Il verdetto di Palermo: «Lo Stato trattò con Cosa nostra»

La sentenza di primo grado. Condannati a 12 anni gli ex generali del Ros Mori e Subranni, e Marcello Dell’Utri. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino. Secondo la Corte d'assise per fermare la stagione stragista un pezzo dello Stato ha trattato con i boss

Dopo le stragi col tritolo che massacrarono i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, e quelle del’ 93 con gli attentati a Milano, Firenze e Roma organizzati dalla cupola mafiosa che sconvolsero il Paese, per i giudici di Palermo lo Stato fu messo sott’attacco da pezzi deviati delle istituzioni.

Ad attentare alla tenuta democratica furono i vertici «infedeli» del Ros dei carabinieri, proprio quelli che davano la caccia ai boss, in accordo con i capi di Cosa Nostra e con la complicità di Marcello Dell’Utri, che avrebbe fatto da intermediario a Silvio Berlusconi.

Per fermare la stagione stragista, questo pezzo dello Stato per i giudici popolari della Corte d’assise ha trattato con i capimafia sul «papello», quell’elenco di richieste, tra cui l’ammorbidimento del 41bis, che Cosa nostra avrebbe avanzato con l’impegno di fermare, in cambio, le bombe che stavano seminando morte tra innocenti all’inizio degli anni Novanta.

A questa conclusione sono arrivati i giudici del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, arrivata dopo 5 anni e sei mesi di processo e cinque giorni di camera di consiglio nell’aula bunker del carcere Pagliarelli.

A gestire la trattativa, secondo la giuria presieduta da Alfredo Montalto, sono stati gli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, condannati a 12 anni, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, anche lui condannato a 12 anni, l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno (8 anni di carcere), e il boss Leoluca Bagarella, 28 anni. A questi imputati il reato contestato è attentato al corpo dello Stato.

A Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, sono stati inflitti 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa; reato prescritto invece per Giovanni Brusca, il pentito che diede l’ordine di sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo.

Tutti i condannati dovranno risarcire la Presidenza del consiglio con 10 milioni. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, al quale era stata contestata la falsa testimonianza.

L’accusa al processo è stata sostenuta dai pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi.

«Ora abbiamo la certezza che la trattativa ci fu», esulta Di Matteo subito dopo la lettura del verdetto. «Questa sentenza riconosce che parte dello Stato negli anni delle stragi trattava con la mafia e portava alle istituzioni le richieste di Cosa Nostra – dice il pm – Per la prima volta vengono consacrati i rapporti esterni della mafia con le istituzioni negli anni delle stragi ed è significativo che questa sentenza abbia riguardato un periodo in cui erano in carica tre governi diversi: quello Andreotti, quello Ciampi e quello Berlusconi».

Per Di Matteo questa sentenza «dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato» e «che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico».

Di «sentenza storica» parla il pm Teresi, che la dedica «a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia».

La sentenza arriva dopo anni di polemiche.

In principio l’inchiesta della Procura fu per un presunto golpe che avrebbe visto protagonisti negli anni Novanta Cosa nostra, massoneria deviata, pezzi di Stato ed eversione nera.

L’indagine, aperta dall’allora pm Roberto Scarpinato, portò a poco e venne archiviata.

Poi il fascicolo tornò a nuova vita. Per la prima volta i pm ipotizzarono un reato specifico: la minaccia a Corpo politico dello Stato, reato che poi tante critiche avrebbe sollevato tra i giuristi, iscrivendo nel registro degli indagati i boss Totò Riina e Nino Cinà. Seguì una seconda archiviazione.

E, nel 2008, grazie alle rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, la riapertura dell’inchiesta. Ciancimino jr racconta di una trattativa con la mafia avviata dai carabinieri del Ros tramite suo padre Vito, confermando in parte le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca.

Nel registro della Procura il nuovo fascicolo porta il numero 11609/2008.

Tra polemiche, colpi di scena, interrogatori di testimoni eccellenti come Ciriaco De Mita, Arnaldo Forlani e Claudio Martelli, il 24 luglio del 2012 la Procura chiede il rinvio a giudizio per 12 persone.

A firmare la richiesta, però, non sono tutti i pm del pool che hanno condotto l’indagine. Se l’ex capo Francesco Messineo, che non aveva sottoscritto l’avviso di chiusura dell’inchiesta ci ripensa e firma, esce di scena il pm Paolo Guido in dissenso coi colleghi Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene.

Il fascicolo si ingrossa di migliaia di pagine: audizioni di pentiti, politici, esponenti delle forze dell’ordine, magistrati, centinaia di migliaia i documenti.

La Procura viene accusata di volere riscrivere la storia d’Italia: il 29 ottobre del 2012 inizia l’udienza preliminare davanti al gup Piergiorgio Morosini. Durerà cinque mesi.

Il 7 marzo del 2013, il gup rinvia a giudizio 11 persone. Ora la sentenza.

ALFREDO MARSALA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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