Dal circo di Pompeo-Trump a quello di Netanyahu

Israele/Palestina. Il segretario di Stato Usa è arrivato in Israele con tre obiettivi che riflettono i pericoli della politica trumpiana: alimentare con moderazione le intenzioni di annessione dei territori occupati palestinesi, mantenere la tensione con l’Iran e arginare la penetrazione economica della Cina in Israele. Ma sul fronte annessione ora Washington rallenta
Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha fatto visita al suo grande amico che nelle prossime ore darà avvio a un nuovo ciclo della cosiddetta «democrazia israeliana». Intanto il presidente Donald Trump inizia – forse – a comprendere i tragici risultati della sua incredibile performance di fronte al virus. Gli oltre 83.000 morti nella pandemia lo lasciano con un solo alleato affidabile per le prossime elezioni: gli evangelici.

La preoccupazione elettorale di un presidente statunitense che non sembra distinguersi ormai da un qualunque dittatorello, è pericolosa. L’incredibile Trump che mesi fa definiva la pandemia «una semplice influenza», che in seguito è arrivato a suggerire l’ingestione di disinfettanti, che contraddice di continuo gli esperti, si trova di fronte a un sistema sanitario che funziona bene solo per i ricchi e a un disastro economico che ha già fatto precipitare decine di milioni di persone nella disoccupazione e nella miseria.

Pompeo è arrivato in Israele con tre obiettivi che riflettono i pericoli della politica di Trump: alimentare con moderazione le intenzioni di Benjamin Netanyahu in tema di annessione dei territori occupati palestinesi, continuare a mantenere la tensione con l’Iran e, non meno importante, cercare di arginare la penetrazione economica della Cina in Israele.

Che cosa possono fare gli statunitensi quando «la Cina ci attacca con un virus prodotto in laboratorio?». Come storicamente gli ebrei, i cinesi sono ora un capro espiatorio, considerati i colpevoli della pandemia. Trump ha iniziato una campagna che sarà foriera di ulteriore razzismo.

Già prima del coronavirus, il governo israeliano ha ricevuto frequenti messaggi statunitensi contro la crescente presenza cinese in vari progetti infrastrutturali in Israele, specialmente in un nuovo porto ad Haifa; un’insistenza rinnovata mentre l’opera sta per essere conclusa; gli Stati uniti chiedono «misure di sicurezza» per controllare la presenza cinese.

Quello che pareva un nuovo regalo di Trump all’estrema destra israeliana, l’annessione dei territori occupati, è diventato il tema di un duplice messaggio: sì, Israele può fare quel che vuole riguardo all’annessione, ma deve tener conto di alcune questioni correlate. Nel linguaggio ambiguo che permette di dire ai bravi evangelici «siamo con la destra israeliana», gli Stati uniti segnalano la necessità di frenare un po’ per evitare reazioni troppo negative da parte degli alleati. L’opposizione della Giordania e l’interruzione di ogni dialogo con i palestinesi potrebbero influenzare gli indeboliti partner di Washington, mentre la forte caduta del prezzo del petrolio fa tremare anche l’Arabia saudita.

La conferenza stampa che ha concluso la breve visita di Pompeo ha lanciato un chiaro segnale: in questo momento l’annessione non sarebbe opportuna. Il patto elettorale che porterà al giuramento da parte della nuova coalizione stabilisce che Netanyahu potrà suggerire ai suoi nuovi alleati di posticipare l’annessione a una fase successiva al primo luglio.

La nuova coalizione è una triste conferma del pantano nel quale è sprofondata la «democrazia» israeliana. Dopo tre tornate elettorali che non hanno prodotto alcuna chiara soluzione, è diventato evidente che l’«opposizione» a Netanyahu manca di una vera ideologia in grado di incarnare un’alternativa politica. L’opposizione aveva 62 seggi, la coalizione del premier 58… ma 15 seggi appartenevano alla Lista unificata: arabi, «nemici» che ci vorrebbero annientare.

Gantz si è arreso facilmente avviando una vergognosa alleanza con il premier, mentre il famigerato coronavirus è diventato la stella del momento: siamo in emergenza, dobbiamo combattere uniti e così via. Altrettanti luoghi comuni che hanno portato al governo di crisi, con 32-36 ministri e 10-16 viceministri e molti incarichi inventati.

Niente a che vedere, comunque, con la santa guerra al virus. Si tratta infatti di un governo per la salvezza… di Netanyahu. Fra dieci giorni avrà inizio a Gerusalemme il giudizio contro il premier, accusato di corruzione e storno di fondi. Gli attacchi al procuratore sono all’ordine del giorno, e un governo corrotto appoggerà un governante corrotto. Intanto milioni di palestinesi ricorderanno la guerra del 1967 che li trasformò in sudditi senza diritti politici, nazionali e umani, sotto l’occupazione israeliana.

La Camera dei Lord, a Londra, ha mandato un deciso messaggio contro la possibile annessione e oggi si stanno riunendo i ministri degli esteri dell’Unione europea. È auspicabile che la pandemia, e un presidente statunitense avventuriero, riescano a suscitare una politica europea più chiara rispetto al circo di inganni e menzogne che è stato montato. Una pace reale richiede una vera presenza palestinese. Non può derivare dalla forza brutale dell’occupante.

ZVI SCHULDINER

da il manifesto.it

foto: screenshot

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