Un’altra tappa nell’autodistruzione della sinistra

Ho la molto poco vaga impressione che le critiche che noi riserviamo alla struttura economica capitalista declinata in salsa italica siano limitate sovente da uno sguardo esclusivamente locale che,...

Ho la molto poco vaga impressione che le critiche che noi riserviamo alla struttura economica capitalista declinata in salsa italica siano limitate sovente da uno sguardo esclusivamente locale che, al massimo, si allarga alla fisionomia europea che assume la produzione di plusvalori e l’accumulazione di capitali con annessi e connessi tutti gli scambi finanziari che ne conseguono.

E’ una visione così limitata da portarci spesso sulla via dell’inferno che, come si usa dire, “è lastricata di buone intenzioni“: infatti, limitandoci a contrastare politicamente delle situazioni economiche così anguste, finiamo per non accorgerci che la globalizzazione sta tutt’ora incidendo pesantemente nelle vite dei moderni proletari, ossia di tutte e tutti coloro che vivono del proprio lavoro e di tutte e tutti coloro che sono precari, disoccupati e inattivi da molto tempo.

Noi facciamo riferimento a Bruxelles come esclusivo parametro di giudizio di quanto avviene in Italia: è più che giusto e anche spontaneamente naturale assumere come riferimento il contesto economico più vasto in cui il nostro Paese è direttamente inserito monetariamente, con stringenti patti di compensazione delle difformità di deficit che i vari Stati dell’Unione Europea possono avvertire e che hanno condotto all’inserimento in Costituzione di quella forzatura classista che è il “pareggio di bilancio”.

Ma, se tutto ciò risulta logicamente corretto dal punto di vista meramente economico, non lo è sul piano politico: comunisti e sinistra vagamente detta dovrebbero allargare gli orizzonti di una analisi e di una critica che sappia individuare nel “capitale globale” l’elemento cardine di tutti i riversamenti che si vivono e si sopportano nei tanti angoli del pianeta.

Come ci ha insegnato pazientemente uno dei massimi studiosi del capitalismo mondiale, Samir Amin, fino agli anni ’80 del secolo scorso tutti (o quasi) gli studi critici nei confronti del sistema dello sfruttamento della forza-lavoro e di produzione del profitto tramite la circolazione delle merci erano elaborazioni che contenevano delle “critiche sfumate” che finivano per considerare i supporti del Fondo Monetario Internazionale alle bilance di pagamento in difficoltà di questo o quel paese un dato positivo e non, invece, un campanello di allarme che doveva indurre immediatamente a pensare a quanti problemi sociali avesse proprio quel paese che faceva ricorso ai finanziamenti del FMI.

Una lettura, dunque, della mondializzazione in chiave entusiastica è stata fatta dalle forze reazionarie, di destra liberista, da quella parte conservatrice del sistema politico intercontinentale che dialoga da sponda a sponda dell’Oceano Atlantico e pure del Pacifico e che, pur scontrandosi nel regime concorrenziale, che è predisposizione necessaria e naturale del capitalismo, trova un equilibrio per gestire le contraddizioni che spuntano come funghi laddove la protezione dei dividendi e dei profitti si fa più spietata e la politica interviene con misure di contenimento sempre maggiore della spesa sociale a tutto scapito delle famiglie che fanno sempre più fatica a sbarcare il lunario.

Una certa sinistra riformista, poi, ha persino pensato bene di rimproverare le istituzioni del capitale globale, dal già citato FMI alla Banca Mondiale, per via di interventi troppo “timidi” nelle economie dei paesi in via di sviluppo o in quelli che dovevano recuperare un tenore di vita medio-alto, perso proprio grazie allo sfruttamento delle economie sociali degli Stati più in difficoltà negli scambi e nelle intermediazioni, a causa di un massiccio intervento di esportazioni soprattutto asiatiche nel Vecchio Continente e negli Stati Uniti d’America.

Ma principalmente prima in Grecia e poi in Spagna e Portogallo, essenzialmente le forze moderate del socialismo storico, complici di politiche ormai pienamente liberiste, hanno costruito davanti ai nostri occhi la mutazione veramente genetica di una connotazione sociale di partiti che avevano come obiettivo il capovolgimento della società attuale e la trasformazione di essa nel suo opposto in una accettazione costante e progressiva dei dettami del mercato, delle sue esigenze nel  nome – ironia delle ironie – proprio del “benessere comune“, quasi di una “ragion di Stato” che nulla avrebbe a che vedere con l’economia.

In questo scenario devastante per la sinistra, i moderati e i riformisti della peggiore specie hanno dato vita alle condizioni affinché non esistesse più alcuna differenza tra le rivendicazioni anche timidamente riformiste del socialismo e le politiche liberali che guardavano comunque ad una protezione sociale di un qualche tipo.

Liberalismo e socialismo si sono fusi e compattati e hanno terminato la loro simbiosi dando vita, come accaduto in Italia, ad anomalie rappresentate dalla fusione impropria tra una cultura cattolico-sociale della vita e una cultura socialdemocratica logorata da decenni di governo e di tentazione del potere per il potere stesso.

Sono quelle che Samir Amin ha chiamato opportunamente le “esperienze di aggiustamento“, i tentativi riusciti di piegare l’egualitarismo da ideologia della trasformazione a mero guardianaggio dell’esistenze con qualche correttivo laddove persino ai meno marxisti degli economisti pareva eccessivo l’accanimento del liberismo che prendeva piede ampiamente negli anni ’80 e ’90.

Questa straordinaria autodistruzione della sinistra, quant’anche riformista, ha prodotto politiche concertative sul lavoro e compromessi tali che hanno aumentato la disoccupazione, regalando sempre più incentivi di Stato alle aziende private, compresso i salari, attuato una conversione anti-ambientalista della politica volta non a tutelare le risorse naturali ma a sviluppare le cosiddette “grandi opere” (sempre, sia chiaro, in nome del “futuro“, del “benessere nazionale“, e via di seguito di retorica di tal guisa…) e così si è autoalimentato il fuoco che ha consumato l’anima vera del progressismo, la sua originaria ragione di vita.

La notizia dell’ultima ora secondo cui Matteo Renzi creerà gruppi parlamentari autonomi dal PD e una sua formazione politica centrista, non rafforza tanto meno il PD e nemmeno lo pone più a sinistra se rimane una forza politica intenta a sostenere politiche liberiste insieme ad una maggioranza formata al 90% da pieni condivisori dell’ideologia del mercato seppure condita con la protezione delle libertà civili per mostrare un “volto umano” di un Giano Bifronte che dall’altra parte ha ghigno del profittatore e del nume tutelare dei privilegi dei grandi ricchi padroni e finanzieri.

Con la nascita della nuova formazione renziana, il governo ora avrà non più due ma tre interlocutori. Un pezzo di liberismo di destra in più che si aggiunge ad una finta socialdemocrazia e ad un’altra destra tutta post-ideologica. Anche in questo caso riterrà Liberi e Uguali di esercitare un ruolo di contenimento magari insieme ad un PD percepito come “liberato” dalla zavorra centrista renziana? Sono mere illusioni, chimere, abbagli e visioni miopi, davvero di corto raggio.

La sinistra e i comunisti che sostengono giustamente la necessità di sbarrare la strada al salvinismo sovranista, tanto quanto pericolo per la democrazia repubblicana quanto per la stabilità sociale, non devono farsi intrappolare ancora una volta dall’idealizzazione del “blocco” o del “fronte” antifascista e stipulare alleanze di governo nelle regioni e persino nazionalmente.

Così non si fa altro che rimandare il recupero per il Paese e per i lavoratori e gli sfruttati tutti di un movimento comunista che ha urgente bisogno di rimettersi in moto, di recuperare una identità attraverso un riconoscimento culturale proprio, nei valori di riferimento storici ma attualizzati e resi concreti nelle dinamiche eversive che emergono sempre più prepotentemente.

Se la sinistra di alternativa e comunista pensa di fermare Salvini e Meloni alleandosi con forze che negano il principio di uguaglianza sociale e che fanno della fedeltà a questa struttura economica la base del loro agire, allora questa sinistra è già morta e non ha speranza di rialzarsi, anche debolmente.

La scelta in fondo è molto semplice: contrastare i sovranisti da sinistra o da destra?

Fate il vostro gioco…

MARCO SFERINI

17 settembre 2019

foto tratta da Pixabay

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