La democrazia tra società chiusa e società aperta

E’ capitato tante volte, nel corso degli anni più recenti, di reclamare un aggiornamento della teoria classica “delle fratture”. La teoria delle “fratture” è stata elaborata dal politologo norvegese...

E’ capitato tante volte, nel corso degli anni più recenti, di reclamare un aggiornamento della teoria classica “delle fratture”.

La teoria delle “fratture” è stata elaborata dal politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset .

Una teoria attraverso la quale s’individuano quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui erano state la causa della nascita dei partiti come li abbiamo conosciuti almeno fino alla fase della globalizzazione.

I cleavages sono delle fratture che mettono in conflitto gruppi sociali. Possiamo catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione (nazionale e industriale) in cui sono implicati.

L’intento della richiesta di aggiornamento che era stata avanzata almeno dall’affermarsi di un’elevata “complessità sociale” era quello di collegare le fratture “storiche”, in particolare quella “capitale/lavoro” all’emergere di nuove fratture definite “post – materialiste” (in particolare quella di genere e quella ambientale) .

Lo scopo di questa richiesta di aggiornamento era quello di determinare una nuova base teorica e una diversa capacità di lettura della società al fine di realizzare un rinnovamento nei partiti rendendoli adeguati a interpretare ciò che stava cambiando nell’assetto sociale, adeguando anche la loro struttura che stava inesorabilmente scivolando nella “liquidità” del partito personale, comitato elettorale separato da qualsiasi radicamento nel concreto della società.

Questo intendimento non si è realizzato, anzi il rischio che stiamo correndo è quello che un aggiornamento si stia in effetti verificando ma posto su di un terreno arretrato sul quale potrebbero definirsi condizioni per un ritorno a una costruzione di strutture politiche del tipo di quelle precedenti alla prima rivoluzione industriale.

E’ in atto, infatti, una vera e propria crisi profonda di quella che abbiamo definito “democrazia liberale” fondata sul suffragio universale e i Parlamenti e una ripresa di discorso attorno ad idee del tipo “democrazia dei notabili”, di voto limitato e di una forma di governo basata sulla personalizzazione e l’appoggio di piccoli gruppi di potere non sottoponibili a una verifica di massa (si è scritto di “fascismo senza dittatura”).

Un quadro che potrebbe ulteriormente modificarsi se si pensa a ciò che sta accadendo sul terreno della mediazione politica che si realizza attraverso il web e che viene identificata come superamento della democrazia rappresentativa da parte della democrazia diretta veicolata esclusivamente dal dibattito via social network.

Una situazione della quale stiamo verificando la pericolosità leggendo le notizie che ci arrivano nel merito della vicenda Facebook e soprattutto dell’idea di una “democrazia diretta” veicolata esclusivamente attraverso il web.

La torsione individualistica dell’assetto sociale, fondata sul consumismo che si è realizzata in Occidente a partire dagli anni’80 del XX secolo e lo scontro tra questa e lo scompaginamento seguito dalla caduta del bipolarismo dei blocchi (da qualcuno scambiato come l’apertura di una sorta di “età dell’oro” e come “fine della storia) ha rappresentato la causa prima dell’involuzione dei soggetti di intermediazione politica fino a far pensare che, per governare un’inedita complessità sociale, si rendesse necessario un taglio della domanda e quindi l’assunzione di una responsabilità politica fondata sulla “governabilità” intesa quale fine esaustivo della politica.

Una concezione della “governabilità” che alla fine ha portato a uno scontro con tutti i tentativi di natura globalista attraverso i quali si è cercato di affrontare il mutamento di paradigma che il procedere dell’innovazione tecnologica soprattutto nel campo della comunicazione stava imponendo .

Queste opzioni globaliste che – oggi come oggi – appaiono in grandissima difficoltà di fronte al riproporsi addirittura dell’emergere, nelle grandi potenze, di tensioni di tipo imperialista.

L’aggiornamento della “teoria delle fratture” e,di conseguenza, della base teorica sulla quale stanno formandosi i soggetti politici che agiranno verso la seconda fase del Secolo XXI, si sta insomma verificando attorno al nodo “società chiusa / società aperta”; un nodo che molti intendono per “sovranismo/globalismo”.

Un dualismo che dovrebbe sostituire compiutamente quello tra capitale e lavoro e successivamente nella modificazione del rapporto tra struttura e sovrastruttura con l’ingresso in scena di quelle che sono state definite “fratture post – materialiste”.

La situazione politica italiana appare contrassegnata in questo senso e potrebbe anche funzionare da laboratorio.

Chi intende contrastare il tentativo egemonico di imporre il ritorno alla società chiusa intende fare fronte semplicisticamente attorno al concetto di “società aperta” attraverso la proposizione di un liberalismo dalla Popper.

Si è mosso in questo senso Antonio Polito con un suo articolo apparso nei giorni scorsi sulle colonne del “Corriere della Sera”.

Articolo dove si rilancia il pensiero del filosofo austriaco e i suoi avvertimenti a non trasformare la “società aperta” in una “società astratta” come sarebbe avvenuto nel corso di questi anni attraverso l’adozione acritica dell’innovazione tecnologica che (ne scriveva appunto già Popper) potrebbe condurre ad una società “depersonalizzata” esposta, quindi, ai colpi dell’idea di un potere sovrano fortemente concentrato come sola possibilità adatta per governarla.

Il nostro compito allora non potrebbe essere altro che quello di lottare per difendere la “società aperta” che, secondo l’autore, “resta il sistema migliore per il benessere dei popoli che dobbiamo preservare a ogni costo anche da chi, di volta in volta, vince le elezioni.”

Polito cita Pericle:“Si tratta di legare l’individualismo con l’altruismo perché ci è stato insegnato di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere gli umili”.

Una difesa della “società aperta” che chissà come potrà essere realizzata nel momento in cui pare riaprirsi nuovamente la faglia Oriente/Occidente e sta riformandosi, attorno al sovranismo di Trump, un nucleo d’acciaio della NATO con la Gran Bretagna della Brexit, la Francia e la Germania.

Assistiamo comunque a una difesa della “società aperta” le cui motivazioni di riaffermazione paiono dimenticare l’esistenza di una “frattura” ancora determinante: quella relativa allo sfruttamento derivante prima dalla contraddizione “capitale – lavoro” e, in secondo luogo, dal soffocamento capitalistico sulle contraddizioni post – materialiste.

Sfruttamento operante ben oltre le condizioni materiali di lavoro che colpisce l’insieme di una società sfibrata e ripiegata sulle proprie contraddizioni, alle quali non riesce (nell’insieme di una proposta di lettura della realtà sociale e politica) a fornire un senso e un’indicazione di prospettiva.

Si è così’ determinato un vero e proprio “allargamento sociale” delle condizioni di classe ben oltre la fabbrica e i campi tanto per indicare luoghi fisici della rivoluzione industriale.

Deve essere in nome dell’estensione del peso della condizione di classe a livello globale che riteniamo non si tratti, dal nostro punto di vista almeno, di difendere la “società aperta” ma, invece, di costruire le condizioni politiche perché possa affermarsi una radicale alternativa di sistema nel senso di una proposta di liberazione dallo sfruttamento globale.

Il tema della liberazione dallo sfruttamento globale deve rimanere centrale nell’impostazione politica delle forze di opposizione che è necessario organizzare e rendere efficaci nella loro azione di radicamento e di proposta proprio perché la “società aperta” capitalistica rimane fondata sull’immutabilità di inaccettabili disuguaglianze che provocano sopraffazione.

La capacità di immediatezza nella rappresentazione dei bisogni sociali rappresenta probabilmente la chiave per elaborare una prima efficace azione di resistenza a questo modificarsi nei termini dell’agibilità democratica.

Sono già avvenuti tentativi in questo senso all’interno di un “caso italiano” che si rinnova e si rovescia nei suoi termini (opposti a quelli dell’avanzamento sociale verificatosi nel corso dei “trenta gloriosi”): pensiamo al “salazarismo soft” del governo Monti /Napolitano e al tentativo di riforma costituzionale di Renzi respinto dal voto popolare il 4 dicembre 2016.

Tentativi che proseguiranno: all’interno e al di fuori del web.

FRANCO ASTENGO

23 marzo 2018

foto tratta da Pixabay

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