Lingue geniali e grammatiche felici

L'esordio di Andrea Marcolongo, "La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco", edito da Laterza

La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco (Laterza, pp. 172, euro 15) è il libro d’esordio di Andrea Marcolongo, che proprio al greco deve la beffa di essere donna con un nome che nella sua lingua del cuore significa semplicemente «uomo».

Questa lingua antica per la giovane scrittrice è davvero un oggetto d’amore e il testo è un ibrido rarissimo tra una grammatica e un’auto-fiction. Cosa si può immaginare, in effetti, di meno personale di un manuale di lingua greca? E quanti saggi di linguistica hanno proprio l’aggettivo «generale» nel titolo, quasi a volere da subito specificare che lì dentro, di proprio, la lettrice e il lettore non ci troveranno nulla e che è meglio che il sé lo lascino di lato, come le scarpe per camminare su un pavimento pulito.

Eppure, se qualcuno avesse pensato prima all’ipotesi di aggiungere un po’ di sano sentimento per rendere un manuale di grammatica più desiderabile, forse studiare il greco al liceo sarebbe stato meno faticoso. Sono certamente invidiabili gli studenti dell’autrice che imparano una delle due «lingue morte» da una docente dotata di un vivace trasporto per la sua materia di insegnamento, ma ora non ne godono soltanto loro.

L’approccio sentimentale di Andrea Marcolongo al greco non solo rinnova la gratitudine in chi lo ha studiato al liceo e si è reso conto nel tempo che avere saputo sopportare quella fatica e affrontare tale difficoltà ha costituito davvero, come l’autrice stessa scrive, un esercizio fondamentale per il futuro, ma trasforma questo spettro tipico della scuola italiana in un soggetto affascinante, anche per chi in giovinezza non ci ha sudato sopra lacrime e sangue.
Per chi la sapeva e forse l’ha dimenticata, si riscopre la ragione dello spirito dolce e di quello aspro, per chi ignori di cosa si tratti, si acquisisce facilmente la conoscenza di una raffinatezza tecnologica della lingua greca, di un segreto. Con l’autrice, ci si rende conto che il duale, che esiste solo in greco e affianca, nella categoria «numero» il plurale e il singolare, al liceo non si aveva davvero l’età per capirlo e c’è solo da essere grati che nelle versioni in classe comparisse così di rado.

Anche per chi, però, le traduzioni non ha mai dovuto farle, il testo riesce a spiegare la meraviglia di una lingua che aveva in sé la regola della relazione: «il duale è il numero della coppia per natura o del farsi coppia, per scelta», ma non compare sempre per indicare due oggetti dello stesso tipo, solo quando essi sono davvero insieme. Inoltre, il duale si coniuga rigorosamente al singolare, perché l’ambivalenza sta dentro alla nostra anima unica e il greco è davvero una lingua tanto saggia da avere posto tra le norme la nostra insana e innata capacità al doppio.
Bisogna forse invecchiare un po’ per godere delle grammatiche, anche quelle sentimentali, oppure bisogna amare talmente una lingua da scriverci un manuale che rende romantico anche ciò che è ostico per definizione.

LAURA MARZI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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