L’inversione di tendenza

Propongo a tutti uno spunto di riflessione, basato su due affermazioni che mi paiono incontrovertibili: 1) nella fase della rivoluzione industriale e della centralità dell’Occidente abbiamo assistito a un...

Propongo a tutti uno spunto di riflessione, basato su due affermazioni che mi paiono incontrovertibili:

1) nella fase della rivoluzione industriale e della centralità dell’Occidente abbiamo assistito a un progressivo processo di politicizzazione delle masse, dal quale sortirono – tra l’altro e non certo come esito meno importante – i partiti politici moderni superando così lo schema della “democrazia dei notabili” e del “caminetto”;

2) la fase successiva quella aperta dalla mondializzazione dell’innovazione tecnologica dell’esportazione del consumo senza limiti dell’egemonia dell’individualismo che sta sfociando nel dominio dell’esasperazione della velocità comunicativa e della conseguente prevalenza dell’apparire nell’esercitare la “pressione decisionale” coincide con la crescita apparentemente inarrestabile del processo di spoliticizzazione.

Ha richiamato l’attenzione su questo punto Giorgio Agamben che dopo aver analizzato il tema dichiara, nel corso di una sua intervista rilasciata il 28 ottobre a “Robinson” inserto culturale di Repubblica: “Una società fatta di telecamere e di dispositivi di sicurezza non può essere democratica”.

La domanda a cui dare risposta è questa: qual è il punto d’attracco su cui si può far approdare un processo di nuova politicizzazione di massa invertendo la tendenza in atto alla spoliticizzazione?

Sarà questione di ridefinire la scala di qualità delle contraddizioni oppure di ricostruire gli strumenti perduti dell’agire politico?

Esiste una funzione che, in passato, era stata svolta dai grandi partiti. Una funzione che risulterebbe decisiva proprio a questo proposito: quella di “alfabetizzazione di massa” portata avanti non soltanto al riguardo della “identificazione politica” ma, più complessivamente rispetto alla cultura nel suo insieme, agli aspetti storici, filosofici, letterari, artistici.

Una funzione pedagogica che dovrebbe servire innanzi tutto a ricordare in ogni momento la tesi 11: non basta descrivere il mondo (e amministrarlo così com’è) ma occorre cambiarlo.

E per cambiarlo occorrono “scienza e coscienza” oltre che visione.

Sotto questo aspetto appare deficitaria, anzi quasi assente, l’Università che almeno nelle principali facoltà di scienze politiche (limitando il nostro campo di osservazione all’Italia) pare aver trascurato l’aspetto dei riferimenti ideali e storici privilegiando l’insegnamento di schemi predeterminati che costringono e obbligano il rapporto politica e società tutto all’interno della policy in luogo della politcs .

Così la governance diventa assolutamente dipendente dalle ragioni dell’economia e della tecnica e non esprime mai il portato dell’idealità delle ragioni storiche che la “politics” dovrebbe recare con sé quale bagaglio delle parti determinate. Un bagaglio da utilizzare per costruire la misura dei rapporti di forza possibilmente al di fuori dai termini che presenta l’attuale quadro italiano così ben descritto da Rossanda: le “frottole” del M5S e la “cattiveria” della Lega.

Dovremmo cercare di riprendere uno sviluppo di analisi in modo da porre al processo di costruzione della decisionalità l’esigenza di superare il mero pragmatismo nell’affrontare i temi dell’economia e della tecnica. Disponendo, appunto, di visione.

Dobbiamo fermare questa apparentemente inarrestabile rincorsa verso una società composta quasi per intero da telecamere.

Altrimenti il risultato di questa rincorsa sarebbe quello che andrebbe bene a chi riuscisse a rimanere costantemente inquadrato e male per chi restasse oscurato per sempre.

Una divisione quasi manichea tra “dentro” e “fuori”, per una struttura sociale al riguardo della quale Orwell risulterebbe soltanto parzialmente profeta.

FRANCO ASTENGO

30 ottobre 2018

foto tratta da Pixabay

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