Destra francese sotto l’«effetto Trump»

Non sappiamo quanti siano i francesi consapevoli della valenza politica europea di queste elezioni presidenziali, ma sappiamo che avrà sicuramente una influenza sul futuro dell’Europa. Fino a poco tempo...

Non sappiamo quanti siano i francesi consapevoli della valenza politica europea di queste elezioni presidenziali, ma sappiamo che avrà sicuramente una influenza sul futuro dell’Europa.

Fino a poco tempo fa succedeva il contrario: erano le elezioni europee che avevano una ricaduta sugli equilibri politici nazionali. Si chiamavano elezioni europee ma i partiti storici si confrontavano alla fine su questioni nazionali. Adesso il rapporto si è ribaltato, e non solo al di là delle Alpi.

Il popolo francese che oggi andrà a votare è in buona parte fortemente provato dal virus della Lunga Recessione che ha colpito il paese nell’ultimo decennio.

Non sappiamo quanti siano i francesi consapevoli della valenza politica europea di queste elezioni presidenziali, ma sappiamo che avrà sicuramente una influenza sul futuro dell’Europa.

Fino a poco tempo fa succedeva il contrario: erano le elezioni europee che avevano una ricaduta sugli equilibri politici nazionali. Si chiamavano elezioni europee ma i partiti storici si confrontavano alla fine su questioni nazionali. Adesso il rapporto si è ribaltato, e non solo al di là delle Alpi.

Il popolo francese che oggi andrà a votare è in buona parte fortemente provato dal virus della «Lunga Recessione» che ha colpito il paese nell’ultimo decennio.

Il debito pubblico è passato dal 62 per cento del Pil nel 2007 al 98 per cento del 2016, la disoccupazione giovanile dal 19,5 al 24,7 per cento, e la bilancia commerciale è entrata in una fase di profondo rosso, congiuntamente a un processo di deindustrializzazione del paese.

Alla caduta di sei punti della quota dei salari reali sul reddito nazionale è corrisposto, come in gran parte del mondo ormai, un aumento dei profitti e delle rendite. Certo la Francia sta, sul piano economico e del bilancio pubblico, meglio dell’Italia, ma il trend dell’ultimo decennio è decisamente peggiore del nostro.

Sopresi dalla «Lunga Recessione», e a differenza degli italiani non avvezzi alle crisi economiche e finanziarie ricorrenti, una parte crescente dell’elettorato si è orientato negli ultimi tre anni verso il Front National che ha avuto gioco facile nello stimolare l’orgoglio nazionale in un paese nostalgico de la grandeur. E naturalmente, come è avvenuto negli Usa, e sta avvenendo in tante parti del mondo, sono gli strati sociali più colpiti dalla crisi che appoggiano le forze nazionaliste e razziste.

Allo stesso tempo bisogna ricordare che la gestione della Marine Le Pen ha dato una sterzata al Fn resuscitando i temi della Destra sociale che ben conosciamo nel nostro paese.

In un recente studio in corso di pubblicazione, Antonio Martino, un giovane ricercatore messinese, ha provato a mettere in correlazione il voto per il Front National con le variabili socio-economiche nelle 22 regioni francesi. Prendendo la media dei risultati delle ultime tre elezioni – 2012 (presidenziali), 2014 (europee), 2015 (regionali) – dove il partito di Le Pen è passato dal 18 al 28 per cento, e correlandolo con i tassi di disoccupazione, la presenza percentuale di giovani Neet, l’andamento del reddito pro-capite, risulta abbastanza evidente che nelle regioni dove più ha morso la crisi sono quelle che hanno dato le più alte percentuale al Fn.

Sei in particolare: Champagne-Ardenne, Languedoc-Rossilon, Lorraine, Nord-Pas-de-Calais, Picardie, Provence. Nelle ultime tre regioni menzionate il Fn ha superato nettamente nel 2015 il 40 per cento dei voti.

Inoltre, come si evince nella stessa ricerca, il Fn aumenta la sua percentuale di voto man mano che passiamo dalle classi di età più avanzate a quelle più basse: è l’elettorato giovanile che ha premiato soprattutto questa forza politica.

Così come la sua base elettorale maggiore è basata sulla classe operaia e sui ceti medi impoveriti. Fa impressione , e dovrebbe fare riflettere, il dato sulla percentuale di voto per status sociale: nel 2015 il 43 per cento degli operai ha votato per il Fn , il 36 per cento di impiegati, il 20 per cento di pensionati e solo il 16 per cento di dirigenti, manager, ecc. del settore privato e pubblico.

In breve, possiamo affermare che il Fn è diventato il partito dei giovani, della classe operaia e degli emarginati che una volta speravano e credevano nei valori e nei programmi della sinistra. Ad opporsi con qualche speranza di successo le forze moderate e neo liberiste, come del resto sta avvenendo in Italia e nel resto d’Europa: è lo scontro tra le «due Destre» che Marco Revelli ha lucidamente descritto più di dieci anni fa in un suo saggio.

Quello che invece era difficile da prevedere è il ritorno alla grande del “nazionalsocialismo” che non a caso sbocciò dopo la crisi del ’29 e ricompare oggi dopo la «Lunga Recessione» di questi anni.

Se vincerà Marine Le Pen, come emerge dagli ultimi sondaggi che danno il Front National in testa al primo turno, dopo la Brexit arriverà un altro colpo micidiale sulla traballante Ue. Ma, non è detto. Al ballottaggio difficilmente Le Pen ce la potrà fare, perché sulle elezioni francesi gioca un attore esterno che fa paura a una gran parte dell’elettorato: il presidente Trump.

Aver manifestato apertamente il suo entusiasmo per la vittoria di Trump costerà caro a Marine Le Pen, che aveva fatto tanti sforzi per apparire leader rassicurante e responsabile. Come sostiene Serge Halimi sull’ultimo numero di Le Monde diplomatique, il voto utile potrebbe alla fine prevalere e servirà a prolungare il contratto con il «partito di Davos».

Paradossalmente, potremo avere un effetto Trump sulle elezioni politiche, sia in Francia che negli altri paesi europei, che toglierà voti alla destra fascista e antieuropeista. Ma, possiamo rallegrarci davanti a questo scenario e rassegnarci alla scomparsa della Sinistra dalla scena politica europea?

TONINO PERNA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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