L’insegnamento dell’assenza a scuola

La notizia di cronaca, di taglio basso, ci dice che uno studente è stato premiato per non aver mai fatto un giorno di assenza a scuola. La madre però...

La notizia di cronaca, di taglio basso, ci dice che uno studente è stato premiato per non aver mai fatto un giorno di assenza a scuola. La madre però ha ritenuto che ciò non fosse un merito e dunque ha rifiutato il premio. Sostiene la signora che non assentarsi da scuola perché non si è malati, e quindi si gode di buona salute, non è un merito.
Sostanzialmente ha ragione. Se si può frequentare la scuola perché mai marinarla?
Però… cara signora, si lasci dire una cosa da chi non ha mai disertato i banchi per spirito di adeguamento, di servizio, per disciplina, per piacere anche… ecco “anche”…
Si lasci dire questo: se un ragazzo è malato e non può andare a scuola per l’appunto ciò non diviene un “demerito”.
Ma se anche una volta il ragazzo si dovesse inventare d’essere stato male e di aver zompato un’ora di lezione o un giorno intero per una voglia di evasione… lo lasci evadere. Con cautala. Con ragionevolezza. Ma non gli faccia vivere la scuola come una prigione.
L’evasione è crescita. E per questo noi, studenti indefessi degli anni ’80 e ’90, molto poco ribelli e molto ordinati nel nostro andare a scuola pervicacemente tutti i giorni, ligi alle direttive sullo sciopero e obbedienti, oggi che siamo quarantenni, un poco rimpiangiamo di non essere stati già da allora un poco ostili alle convenzioni e agli ordini.
Tuttavia alcuni di noi sono diventati dopo anticonformisti. Così, almeno, pare… Per fortuna sui vent’anni…
Dopo, diventare comunisti è difficile, quasi impossibile. Rimanerlo è una impresa veramente dura.
Dunque, viva qualche assenza dai banchi, viva la libertà di sentirsi, ogni tanto, liberi d’essere liberi da qualunque grande o piccolo potere.

(m.s.)

foto tratta da Pixabay

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Lo stiletto

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