Il dottor Jekyll e Mr. Hyde

Nel 1908 Otis Turner, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico americano, mise su pellicola un adattamento del romanzo di Robert Louis Stevenson “Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr....

Nel 1908 Otis Turner, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico americano, mise su pellicola un adattamento del romanzo di Robert Louis Stevenson “Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hide” (“Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde“) introducendovi l’elemento amoroso, ponendolo nel cuore della contraddizione tra le ambivalenze dell’animo e della personalità umana.

E’ un peccato che il film sia andato perduto. Sedici minuti soltanto di muto, ma sarebbe stato molto interessante vedere come lo sdoppiamento personale fosse tradotto visivamente e, più ancora, messo in correlazione con la passione e il desiderio, a distanza di poco più di vent’anni dalla scrittura e dalla grande diffusione del romanzo gotico che vendette oltre quarantamila copie nella sola Inghilterra di fine Ottocento.

Otis propone una riscrittura dell’opera senza comunque snaturarla. Anzi, ne mette semmai in risalto il messaggio focale su cui Stevenson incentra un racconto che può appartenere tanto ad un genere letterario drammatico quanto giallo e orrorifico.

La scissione e simbiosi al contempo delle due personalità che Jekyll trova in sé stesso è, senza smentita alcuna, un dramma dell’uomo-scienziato che trova la combinazione, del tutto casuale, probabilmente dovuta ad una partita di sale alterata, per passare dalla sua natura di essere umano buono a quella dello spietato, crudele Mr. Hyde.

To hide in inglese significa “nascondere“, quindi il signor Hyde è la parte occulta, nascosta, introspettivamente celata al conscio, invisibile a noi stessi. E’ l'”inconfessabile” per antonomasia. E’ ciò che non vorremmo essere e che invece sentiamo di poter essere, ma che reprimiamo per non far prevalere quell’istintualità che ci trascinerebbe ad altro da noi, da ciò che è venuto crescendo nel contesto sociale.

Jekyll reprime sé stesso pur sapendo di avere bisogno dell’altra parte di sé medesimo. Hyde è e non è lui allo stesso tempo. Perché nella mente prevale sempre, o quasi, la direttiva umana, intrisa di un’eticità che sovrasta qualunque tentativo di affermazione dei molteplici e, apparentemente, contraddittori aspetti del nostro inconscio, secondo cui il bene è moralmente superiore al male e quindi, per quanto quest’ultimo alberghi dentro di noi, deve essere represso invece che compreso, capito e circoscritto nel perimetro dell’impotenza.

Il male è di per sé una parte dell’essenza di una umanità che non è, in quanto idea di sé stessa ed epifenomeno che ci trasciniamo dietro, spettro che non si riflette nello specchio in cui si guarda Jekyll, una e riconoscibile nella sua unicità: è molteplice e capace di moltiplicare questa sua molteplicità all’infinito. Tanti quanti sono i singoli esseri viventi, almeno doppie ne risultano le sfaccettature dell’invisibile ancestralità a cui affidiamo il compito di essere il nostro “carattere“.

Razionalità e passione, mente e cuore sono così alter ego di sé stessi, così come Hide lo è di Jekyll e viceversa. E non importa chi sia venuto prima, se lo scienziato o l’essere ripugnante, piccoletto e arcigno, dallo sguardo satanico che vi intravede l’avvocato Utterson, che calpesta una bambina scivolata su sé stessa o che ammazza di botte un deputato del parlamento inglese. Perché ciò che conta nella storia che raccontiamo è la coesistenza del doppio.

Per Stevenson non esiste un solo “io” ma, se non proprio una polifonia di voci in noi stessi, almeno un duetto che, però, non riesce mai a cantare e ad esprimersi all’unisono, perché, fondamentalmente, è dicotomico nel suo essere ambivalente. Molte letture diverse del romanzo, più vicine o più lontane dall’originale ed originaria intenzione dell’autore di mostrare la coesistenza dei più diversi istinti nell’essere umano, del resto non fanno che dimostrare tutto ciò.

Non c’è e non ci sarà mai una sola considerazione tanto di ciò che proviamo al nostro interno, quanto di ciò che proviamo nel raffronto con la realtà che ci circonda. Siamo immersi una dialettica dei sentimenti, delle emozioni e delle privazioni degli e delle stesse che fa parte di un ciclo naturale di esistenza. La razionalità, piegata al dovere collettivo, sociale, alla istituzionalizzazione delle pulsioni e, quindi, alla macchina della repressione moralistica dell’instaurazione di un’etica pubblica, è sterile meccanicismo.

Ogni volta che la trasformazione avviene, Jekyll si chiude nel suo laboratorio, al riparo da qualunque sguardo, da qualunque intrusione del mondo interno della sua casa, del domestico, degli amici e, più in generale del resto del mondo. La mutazione è qualcosa che rimane nell’intimo allargato dal confine della stanza e si riflette in uno specchio che non può che mostrare un individuo alla volta.

Morte e vita fanno parte di un ciclo infinito di avvicendamenti della materia, là dove il caos dell’Universo regna e non si percepiscono rumori di fondo, genesi del tutto; gli opposti si attraggono nell’elementarità straordinaria della complicata indagine fisico-scientifica, perché di questo è composto l’essere: comporre è stare insieme, mettere insieme, unire, accomunare anche ciò che è singolare e che preferirebbe stare da solo.

Jekyll non è più allo stadio dell’intuizione quando la metamorfosi si compie. Lui sa che l’uomo non è visceralmente e “veracemente” uno, bensì due. Se Stevenson avesse potuto conoscere già a metà dell’Ottocento gli studi moderni sulla polarizzazione caratteriale, sulla schizofrenia e molto altro ancora riguardo le scienze neurologiche, avrebbe avuto in mano molto materiale in più per dare al suo medico ossessionato dagli esperimenti e al suo alter ego malvagio caratteri ancora più marcati e interessanti.

Proprio perché va a toccare le corde più intime della nostra interiorità, il romanzo è un successo mondiale. E’ un cult nel suo genere, è persino diventato un modo di dire: “essere dottor Jekyll e Mr. Hyde“, mostrare quindi due lati di sé stessi o tentare invece di farne intravedere uno mantenendo ben in evidenza soltanto quello fino a quel momento conosciuto.

Nella psicologia junghiana Hyde è l’ombra nostra, l’inconfessato o il non voluto conoscere del nostro essere che, se evitata e non accettata in quanto tale, ci fa involontariamente del male. Nessun disagio psichico è, di per sé, nostro nemico. Abita in noi e, quindi, riesce difficile pensare – anche con un pizzico di rude e cruda razionalità, del tutto conscia – che qualcosa che sta in noi possa essere autolesionista e farci del male. Piuttosto l’Hyde che è nascosto agli altri e che noi ci nascondiamo, ci lancia dei messaggi, ci comunica che qualcosa non va.

Ma, spesso, interpretiamo i disagi come se fossero dei demoni pronti a divorarci. Jekyll che teme Hyde, che ha paura della sua parte malvagia, del fatto che possa annichilirlo e divorarlo, facendolo scomparire per sempre, rimanendo in questo stato di angoscia finisce col procurarsi il peggio.

La sua ultima mutazione diventa irreversibile anche perché non si trova il sale che possa fare della pozione ciò che la bevanda era in principio, ma soprattutto perché Hyde ha preso il sopravvento sullo scienziato buono e socievole. La paura prevale sulla conoscibilità della stessa e sul venire a patti col fatto che non possiamo controllarci completamente e neppure controllare tutto e tutti. L’abbandono a questa verità sarebbe il miglior farmaco per Jekyll, ma è il suo timore a renderlo prigioniero di un lato di sé che, in quanto ombra, lo mette all’angolo e lo oscura fino in fondo.

Il tema della paura che si trasforma in ossessione fobica, in nevrosi che si autoalimenta con pensieri circolari e entra in un corto circuito di potenza esponenziale, è stato non solo uno dei temi oggetto del romanzo di Stevenson, ma anche di altri grandi opere: da Wilde a Hesse, con Dorian Gray e Narciso e Boccadoro. Oscuro e chiaro vivono in noi, sono l’alternarsi di emozioni che provengono dal contatto con la quotidianità.

Le nostre esperienze, al pari di quelle di Jekyll, ci permettono di elaborare inconsciamente tanto le voglie, i desideri, le passioni, quanto le peggiori paure e i più forti timori. Se non affrontiamo quella che, forse un po’ impropriamente definiamo la “parte oscura” di noi stessi, permettendo un troppo facile semplificazionismo nella comunanza metaforica tra oscurità, buio e, quindi, imperscrutabilità che genera una paura con la pi maiscuola, non potremo mai avvicinarci alla consapevolezza di ciò che ci abita.

Deve essere sufficientemente ovvio il fatto che l’inconscio, in quanto tale, non immediatamente comprensibile: serve quel lavoro di accostamento che si fa attraverso le immagini che ci consegna nei momenti di abbandono notturno, così come l’analisi dei nostri comportamenti diurni, che compiamo senza accorgerci che sono messaggi anche loro di ciò che vorremmo o non vorremo dire, fare, essere.

Jung scrive pagine bellissime sulla necessità di non ostacolare l’ombra, di non combattere i disagi, di non considerarli degli ostacoli; bensì di accoglierli senza razionalizzarli, di vivere ogni sentimenti, ogni sensazione, piacevole o spiacevole e di percepire ciò che ci consegna. Senza giudicare, senza classificare, senza tentare di schematizzare i momenti che ci arrivano di volta in volta. Jekyll fa il contrario. Si ostina a tentare di sfuggire all’ombra, prova addirittura a sbarazzarsi di Hyde.

Tenta di rientrare in quello che considera il suo mondo normale: gli amici, le serata in società, la sua attività di scienziato dedito al bene. Ma più si dimensiona in questi ambiti di autocostrizione e più la voglia di tornare di Hyde si manifesta in lui. Incosciamente, senza che la sua parte razionale lo voglia. Ma così è. E così sarà.

Hyde uccide Jekyll e poi si uccide perché gli è insopportabile dover vivere col pensiero di aver commesso brutalità e omicidi. Ma si uccide anche perché quella parte oscura che ha preso il sopravvento non era veramente la sola sua essenza caratteriale, vitale, esistenziale. Se un equilibrio esiste tra bene e male, tra oscuro e chiaro, tra tenebra e luce, questo sta nella consapevolezza dell’ambivalenza.

Non nel negare il male che può anche spaventarci: in particolare se abbiamo pensieri che la nostra morale non vorrebbe che avessimo. Gli psicologi ci insegnano ad accogliere questi pensieri mortiferi, a volte anche omicidiari: come il desiderio di uccidere i propri genitori. E’ tremendo, a pensarci razionalmente, ma altro non è se non la necessità di emanciparsi dal controllo degli adulti, di poter crescere, di potersi esprimere liberamente nella propria natura che, di giorno in giorno, ciò che c’è nel nostro inconscio crea e alimenta.

Lo sviluppo pieno di ogni individuo deve poter essere libero di esprimersi, anche e soprattutto quando appare in contrasto con le norme convenzionali che ci siamo dati. Questo non significa che pensare di voler uccidere padre e madre voglia dire metterlo in pratica. Solo chi è un patologico narcisista arriva a questi atti criminali, perché mette sé stesso al di sopra di tutto e di tutti. Qui non c’è una ambivalenza tra Jekyll e Hyde, ma tra due Hyde che sono uno l’ombra dell’altro.

L’angoscia, che è lo stato emotivo della paura che si stabilizza e diventa ossessione, perché intravede pericoli e nemici laddove proprio là dove non ve ne sono, vive e si alimenta grazie alla mancata evoluzione del proprio timore di non crescere, di non potersi esprimere compiutamente.

Leggere “Il dottor Jekyll e Mr. Hyde” è, diciamolo molto rilassatamente, un buon esercizio nella direzione anzitutto della comprensione dell’ambivalenza che noi siamo e ci siamo ogni giorno stando nella grande sfera del mondo e, per questo, è anche la possibilità di iniziare a fare i conti con ciò che ci dispiace e che, con troppa facilità, vorremmo eliminare dal nostro cammino.

La vita è fatta di plurime valenze, intese come forze che determinano le circostanze e che da queste prendono anche avvio per continuare quel moto perpetuo che è il farsi e il rifarsi dell’umanità, dell’animalità, della natura stessa. Siccome rifuggiamo il dolore in ogni modo, vorremmo che tutto fosse imperturbabile e sereno. Così non è. Saperlo, accettarlo e convivere con questa realtà è molto. Davvero molto.

Stevenson, dopo un secolo e mezzo, continua ad affascinarci: dai tesori sparsi nelle isole alle dinamiche dell’animo umano. Fantasia e divertimento si mescolano a riflessione e conturbamento. Ambivalenza. Sempre la cara, vecchia ambivalenza…

IL DOTTOR JEKYLL E MR. HYDE
ROBERT LOUIS STEVENSON
FELTRINELLI, 2013 (ventesima edizione)
€ 8,50

MARCO SFERINI

14 febbraio 2024

foto: particolare di una stampa di inizio novecento riprodotta in una edizione inglese del libro di Stevenson

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