Governo o oppisizione? Il falso dilemma

Veramente mi è incomprensibile capire la voglia governista di una parte di Rifondazione Comunista. Aspirare a prendere il potere è nel DNA del nostro progetto politico e sociale. Ma...

Veramente mi è incomprensibile capire la voglia governista di una parte di Rifondazione Comunista. Aspirare a prendere il potere è nel DNA del nostro progetto politico e sociale. Ma in questo contesto, con gli attuali rapporti di forza, si pensa davvero di poter incidere in qualche modo nei confronti del Partito Democratico?
Esiste un blocco di potere che va dall’economia alla politica, alla struttura alla sovrastruttura come sempre, ma che oggi è più saldo che mai e che non può essere scalfito solo con le alleanze elettorali.
Chi si illude che l’elettoralismo sia la soluzione che farà rinascere la sinistra comunista o la sinistra genericamente detta, attribuisce all’effetto il valore di una causa che non esiste.
La causa dovrebbe essere una consapevolezza sociale del livello di sfruttamento che viene avanzato dalle classi dirigenti imprenditoriali e politiche. Chiedono deregolamentazione, meno diritti per i lavoratori tutti e i governi come quello di Renzi eseguono prontamente.
Cos’è altrimenti il jobs act se non il prodotto quasi finito di tutto questo?
Parimenti non ci si deve relegare nell’idea che l’opposizione permanente sia la regola di vita politica dei comunisti.
Ma va preso atto che prima si ricostruisce un tessuto sociale che sappia costruire una sua politica di difesa e ampliamento dei diritti, poi si va a trattare con le forze che rappresentano altri interessi di classe.
La logica antidemocratica del bipartitismo che è stata imposta in questo Paese con leggi elettorali truffa è stata perfettamente concepita per assecondare le esigenze di un mercato, quindi di una economia gestibile anche sul piano politico con un regime imperniato su una alternanza falsa, fatta di assemblamenti di molte forze politiche.
La conseguenza è stata la scomparsa pressoché totale dell’esercizio del voto come vera delega fondata su una consapevole appartenenza ideologica. La disinvoltura con cui tutto ciò è stato fatto è anche la disinvoltura con cui è stato accettato il passaggio dalla rappresentenza proprozionale ad una praticamente senza più confini “di partito”, ma semmai “di coalizione”.
La nascita di Rifondazione Comunista si colloca proprio nel periodo di transizione dal vecchio al nuovo concepimento della vita sociale e politica inquinata da personalismi che sono diventati il centro di fondazione di partiti personali. E nessuno è più sfuggito a questa logica illogica: nemmeno il possente Beppe Grillo che, anzi, ha utilizzato proprio questo elemento di inquinamento della vita democratica per ergersi a paladino e salvatore di una patria dai tratti sempre più autoritari.
La domanda è pertinente se ci si chiede se e come la sinistra comunista possa influenzare oggi i processi politici che sono in atto, per determinare cambiamenti sociali come naturale conseguenza di una politica progressista.
Il blocco renziano è ormai padrone (ma non padre) di un partito che trova l’accordo sul Jobs act con il reinserimento delle tutele per i licanziati per motivi disciplinari. Parimenti Renzi dichiara che con il gennaio del prossimo anno tramonta definitivamente l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Chi ha vinto, dunque? La minoranza PD (e soprattutto quale parte di questa minoranza?) o la bulgara maggioranza dell’ex sindaco di Firenze?
La verità è che nel progetto del Jobs act ci sono solo dei perdenti dal punto di vista di una vera sinistra, degna di questo nome. Si introduce qualche correttivo per accontentare la parte di Bersani, si lasciano ancora scontenti Civati, Cuperlo e Fassina e intanto la nave va e distrugge le ultime minime tutele per evitare la libertà di licenziamento indiscriminato per chi veramente lavora.
Lo sciopero generale del 5 dicembre e le manifestazioni sindacali e sociali che da oggi iniziano nazionalmente a prendere campo nel Paese possono scuotere l’albero. In quanto a raccogliere i frutti di queste lotte, la via è certamente più lunga e aspra.
La sinistra e i comunisti in queste lotte ci sono ma non hanno un ruolo dirigente sul piano politico. Paradossalmente, la logica del “meno peggio” e del bipartitismo influenza anche oggi le scelte dei lavoratori che preferiscono affidarsi al PD, alla Lega Nord o al movimento di Grillo per esprimere disagio, rabbia, paura.
Siamo davanti ad un dilemma che ha una soluzione solo se riesce a spezzare il corto circuito tra politica ed economia e a rimettere dei confini ben delineati tra le parti sociali, compreso anche il governo come soggetto mediatore, come (presunto) garante di un equilibrio che oggi è completamente sbilanciato sulle pretese imprenditoriali e di un mercato che ha proprio nell’esecutivo il migliore alleato politico.
Si ritorna, dunque, all’inizio del dilemma posto: è necessario ricostruire prima un consenso cosciente di classe, una consapevolezza dei diritti da esigere da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Senza ciò è difficile rimettere in essere una piattaforma rivendicativa vincente. E non c’è alleanza di governo che possa ridare fiato alla sinistra, perché la fiducia politica chi lavora la può avere solo se percepisce che, appunto politicamente, c’è qualcuno che lo rappresenta fattivamente.
Fuggire dagli opposti estremismi del governismo esasperato e dell’opposizione pregiudiziale è la via mediana per riabilitare la sinistra comunista in un contesto in cui tutto ci è contro: soprattutto i lavoratori.

MARCO SFERINI

14 novembre 2014

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