La Corte d’appello USA: «Aveva ragione Snowden»

Yes we scan. Una corte d’appello americana ha stabilito che il programma di sorveglianza della Nsa era illegale e che le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 «hanno provocato un dibattito pubblico significativo sulla raccolta di dati da parte del governo Usa»

Chi lo aveva definito traditore, talpa, spia, infiltrato, quando non direttamente amico di sistemi autoritari come la Russia che l’ha ospitato, deve ricredersi, o quanto meno fare una pausa di riflessione. A sostenere che le rivelazioni di Snowden sull’attività di spionaggio di massa da parte della Nsa sono state fondamentali per capirne la natura illegale, aprendo così uno squarcio nella giungla della raccolta dei dati, è stata una corte d’appello americana, e non «pericolosi» personaggi come Assange o Manning.

La sentenza della corte d’appello americana, infatti, ha rafforzato e riabilitato il ruolo di Snowden: secondo i giudici, con le sue rivelazioni l’ex analista «ha provocato un dibattito pubblico significativo sull’opportunità della sorveglianza di massa da parte del governo americano».

La sentenza arriva a seguito di un procedimento di appello contro tre persone accusate di terrorismo: la loro colpevolezza è confermata ma la Corte ha stabilito che in questo caso, così come in tanti altri, le informazioni raccolte dall’allora programma della Nsa sono illegali e per di più non sarebbero utili alle indagini e alla stesura di un giudizio di colpevolezza o meno. Si tratta di 59 pagine che in gran parte ricalcano quanto già deciso da una corte americana nel 2015: da allora il programma di raccolta di dati è ufficialmente sospeso, dopo l’approvazione dello Usa Freedom Act. Il programma della National Security Agency era infatti figlio del Patriot Act, approvato post 11 settembre 2001, che permise alle agenzie di intelligence americane di prendersi ben più di una licenza.

La sentenza però pone alcuni punti fermi di tutta questa vicenda iniziata nel 2013. Presidente era Barack Obama e le rivelazioni di Snowden misero in forte imbarazzo l’allora staff della Casa bianca.

Innanzitutto il testo della sentenza riabilita il ruolo di Snowden e sarebbe bene ricordarlo. Edward Snowden, analista della Nsa, venuto a conoscenza del piano di sorveglianza di massa da parte dell’agenzia tentò di denunciarne l’esistenza attraverso canali istituzionali. Ignorato e senza ottenere alcun riscontro, decise di passare all’azione solitaria, con l’aiuto del giornalista Glenn Greenwald, di alcuni media che pubblicarono via via parte del materiale e di WikiLeaks, senza la quale probabilmente Snowden oggi non sarebbe al sicuro, per quanto esiliato, in Russia.

Anche a questo proposito è bene ricordare che Snowden accettò la proposta russa – in mezzo ci fu una fuga a Hong Kong – dopo aver visto stracciato il proprio passaporto americano, dopo accuse di tradimento da parte di mezzo mondo politico americano e dopo il silenzio dei paesi europei che non offrirono alcun sostegno al whistleblower, tacciato anzi di essere una talpa, una spia, quando non un «amico di Putin» e come tale intenzionato a complicare la vita agli Stati uniti.

La verità è che Snowden ha compiuto un gesto coraggioso e che la sentenza della Corte riabilita, condannando invece i tanti funzionari americani che nel corso del tempo non solo avevano attaccato Snowden, ma più di tutto avevano affermato l’inesistenza di un piano di sorveglianza di massa.

Come ha sottolineato la Reuters, prima insieme al Guardian a diffondere la notizia della sentenza, «la prova che la Nsa stava segretamente costruendo un vasto database di tabulati telefonici statunitensi è stata la prima e probabilmente la più esplosiva delle rivelazioni di Snowden pubblicate dal Guardian nel 2013». Fino a quel momento, «i massimi funzionari dell’intelligence avevano pubblicamente insistito che la Nsa non avesse mai raccolto consapevolmente informazioni sugli americani».

Poi dopo l’esplosione dello scandalo, alcuni avevano cambiato versione, sottolineando l’importanza di questi dati nella lotta all’estremismo islamista sul territorio americano: la sentenza della corte americana demolisce anche questo assunto. Oltre a concludere che la «raccolta di massa» della Nsa ha violato il Foreign Intelligence Surveillance Act. Il passo successivo dovrebbe essere una sentenza della Corte suprema, unica possibilità, forse, perché Snowden possa tornare negli Stati uniti senza dover rischiare condanne per tradimento.

Per ora da Mosca Snowden si gode questa ennesima conferma circa la giustezza delle sue azioni: «Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate»

In agosto Trump aveva balenato la possibilità di concedergli la grazia, in una delle sue tante uscite estemporanee e ieri alcuni repubblicani hanno chiesto di andare avanti, alla luce della sentenza. Anche Snowden può diventare uno strumento nell’infuocato rush finale delle presidenziali.

Ma al di là delle battaglie politiche per la Casa bianca, la sentenza ribadisce una verità che da tempo chiediamo, ovvero la necessità da un lato di tutelare legalmente i futuri Snowden, i futuri whistleblower che ci aiuteranno a capire il perverso controllo garantito a Stati e aziende dalla nostra produzioni di dati, dall’altro quella di portare avanti una battaglia forte perché i Big Data siano un bene pubblico, gestiti in modo trasparente affinché siano utili, anziché dannosi, al procedere della nostra vita sociale.

SIMONE PIERANNI

da il manifesto.it

Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

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