Il pugno di saluto di Biden con le nocche gentilmente appoggiate su quelle del principe assassino Mohammed bin Salman (Mbs) è già entrato nella storia di una nuova disciplina: il “pugilato diplomatico”, che lascia al tappeto soltanto le vittime, rimaste fuori dal ring del potere.

Siamo davanti a una nuova versione della realpolitik, in cui si riconoscono – visti gli interessi in gioco – i mandanti degli omicidi ma non si fa giustizia. Anzi la fa da padrone l’impunità, come nel caso di Giulio Regeni e della giornalista palestinese con cittadinanza Usa Shireen Abu Akleh, uccisa dall’esercito israeliano ma secondo gli Stati uniti «non intenzionalmente».

Biden è stato chiaro nel definire le regole di un gioco dove i colpevoli vengono autorizzati a uccidere ancora, e come gli pare, coloro che infastidiscono il manovratore. Gliene ne ho dette “quattro” al principe, ha affermato il presidente: «Lo ritengo personalmente responsabile dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi anche se lui ha respinto sostanzialmente ogni colpa». Pronta, secondo i media sauditi, la replica del principe che ha sferrato a Biden un perfido gancio al mento: «Cosa avete fatto voi per far luce sulla morte della reporter di Al Jazeera Shireen Abu Akleh?».

Conseguenze concrete per il principe dal pugilato diplomatico di Biden: nessuna. Anzi con Mbs ci sono più concordanze che divergenze. Dal patto di Abramo tra Israele e le monarchie arabe al fronte unito contro l’Iran, dalle armi americane al mercato del petrolio, l’erede al trono si è mostrato su più di un punto d’accordo con Biden, che è uscito più ammaccato nella sua immagine che vincente dal round con l’erede al trono saudita.

La sequenza fotografica del suo incontro pubblicata sul Washington Post, il giornale cui collaborava Khashoggi, è un’esilarante presa in giro del presidente. Esilarante ma amara, come la reazione della vedova di Khashoggi che non vede certo giustizia nei gesti di Biden.

Così come non la vedono i palestinesi dopo la visita del leader Usa da Abu Mazen a Betlemme. Biden ha affermato che «non è il tempo di negoziati pur essendo favorevole alla soluzione dei due stati». Peccato che gli insediamenti israeliani e l’occupazione ebraica da Gerusalemme Est ai Territori renda questo stato impossibile e gli Usa, ogni volta, la certifichino come un dato di fatto immutabile.

Insomma Biden sferra pugni nell’aria come richiede la rigorosa disciplina del “pugilato diplomatico” che per vincitore deve sempre avere l’alleato prediletto degli Stati uniti. Del resto come non attendersi una conferma del doppio standard da un presidente che ha dichiarato al suo arrivo in Medio Oriente di sentirsi profondamente sionista?

Nel tabellino dei punti assegnati a Biden l’inquilino della Casa Bianca ha incassato alcune aperture, tra cui la decisione di Riad di aprire lo spazio aereo «a tutti i vettori», mettendo così fine al bando contro i voli da e per Israele e consentendo il sorvolo dei suoi aerei verso l’Oriente.

Una svolta che gli ha permesso di essere il primo presidente americano ad andare con un volo diretto dal suolo israeliano in un Paese arabo che non riconosce lo Stato ebraico. In cambio il premier israeliano Yair Lapid ha dato il suo ok per la restituzione a Riad della sovranità delle isole di Sanafir e Tiran, da dove entro fine anno si ritireranno i peacekeaper americani.

Ma è a Gedda, partecipando a un vertice dei Paesi del Golfo, allargato ai leader di Egitto, Iraq e Giordania, che si è giocato il match più difficile. Da una parte convincere Riad a proseguire sulla via della normalizzazione con Israele entrando negli accordi di Abramo.

Dall’altra ottenere dai sauditi e dalle monarchie del Golfo un aumento della loro produzione di greggio per sostituire quello russo, sotto embargo occidentale per la guerra in Ucraina, diminuendo il prezzo della benzina e la corsa dell’inflazione che minano le chance democratiche alle elezioni di Midterm e anche quelle di Biden alle presidenziali del 2024.

Su questo il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha già detto che non vi sarà alcun annuncio a breve ma Biden ha dichiarato di aspettarsi «ulteriori passi dai sauditi sull’energia nelle prossime settimane», forse quando si riunirà nuovamente l’Opec, dove Riad detta la linea e finora ha fatto sponda al Cremlino tenendo chiusi i rubinetti.

Nel pugilato diplomatico sauditi e monarchie continuano a tenere aperti i canali con Mosca senza imporre ai russi alcuna sanzione, anzi riconfermando gli accordi militari e quelli in campo energetico presi con la Russia. Sul ring mediorientale Biden agita i pugni a vuoto, come carezze ai dittatori.

ALBERTO NEGRI

da il manifesto.it

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