Luca, ucciso dall’eterno sadismo tutto “umano”

“Volevamo uccidere qualcuno per vedere l’effetto che avrebbe fatto”. Questa frase mi si è impressa nelle testa dopo aver letto dell’omicidio del giovane Luca Varani. Ventitrè anni e un...

“Volevamo uccidere qualcuno per vedere l’effetto che avrebbe fatto”. Questa frase mi si è impressa nelle testa dopo aver letto dell’omicidio del giovane Luca Varani. Ventitrè anni e un festino con due amici che l’avrebbero convinto a seguirli per mettere in piano quel piano: ucciderlo e provare le emozioni di un omicidio.
Voglia di provare qualcosa di proibito: dalla morale e dalla legge. Uccidere. Il tema è questo. E la vicenda dell’assassinio del giovane Luca fa emergere quello che definiremmo tutti un “basso istinto”. Ma siamo sicuri che sia così “basso”?
A volte, consideriamo la tendenza all’omicidio come l’estrema punta di un percorso che un uomo o una donna fanno prima di arrivare all’azione ferale ed estrema. Qualcuno lo prende in considerazione, magari, dopo altre ipotesi. Altri ne hanno fatto una vera e propria professione: killer, soldati, mercenari.
L’omicidio e la voglia di cimentarsivi è qualche volta un mestiere, altre volte un piacere.
Nel caso dei killer, degli assassini di professione, il movente è il denaro. Non può esistere empatia per il killer: uccide freddamente e senza un motivo, se non quello di ricevere il suo compenso al termine del mandato che gli è stato affidato.
Nel caso di mercenari e soldati “di Stato”, cambia solo l’ingaggio: c’è chi diventa assassino “legale” e protegge i carichi delle navi dai moderni pirati e c’è chi, invece, indossa una bella divisa lustra e luccicante quando non è in missione e, quando si trasforma in uccisore per volontà dello Stato, mette la tuta mimetica, imbraccia un fucile e, da quel momento, ogni atto che porta alla morte del proprio avversario è legittimo.
Tanti modi per uccidere e per provare quel brivido, quella scarica adrenalinica che deriva dall’uccidere, dal mettere fine all’esistenza di un proprio simile per un “nobile” motivo: la guerra, del resto, è guerra e, quindi, cosa c’è di più corretto, legittimo e morale se non difendere ora qualche presunta democrazia, ora qualche popolo che farebbe magari a meno della protezione dei suoi amici occidentali?
Quei due ragazzi che hanno confessato l’omicidio di Luca Varani non sono poi così lontani da questo umanamente disumano istinto all’assassinio. Probabilmente, per loro non fa molta differenza lanciare una macchina a 250 km all’ora o uccidere. L’importante è “vedere l’effetto che fa”, come nella “Vengo anch’io” di Enzo Jannacci.
Non si può ragionare del ruolo che ha l’omicidio nella vita degli esseri umani (e sembra una contraddizione già in termini il parlarne…), se non si pensa storicamente alla onnipresenza del massacro che si legge nelle pagine di ogni epoca del cammino umano.
La risoluzione dei problemi singoli e “di Stato” è, in extremis (e tante volte nemmeno così tanto…), l’assassinio: per un tradimento familiare per vendicare l’onore e il rispetto di qualche dama o di un genitore, per fini economici, politici, per eliminare concorrenze scomode e aprirsi la strada a potere, successo, profitto.
Certo che ci dobbiamo indignare se due ragazzi, presi dal desiderio di uccidere per assistere alla conseguenze del loro gesto, prendono un loro coetaneo e gli spaccano un martello in testa, lo seviziano e lo brutalizzano fino a farlo morire.
Ma ci dobbiamo anche sorprendere? Siete davvero sorpresi che una società come questa inciti all’omicidio come forma di soddisfazione irrefrenabile del proprio ego, della propria voglia di esasperarne l’essenza e percepire emozioni indescrivibili e inconfessabili comunemente?
Il sadismo che nutre questi comportamenti è insito anche altrove ed è rivolto anche verso esseri che non sono “umani”. Quando qualcuno va a caccia “per divertimento”, cosa altro esprime se non la voglia di uccidere e di “conquistare” una preda? Il cacciatore va nel bosco ancora prima dell’alba, vi addentra guardingo e spera di trovare presto qualche essere animale vivente (dimenticandosi che anche lui è tale e quale, ma solo di specie diversa) a cui sparare: la voglia della sfida è già sadismo. E questa voglia di uccidere cresce e si alimenta nel confronto tra l’animale che cerca scampo e il fucile che si tiene tra le mani.
Non è forse “voglia di vedere l’effetto che fa” anche la caccia? Uccidere “per sport” è una definizione curiosa, l’ho sentita molte volte come appello giustificazionista dei cacciatori. “Ma lo faccio per sport”. Peggio ancora. Uccidere per sport e per divertimento accadeva nelle arene dell’antica Roma imperiale. Accade ancora oggi nella bella Spagna con quel rito indicibile che è la corrida. Una “tradizione”, si dice. Ma una tradizione che è mortale andrebbe abolita come segno di intelligenza e rispetto verso tutte le creature viventi.
C’è così tanta differenza, veramente, tra la voglia sconsiderata di quei due giovani che hanno ucciso Luca e la voglia dei cacciatori di uccidere più cinghiali possibili?
Sento già l’obiezione: “Ma come si fa a paragonare dei cinghiali ad un essere umano?”. Avete ragione, cari obiettori, cari detrattori: un cinghiale ha molta più dignità di un essere umano che pensa sia giusto uccidere gli esseri viventi che non appartengono alla sua specie ma, poi, nella sua storia millenaria ha massacrato ogni giorno migliaia e migliaia di suoi simili.

MARCO SFERINI

8 marzo 2016

foto tratta da Pixabay

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