I ragazzi della via Pál

Se tutte le guerre potessero essere come quella dei bottoni o come quella de “I ragazzi della via Pál” (Einaudi e molte altre edizioni), il mondo sarebbe un posto...

Se tutte le guerre potessero essere come quella dei bottoni o come quella de “I ragazzi della via Pál” (Einaudi e molte altre edizioni), il mondo sarebbe un posto migliore in cui vivere. Ferenc Molnár ci lascia dunque in eredità, a partire dal periodo antecedente l’imminente primo conflitto mondiale, un messaggio pacifista o, quanto meno, antibellico?

La critica mondiale si è arrovellata molto sul significato intrinsecamente sfuggevole dell’opera che è, senza ombra di dubbio, il capolavoro della letteratura magiara. Per ragazzi, ma non solo. Quando nel 1906/1907 esce a puntate sui quotidiani e sulle riviste, pare, un po’ come Pinocchio, un racconto e niente di più. Ma riscontra subito un successo che soprassa i confini del militaristico impero asburgico.

Di lì a poco la conosceranno in tutta Europa e poi al di là degli oceani. Si narra che la fama dell’autore si scoprì come d’incanto el momento in cui, furbescamente, dovendo tradurre per lavoro una novella di Anatole France, mise nel cassetto un proprio racconto al posto di quello vero, spacciandolo per autentico di quello che sarebbe divenuto il premio nobel 1921 per la letteratura.

Non sappiamo se Jacques François-Anatole Thibault lo seppe e se ne ebbe a male o ne rise. Di sicuro è che, dopo quello stratagemma bischeroso, Molnár viene incaricato di scrivere altri racconti e scopre la sua vera vena artistica. Non il giornalismo, ma la letteratura per i giovani.

Il contorno temporarale che avvolge la vicenda delle due bande di ragazzini che si affrontano nello spazio tra una segheria a vapore e un giardino botanico, è un fine Ottocento che fa sentire dalle pagine di qualunque libro la sofferenza esistenziale soprattutto dei più piccoli: quelli fortunati vanno a scuola ed hanno abiti non logori; profumano e non olezzano del canagliume delle strade o della polvere e del fango.

Quelli, invece, che fanno parte del proletariato vero e proprio, li ritrovi tanto nella Londra di Oliver Twist quanto nelle strade parigine dove gironzola Gavroche, in quelle di un qualunque borgo toscano frequentato da Pinocchi quasi incartapecoriti nei loro vestitini perbene o pervicacemente ribelli come tanti Lucignoli.

Nella Budapest del tardo impero di Francesco Giuseppe, nove anni prima che Elisabbetta di Baviera cada sotto i fendenti di un anarchico in Svizzera, i ragazzi della via Pál si aggirano per le cataste di legno della segheria, mentre le “camicie rosse” avverrsarie si acquartierano sull’isoletta bucolica nel mezzo del giardino botanico.

Per chi è vissuto negli ultimi tre decenni del Novecento ed è cresciuto con la televisione dell’epoca, sarà del tutto logico il riferimento a più un telefilm in cui i giovanissimi protagonisti si danno una gerarchia, pur prendendosi molto poco sul serio dal punto di vista militare. Ma rispettando al tempo stesso i ruoli e ricercando una validazione degli stessi propri all’atto pratico delle loro imprese.

Se qualcuno ricorda “La banda dei cinque” (il titolo originale della serie era “The Famous Five“), dove la canzone cantata da Elisabetta Viviani anarchiceggiava le sue strofe in “…nessuno obbedisce, nessuno comanda…“, specificando però che i ragazzi erano due colonnelli e tre generali (compreso il cane Timmy), pur nel contesto differente di trama e di mezzo di trasmissione della stessa, vivrà qualche similitudine implicitamente.

Sono le avventure infantili ad avere la meglio nella memoria di noi adulti che le ripercorriamo. Perché nei nostri dieci, unidici, dodici, tredici anni, leggevamo tra un Pinocchio e un Capitan Nemo, anche le scaramucce di János Boka, Ernő Nemecsek, Ferenc Weisz, Feri Áts e dei sempre ingrugnati e temuti fatelli Pásztor.

A differenza del telefilm britannico di settant’anni dopo, i ragazzi della via Pál e le camicie rosse non investigano, ma si fronteggiano. Difendono i loro spazi di libertà che sono i piccoli mondi che si sono ricavati in mezzo alla durezza dell’esistenza, alla obbligatorietà dei doveri: dalla scuola alla famiglia, dalla chiesa alla casa.

Il mistero della lunga scia di ricordi che il capolavoro di Molnár regala a chi ha avuto la fortuna di leggerlo già da ragazzo, sta tutto nella immedesimazione di quelle avventure, nel riscoprirsi proprio come quei giovincelli così diversi e così uguali, esattamente come tutte le generazioni che sono loro succeduti.

Quella saggezza che è, certamente per il giovane gracile biondino Nemecsek, motivo di venerazione per il generale Boka, l’abbiamo un po’ tutti avuta per l’amico più grande, oppure per colui che ci stava più simpatico rispetto ad altri. La strafottenza e l’insolenza di Áts, che è l’avversario ma mai il nemico giurato, somigliano all’arroganza dell’Azteco des Gués che cattura Le Braque, che lo umilia lasciandolo andare a calzoni calanti.

La coevità del romanzo di Louis Pergaud con quello di Ferenc Molnár, ma non di meno pure il “Pinocchio” di Carlo Lorenzini, segna una tappa nella letteratura per ragazzi che ha certamente in Dickens l’assoluto e incontrastato precursore: con il già citato Oliver Twist (che è terminato nel 1839), con “David Copperfield” (1850) e con tutta una serie di racconti considerati minori (come “Storia di uno studente“) che meriterebbero soprattutto oggi più considerazione.

Il successo di quel che Molnár fa accadere in via Pál è pari alle disavventure straccionesche dei poveri orfani londinesi come a quelle più borghesemente intese in quello che per Dickens sarà – a detta stessa del grande scrittore – il suo libro preferito. Ed il segreto del successo che oltrepassa i secoli è tutto qui: nella descrizione minuziosa della società di un’epoca che non ci appartiene più ma che ci piace rivivere.

Se nel testo di Molnár non è così evidente una disparità di classe come nelle opere inglesi e come in quelle francesi che appartengono al filone della romazistica che si muove tra metà Ottocento e primi decenni del nuovo secolo, diverso è il discorso per quanto riguarda il conflitto, l’infigarderia come il valore, la spregiudicatezza come l’altezzosità, la bellezza dei sentimenti infantili, dell’innocenza e della riconoscenza, tanto quanto il fantastico mondo dei ragazzi che trascende quello del possibile.

La dimensionalità in cui si inserisce la lotta tra le cataste di legna, i laghetti e le piccole isole rifugio, rimane tutt’altro che sullo sfondo del racconto. La bandiera rubata è lì sulla torretta improvvisata come bastione, tutti hanno un grado d’ufficiale, solo Nemecsek ne è privo. Lui ed Ettore, il cane del guardiano sono soldati semplici.

Ad ogni azione pseudo-eroica che Boka comanda, Nemecsek, filiforme e inadatto alla guerra vera e propria, spera nella promozione. Sarà capitano un giorno. Lo sogna, lo spera, lo desidera. E il piccolo mondo antico di questa gioventù che si affaccia al Novecento delle meraviglie e degli orrori, non sa cosa la aspetta da grande.

Intuisce perché vede gli adulti. Pergaud fa dire all’intellettuale dell’esercito di Longeverne è l’amara conclusione di una disillusione preannunciata proprio dal comportamento dei genitori e della società: «E dire che quando saremo grandi, diventeremo anche noi bestie come loro». C’è posto per tutto nella guerra fantastica dei ragazzi che forse non imitano gli adulti…

C’è posto per la fedeltà e per il tradimento. Viene chiamato a rappresentarlo qui la quintessenza dell’ambizione puerile che conserviamo sovente anche da abbondantemente cresciuti: Dezső Geréb. È lui che contende a Boka il titolo di comandante e viene battuto alle elezioni. Certamente molto più oneste di quelle che cui ci totta assistere e far finta di partecipare oggi.

La battaglia finale, poco prima della tragedia, è ricchissima di colpi di scena e si sussegue negli ultimi capitoli con un ritmo frenetico, incessante che non permette di staccare gli occhi e la mente dal libro. Molnár scrive quasi un inno al dinamismo infantile, all’energia dei ragazzi che non finisce mai e, soprattutto, all’entusiasmo.

A quella capacità di non darsi per vinti nemmeno quando tutto appare perduto. Tutte essenzialità umane che si perdono nell’adultismo. Frida Khalo ha scritto: «Lasciai la gelosia e mi misi a pensare che ognuno va dove vuole stare e perde ciò che vuole perdere». Una ineluttabilità tutta attribuibile al disincanto, alla rassegnazione che, nonostante ciò, non è privazione di una volontà mai davvero buona, ma accettazione di un compromessso.

Tra realtà e sogno, tra il subire e il desiderare. Ecco, i ragazzi della via Pál, per loro fortuna, la loro lotta la vivono come se fosse essa stessa la vita. Non passivamente, non subiscono e non vogliono subire. Né un diverso modo di organizzarsi, né qualcosa di più tangibile e provocatorio – verrebbe da dire di delittuoso – come il furto della loro bandiera. Ne va dell’onore che, in quel caso, coincide non con un pregiudizio antisociale, ma con una positiva autostima.

Cecco e Ats ad un certo punto, scrive Molnár, «si guardarono negli occhi. Era la prima volta che si trovavano soli: e si incontravano proprio davanti a quella casa in cui regnava la tristezza». Non anticipiamo nulla a chi non ha letto il romanzo, quindi non facciamo “spoiler”; ma permettete di sottolineare il fatto che lo scrittore magiaro, anche se qualcuno è stato tentato di pensarlo, scriverlo e dirlo, non scivola mai nel melenso.

Non scade nel sentimentalismo a buon mercato. Anzi. Dà valore ai più bei sentimenti di questi ragazzi immaginari che tanto hanno fatto sognare tutti noi. Amore e rimorso. Sono quello che provano i due giovani generali. C’è spazio per qualcosa di più della fine delle ostilità. C’è tutto lo spazio che si vuole per l’amicizia: là dove tira il vento, dalla parte del campo con le cataste di legna.

Anche quando il tempo è scaduto, quando si arriva tardi all’ultimo saluto, l’empatia ritrovata o, forse, rinnovata, oltrepassa i confini fisici e quelli mentali. Mentre si avvicina una nuova sorte per il campo, per la fortezza, per la segheria. Lo sguardo dei ragazzi va profeticamente avanti nel tempo. Il loro mondo sarà sommerso dal cemento.

Boka sentirà un tuffo al cuore. Piangerà e si sentirà tradito dalla terra. Proprio quella – precisa Molnár che lui aveva difeso con tanto ardore insieme agli amici e che aveva difeso da quelli che riteneva i nemici. Là, fuori dalla finestra dell’aula scolastica c’è quel mondo che il giovane comandante, per la prima volta, vede nella sua realtà: tutto scorre e tutto cambia.

Nulla rimane uguale, ma quello che ci rimane in ricordo è un pezzetto di mondo che non se va. Almeno fino a che non ce ne andiamo noi e poi quelli che, a loro volta, ci ricordavano. Dopo quasi quarant’anni, infatti, siamo qui a rileggere quello che accadde in via Pál nel 1889. In quella via oggi c’è una targa e c’è un bellissima opera d’arte che raffigura i ragazzi che giocano a bigli e, sul ciglio di un portone, i fratelli Pásztor che li guardano…

Il tempo sembra essersi fermato lì. Con Nemecsek e gli altri che tirano le sferette di vetro in terra e una borsa accanto. Il tempo forse si è fermato proprio lì, perché l’opera di Molnár è diventata un classico. Un classico della letteratura mondiale. E voi in quale banda volete stare?

I RAGAZZI DELLA VIA PÁL
FERENC MOLNÁR
EINAUDI, 2016
€ 10,00

MARCO SFERINI

15 maggio 2024

foto: particolare della copertina del libro


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