L’arco finto di Palmira non è credibile

Archeologia. Nonostante siano state usate le migliori tecnologie, la ricostruzione dell'icona simbolo della Sposa del deserto, distrutta dall'Isis, si riduce a una scenografia della speculazione per il G7 della cultura a Firenze

Dopo aver campeggiato a Trafalgar Square nell’aprile del 2016 (https://ilmanifesto.it/il-finto-arco-in-3d-di-palmira-finisce-allombra-di-nelson/) e sei mesi più tardi al City Hall Park di New York, un clone dell’Arco di Trionfo di Palmira è esposto da ieri in Piazza della Signoria a Firenze. Qui resterà fino al 27 aprile e costituirà uno degli eventi del G7 della cultura (30-31 marzo), incentrato sulla salvaguardia del patrimonio mondiale.

Il monumento originale – datato al III secolo d.C. – è stato abbattuto dall’Isis nell’ottobre del 2015 al culmine di una serie di distruzioni che, durante la prima occupazione della Città Carovaniera da parte degli uomini del Califfo Al-Baghdadi, aveva visto cadere i templi di Baalshamin e di Bel e alcune delle caratteristiche Torri funerarie svettanti sulle colline della necropoli sud-occidentale. Senza dimenticare la barbara esecuzione dell’archeologo Khaled al-As’ad, per cinquant’anni direttore del sito e del museo di Palmira. Sebbene la copia in scala 1:3 dell’arco sia stata realizzata dall’azienda italiana TorArt di Carrara tramite l’uso di sofisticate tecnologie quali l’impiego di stampanti 3d e robot antropomorfi, il risultato non è scientificamente accettabile.

Lo stesso Filippo Tincolini, fondatore del laboratorio TorArt assieme a Giacomo Massari, ammette in un’intervista a cura di Andrea Barrica apparsa sul Giornale del Restauro che «le foglie ornamentali sono state scavate sino a un certo punto perché non avevamo un’idea precisa di quanto potessimo andare a fondo». Neppure la collaborazione con l’Institute for Digital Archaeology (Ida) di Oxford, incaricato della raccolta dei dati, è servita ad effettuare una restituzione filologica.

Così, nell’intento di rievocare uno dei simboli della cosiddetta Sposa del deserto, il finto arco ne diventa una maldestra rappresentazione, avulsa dal contesto d’origine e catapultata nel tripudio rinascimentale fiorentino a scopo politico e commerciale (TorArt riceve regolarmente commissioni da artisti, designers, architetti e istituzioni museali).
La corsa ad accaparrarsi un ruolo nella ricostruzione dell’antica città siriana, mentre la guerra che ha già mietuto centinaia di migliaia di vittime civili non accenna ad arrestarsi, fa discutere gli studiosi, divisi tra «interventisti» e «temporeggiatori». Poco tempo prima che l’esercito regolare siriano, coadiuvato dall’aviazione russa, dai Guardiani della Rivoluzione iraniana (pasdaran) e da miliziani Hezbollah libanesi – riconquistasse le rovine di Palmira agli inizi di dicembre, un accordo finalizzato a restauri e ricostruzioni tra la Direzione Generale Antichità e Musei (Dgam) della Siria e l’Ermitage di San Pietroburgo pareva cosa fatta.

D’altra parte, la prima «liberazione» del sito avvenuta nell’aprile 2016 e anch’essa supportata da un contingente russo, era stata festeggiata nel teatro di Palmira con un pomposo concerto dell’Orchestra sinfonica del teatro Mariinsky di San Pietroburgo, accompagnato da un video messaggio di Vladimir Putin.

La macchina della propaganda che ha trasformato il presidente russo nel «salvatore» della Sposa del deserto non è tuttavia riuscita a nascondere la presenza dell’invadente base militare installata all’interno del sito archeologico. I danni arrecati a stratificazioni ancora non indagate e i saccheggi compiuti sotto gli occhi complici dei soldati di Putin sono stati documentati dall’Apsa-Association for the Protection of Syrian Archaeology (http://apsa2011.com/apsanew/exclusive-under-the-russians/), un gruppo di archeologi militanti che dallo scoppio della guerra civile nel 2011 monitora lo stato del patrimonio e combatte il traffico illegale dei reperti.

Se non è chiaro come il feticcio targato TorArt, possa trasmettere i valori del rispetto e della tutela del patrimonio alla massa dei turisti che ogni giorno si accalca in Piazza della Signoria, è certo che la sua sbiadita figura sia molto lontana dalla realtà archeologica immortalata fin dal XVII secolo da pittori e incisori e più tardi da fotografi quali Félix Bonfils e Tony André.
Grazie a questo repertorio di immagini, arricchito da viaggiatori e artisti di ogni tempo, l’arco che dava inizio alla spettacolare Via Colonnata e sotto la cui ombra riposavano beduini e cammellieri dell’Oasi di Tadmor, resterà per sempre la porta d’ingresso al sogno di Palmira. Tutto il resto è pietosa scenografia della speculazione.

VALENTINA PORCHEDDU

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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