Il 40% non è tutto del PD, ma non è poi così distante

Nell’immediato post – referendum si sono scatenate molte polemiche rispetto all’affermazione compiuta da qualche componente del “Giglio Magico” renziano circa il ripartire – da parte del PD – dal...

Nell’immediato post – referendum si sono scatenate molte polemiche rispetto all’affermazione compiuta da qualche componente del “Giglio Magico” renziano circa il ripartire – da parte del PD – dal 40% ottenuto dal SI il 4 Dicembre.

Un 4% corrispondente a 13.431.109 voti validi.

Allo scopo di confutare questa affermazione, ritenuta dai più molto azzardata, è stato anche ripescata una comparazione riguardante il PCI nell’occasione del referendum sulla scala mobile del 1985.

In quell’occasione lo schieramento del SI, sostenuto dal Partito Comunista, all’abrogazione del famoso decreto di San Valentino ottenne il 45,68% dei voti pari a 15.460.855 voti ( erano tempi di più rigida osservanza al riguardo delle direttive di partito, assieme al PCI lo schieramento del Sì comprendeva Democrazia Proletaria e il MSI) ma il PCI risultava di gran lunga il maggior azionista.

La partecipazione al voto si assestò al 77,85%

Nelle elezioni politiche successive, svoltesi però due anni dopo nel 1987, il Partito Comunista ottenne 10.255.904 voti pari al 26,58% ( partecipazione al voto all’88,3% ) mentre gli altri soggetti che si erano schierati con il SI due anni prima superarono complessivamente i 3 milioni di voti ( in questa quota debbono essere conteggiati anche i Verdi che, nel 1985, non erano ancora nati ma i cui potenziali dirigenti e futuri elettori appartenevano, in quel momento, in gran parte al fronte del SI).

In somma il fronte del SI aveva ceduto, in due anni, circa 2 milioni di voti, con un tasso di fidelizzazione complessiva sicuramente non trascurabile all’epoca dell’84%.

Le percentuali si erano abbassate per via dell’incremento nella partecipazione al voto, superiore di 11 punti tra le politiche e il referendum.

Come si vede un paragone, considerati i numeri, quello tra il 2016 e il 1985 abbastanza improprio per valutare adesso una drastica caduta del PD dalla quota del 40%.

Tralasciando i sondaggi, i cui autori si sono parzialmente riscattati nell’occasione referendaria, sarà il caso di andare a valutare i numeri veri seguendo la traccia del tasso di fidelizzazione alle indicazioni di partito fornite dai dati dell’Istituto Cattaneo.

A quei dati va aggiunta una valutazione su stime percentuali riguardante il voto di quelle elettrici e di quegli elettori che, nell’occasione delle Europee 2014 presa in esame come metro di riferimento, si erano astenuti e nel 2016 sono tornati a votare.

Naturalmente c’è stato un interscambio: abbiamo avuto infatti, tra entranti e uscenti un saldo attivo di circa 3.500.00 di elettrici ed elettori. 6 milioni e mezzo di entranti e oltre 3 milioni di uscenti.

La vittoria del NO, infatti, è stata costruita in gran parte dalle elettrici e dagli elettori che sono tornati a votare con circa 3.500.000 voti di scarto a favore del NO.

Sulla base dei dati forniti dall’Istituto Cattaneo e da una comparazione percentuale del voto dei rientranti o nuovi partecipanti al voto è possibile, quindi, con una approssimazione sufficientemente definita valutare le posizioni di partenza delle singole forze politiche all’indomani dell’esito referendario.

Come si noterà emerge un certo scostamento dall’esito dei sondaggi:

PD 35,76%

Area Popolare 4,09%

Forza Italia 17,72%

Movimento 5 Stelle 24,91%

Lega Nord 7,58%

Sinistra Italiana 4,67%

Fratelli d’Italia 4,54%

Altri 0,70%

Attenzione è il caso di ribadire: queste sono posizioni di partenza all’indomani dell’esito referendario: è evidente che si registreranno, da qui alle elezioni politiche, scostamenti rilevanti anche per via della tendenza a livello di grandi numeri a seguire l’orientamento generale dettato dai mezzi di comunicazione di massa. Si tratta, però, di dati utili per una valutazione più attenta della realtà dei rapporti di forza in campo.

Toccherà ad elettrici ed elettori modificarli o confermarli.

Sono troppe le incertezze riguardanti le future leggi elettorali (Camera e Senato) per poter sviluppare delle considerazioni politiche in chiave di maggioranze : una prima impressione direbbe che comunque il premio previsto dall’Italikum in caso di ballottaggio rimane, rispetto alle posizioni di partenza, esagerate. Al PD sarebbe regalato all’incirca il 20%, al M5S (probabile vincitore del ballottaggio per il principio del “tutti contro uno” che ormai vale in questi casi e fin qui ha penalizzato il PD) addirittura il 31%.

Tutti dati che indicano l’insufficienza delle principali forze politiche a rappresentare di per se stesse una base sufficiente di aggregazione e di consenso per rendere credibile un sistema che, complessivamente, appare in forte difficoltà.

FRANCO ASTENGO

redazionale

foto tratta da Pixabay

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