Indovinate chi viene a cena. Sempre il razzismo

Poche sere fa su La 7 hanno trasmesso per l’ennesima volta il bellissimo film con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier “Indovina chi viene a cena”. Ho guardato...

Poche sere fa su La 7 hanno trasmesso per l’ennesima volta il bellissimo film con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier “Indovina chi viene a cena”. Ho guardato l’anno di uscita del film: 1967. Poi mi sono domandato quanta strada avesse fatto l’antirazzismo, o meglio ancora l’egualitarismo sociale e civile per poter finalmente dire che quello era un ottimo lavoro cinematografico e che poteva rappresentare una realtà ormai passata, trascorsa, consegnata alla memoria di un tempo quasi inconcepibile.
Me lo sono domandato e non ho trovato una risposta che potesse indurmi a considerare “Indovina chi viene a cena” un film datato, ma anzi ancora tremendamente attuale. Magari non nei termini in cui la sceneggiatura si svolge: oggi i matrimoni “misti” (parola orrenda che sono costretto ad usare per semplificare il concetto) non fanno più clamore, non sono più illegali negli Stati Uniti d’America, un presidente americano è addirittura “di colore”, di origini africane.
Verrebbe da dire: ma che volete di più? Invece il razzismo è una radice malsana che è complicato estirpare perché viene utilizzato ogni volta che si può dirigere la rabbia delle masse contro un nemico individuato e da combattere senza un giustificato motivo.
Lo si vede benissimo nella tragedia quotidiana delle migrazioni che spingono centinaia di migliaia di persone a scappare dai loro paesi non perché l’aria sia malsana o le case poco comode, ma per le guerre che il ricco mondo occidentale ha portato dentro le loro vite e quelle vite loro le vogliono preservare, come ognuno di noi farebbe. Non per egoismo, si intende, ma per mero, puro, semplice istinto di sopravvivenza.
Ancora si tenta di dividere i lavoratori, ad esempio, in base alla provenienza, all’etnia, alla differenza culturale che essi hanno: si sfruttano in condizioni di schiavismo i migranti e, parimenti, si introducono nuove forme di lavoro veramente schiavistico come quello dei Contratti di Collaborazione a Progetto (Co.Co.Pro.) che esistono, non sono affatto scomparsi come forse qualcuno può pensare. Un padrone assume “a progetto”: invece di un contratto “normale” (passatemi la semplificazione), chiama “progetto” un determinato lavoro e lo fa svolgere con i termini di un rapporto che può essere sciolto senza troppe garanzie sindacali e lavorative.
Così accade per quella vera e propria forma di sfruttamento moderno all’ennesima potenza che è il lavoro retribuito con i famosi “voucher”. Decine di migliaia di giovani svolgono lavori ad ore per essere pagati con voucher da dieci euro da cui, tolte le dovute tasse, restano appena sette euro e cinquanta centesimi.
La rabbia sociale cresce in questo disagio quotidiano, in questa mancanza di sicurezza e il razzismo può trovare quindi un terreno fertilissimo dove poter far crescere l’odio per chi ancora viene considerato un “ladro di lavoro”.
Il migrante è il nemico, è l’invasore. Oggi non si tratta forse di matrimoni, ma se ad uno Spencer Tracy qualunque, di idee non comuniste ma liberali come quelle del cronista del film, arrivasse nel suo “spazio vitale” un uomo “straniero”, oggi ne avrebbe paura percependolo come una minaccia, un antagonista rispetto al posto di lavoro, alla sicurezza personale.
Per questo le motivazioni del razzismo e dei propugnatori dell’identità nazionale sopraelevata ad ogni altro valore umano risiedono tutte in ragioni di ordine economico e di protezione di poteri che hanno tutto l’interesse a dividere i moderni proletari in altrettanto moderne guerre tra poveri, tra indigenti che sbarcano il lunario un po’ per fortuna (se così la si può chiamare…) con sempre accanto lo spettro della disperazione.

MARCO SFERINI

1° giugno 2016

foto tratta da Pixabay

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