello che ci circonda e che ci viene mostrato come “il migliore dei mondi possibili”.
Noi qui, in Italia, in Europa, abbiamo perso un po’ tutti di vista l’essere rivoluzionari, il considerarci tali e non appartenenti alle logiche di questa società. Ci siamo fatti sedurre dal mercato, dalla pesante struttura che ci relega tutte e tutti, bene o male, dentro il recinto della compromissione con una società di consumi che disprezziamo ma in cui ci culliamo nell’attesa messianica che venga il momento in cui svegliarci dal torpore e riprendere l’azione.
Non può esserci nessuna attesa, nessuna speranza di arrivo di un cataclisma che faccia implodere il capitalismo.
L’alternativa la dobbiamo sempre e comunque costruire noi comuniste e comunisti. Questo abbiamo dimenticato o messo in secondo piano rispetto a logiche di pseudo-strategie politiche e tatticismi elettoralistici.
La sinistra comunista che resiste a tutto ciò viene considerata residuale, inadatta ai tempi e non attrattiva, mentre quella che si definisce “senza aggettivi” e che vuole fondare nuovi partiti, fallisce in questo tentativo da anni e anni ma, come l’araba fenice, risorge dalle sue ceneri e prova a ripetere l’errore fregiandosi di un manto di modernità che è solo accondiscendenza verso questo o quell’aspetto proprio del capitalismo.
Negando la necessità del comunismo come movimento da costruire e ricostruire, come elemento scardinante il pensiero unico del mercato, come grimaldello che sollevi il coperchio delle menzogne di un’etica dominante e tutta della classe che dirige le danze dello sfruttamento, si nega proprio la capacità di analisi critica e si finisce con l’osservare quanto ci avviene intorno con una disposizione alla moderazione di parole, atti e, quindi, facendo una politica di compromessi continui.
Tutto in nome della “pragmaticità”. Come se un giovane di sedici anni non l’avesse e fosse, magari, anche lui un illuso, un sognatore, un filosofo idealista.
Per paradosso, accettare un poco meno le ingiustizie fa essere realisti e pragmatici, mentre combattere per rovesciarle fa apparire eterei, leggeri, molli, inconsistenti e privi di aderenza alla fattività delle cose alla quotidianità delle persone. E’ tutto il contrario: chi si adegua muore lentamente nell’essere alternativo al sistema e accetta, giorno per giorno, qualche aspetto in più del giorno precedente. Chi pensa che la lotta anticapistalista sia vana e non concretizzabile, anche se si definisce di sinistra, è in realtà già così un conservatore e un nemico del cambiamento a centottanta gradi della società.
Max è per noi, care compagne e cari compagni, una lezione morale per ogni volta in cui ci sentiamo sconfitti, depressi, abbattuti dalle circostanze e dalla vigliaccheria anche di tanti comunisti, di tante persone di sinistra che rinunciano a lottare e che della loro vita fanno un corollario al sistema invece che un elemento di lotta.
Max, ti ringrazio per quanto hai fatto. Mi hai consentito di avere un grammo di speranza in più in un deserto che non mostra la fine di sé e che continua, continua sulla moltiplicazione di egoismi, qualunquismi di mille tipologie e scoramenti che diventano alibi per avvitarsi in un mondo proprio e scrollare le spalle per quanto avviene fuori dai nostri gusci incrostati di conformismo.
Ti ringrazio davvero. Lo faccio in tutta sincerità e con grande modestia.
Ti sia lieve la terra.

MARCO SFERINI

29 marzo 2016

foto tratta da Pixabay

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